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Essay | Nella mia ora di libertà:Domenico Modugno l'attore della canzone italiana

Aggiornato il: 30 nov 2019

La poetica del cantautore che è arrivato al popolo recitando la sua musica


Un re-incontro casuale, forse o sicuramente dettato dal destino, di due persone che avevano condiviso un grande amore finito male (dal giorno che finì/ ho un grande gelo quì/ che si scioglie così). È l’incipit di Come stai?, una delle canzoni meno conosciute di Domenico “Mimmo” Modugno.


Classe ’28, colonna portante della storia della musica leggera italiana, grande autore, cantante, compositore e soprattutto attore. Salentino di nascita, uno dei pochissimi artisti italiani conosciuto in tutto il mondo grazie al successo di Volare (Nel blu dipinto di blu). Milioni di dischi venduti, canzoni tradotte in svariate lingue, una voce baritonale calda e avvolgente, inconfondibile fraseggio e uno stile di canto più vicino alla recitazione che al canto cantautorale all'italiana dei suoi tempi. Una vera rivoluzione per l’epoca. Questo era l’artista Domenico Modugno.


Si stenta a classificarlo nettamente in una categoria, in quanto l’istrionico Modugno lasciava il segno – e sapeva di farlo – ogni volta che calcava un palcoscenico. Lui che non necessitava altro che di una chitarra ed un microfono – come dimostrano le famose registrazioni delle apparizioni televisive degli anni ‘50 – ’60 – sembrava capace di ricreare, con la sola forza della voce e della musica, qualsiasi scena descritta minuziosamente e poeticamente nei suoi capolavori musicali. Il grande Mimmo ha sempre affrontato una rosa di argomenti abbastanza vasta.


Le sue canzoni fanno riflettere, fanno sorridere, fanno sognare, commuovono. Sono canzoni semplici, all'apparenza diverse, ma collegate tutte dallo stesso filo conduttore: l’amore in tutte le sue forme. Amore per una figlia o un figlio, per una donna, per la terra natia. Quell'amore che lui stesso definiva come "la ruota che fa girare il mondo.




Il volano che fa vincere i punti morti della vita, la noia, la tristezza, la malinconia, le disgrazie". Nonostante, però, molte delle sue canzoni presentino situazioni non molto felici – ‘U pisci spada, Piange il telefono, Amara terra mia - e conseguentemente un realismo unico nel suo genere, Modugno era in grado di recitare – come è possibile palesemente sentire in Ma come hai fatto, Come stai?- ma anche cantare recitando le sue composizioni come nessun altro, di viverle e riversare il significato delle parole che assemblava direttamente sul suo pubblico, che lo ascoltava estasiato.


In poco più di tre minuti di performance, non esistevano barriere tra lui e il pubblico. Con pochi movimenti e con il suo stile unico, ricostruiva perfettamente la scena della canzone e all'ascoltatore non restava che godersi lo spettacolo quasi come se si trovasse di fronte lo schermo di un cinema. Modugno emanava quella luce di ottimismo che riempiva lo spazio che lo circondava e lo faceva chiudendo gli occhi e sorridendo, anche mentre pronunciava frasi drammatiche di amori finiti o mai realizzati.


La poetica del cantautore salentino era intrisa di parole semplici, perfettamente comprensibili per il pubblico, che all'epoca non poteva contare sulla consistenza di un alto livello di alfabetismo. Molti discorsi diretti che compongono i testi per dare il senso di realismo e permettere alla scena descritta di costruirsi da sé, di essere pellicola nella mente dell’ascoltatore. È il caso della canzone nominata all'inizio. In Come stai? (1971), Modugno racconta l’amore eterno che - come avrebbe detto Antonello Venditti anni dopo – “non finisce, fa dei giri immensi e poi ritorna”.


E dopo essersi re-incontrati, i due protagonisti riscoprono quel filo che li ha sempre legati e decidono di seguirlo nuovamente, di continuare il percorso della vita insieme, finché lei non fa a lui un grande torto (è partita per un viaggio/ dal quale non si ritorna più). Conscio che un giorno si riuniranno, le chiede che quel giorno lei gli tenda la mano per portarlo con lei. Nonostante il dolore per la perdita dell’amata, Modugno si mostra come al solito positivo, roseo e chiude il brano guardando il “bicchiere mezzo pieno” della situazione. Lo stesso velato ottimismo utilizzato in Meraviglioso, altro esempio di capacità sceneggiativa magistrale, all'epoca scartata da Sanremo perché accennava al suicidio (poco tempo prima Luigi Tenco si era tolto la vita nella stessa kermesse).


È in queste poche battute che si racchiude la sua poetica. La scelta delle parole permette immediatamente di capire cosa stia succedendo (che strano proprio qui/ dove tutto finì/ incontrarci così), quali siano le emozioni dei personaggi (forse sto sognando/ invece no/ sei proprio tu), quale sia il senso su cui la canzone è stata strutturata (meraviglioso amore/ che non vuole morire).


In questo Mimmo era un maestro, un mentore che, con poco sforzo e tanto istinto, insegnava, diligentemente e con una verve unica, quello che ai suoi tempi (il post guerra, l’indigenza divagante, il bisogno continuo di sopravvivenza, la ricerca di stabilità politica, sociale ed emotiva) non poteva essere percepito, se non nelle classi sociali più basse, nelle quali le persone vivevano ancora di quelle stesse emozioni. Una voce nella moltitudine dei suoi colleghi, che al contrario basavano le proprie carriere musicali su l’imitazione di quello che gli Stati Uniti importavano oltre frontiera. È proprio ai popolari che egli si rivolgeva e che ovviamente conquistava. È proprio a quelle frasi, infine, che anche oggi, a distanza di decenni, l’uomo dovrebbe porgere l’orecchio, per riscoprire quel che davvero sta diventando: un automa che comunica le sue primordiali emozioni tramite uno schermo LCD.

Alessio De Luca 

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