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Essay | Nella mia ora di libertà: Gian Pieretti, il beat italiano della musica

Aggiornato il: 30 nov 2019

Come usare la musica per cercare di cambiare il mondo.


E la notte con il buio,/ cento facce d'emozioni,/ le parole della gente/ brucian tutte le illusioni. (Troppo grande la fatica, 1973).


Ricordo ancora quel giorno in cui (avrò avuto circa dieci anni) viaggiavo con la mia famiglia verso l’Abruzzo. Mio padre, amante delle canzoni italiane, sintonizzava la radio su un’emittente locale, che riproponeva tutti i successi della sua gioventù. Erano gli anni del Cantagiro, della lotta fra emancipazione e forte senso religioso. I ragazzi cercavano di farsi largo, cercando il proprio spazio in una società severa rispetto a ciò che stava succedendo nel resto del mondo.


I ragazzi dovevano fare il lavoro che faceva papà, dovevano votare come diceva papà, non potevano restare fuori fino a tardi… e poi arrivò il ’68. Tra il palinsesto quel giorno inserirono una canzone che non avevo mai ascoltato prima. Il testo era semplicissimo, diretto, non aveva bisogno di ulteriori interpretazioni nemmeno per un bimbo come me. La musica poi era ancor più semplice: una marcetta di flauti simile alle canzoni partenopee che mia nonna mi faceva ascoltare da piccolo.


Forse fu proprio quello a canalizzare la mia attenzione su quel brano così inusuale per me. Il cantante, con voce sottile e per niente sforzata, mi stava suggerendo che “qualunque cosa fai/dovunque te ne vai/ tu sempre pietre in faccia prenderai.

“Accidenti! Ha ragione!” pensai. Ero piccolo ma le "facciate" con la realtà (e la società) le avevo già prese anch'io, a modo mio. Mi meravigliai di come una canzone potesse essere tanto efficace e tanto semplice al tempo stesso, cioè che presentasse il risultato di ciò che è lo scopo dei cantautori: scrivere un testo musicato che arrivi all'ascoltatore, ma che non sia banale. Quell'efficacia e quella semplicità sono da attribuire ad un cantautore che è rimasto abbastanza nell'ombra oltre all'apparizione a Sanremo del 1967 dove presentò il brano citato in coppia con Antoine, guadagnandosi l’ottavo posto.


Per arrivare a questo, però, c’è stato un percorso formativo nel quale un ragazzo della provincia di Pistoia, classe 1940, trasferitosi a Milano a soli diciannove anni, ha avuto modo di tirare su diverse band e di venire a contatto con esponenti della canzone e della letteratura di un certo livello. I Satelliti sono il primo gruppo cui si unì Gian Pieretti. Con lui c’era anche Ricky Gianco, suo collaboratore per molto tempo, con cui ha scritto molti suoi successi.

Uno di questi è l’adattamento suo personalissimo (che lui stesso in un’intervista definisce inspirato e non copiato), della canzone Amour perdu di Salvatore Adamo, divenuta Perduto amor e incisa con lo pseudonimo di Perry.


La canzone è una struggente ballata romantica in cui l’innamorato ricorda e rimpiange la sua storia d’amore finita (Si dice nella storia di un poeta /l’amor perduto non ritorna più/ ma so di non averti mai perduta /e un giorno tu ritornerai da me). Tra le righe, a differenza del testo di Adamo, si nota una sottile speranza che tinge di malinconia le parole non soltanto per la perdita della persona amata, ma anche per l’aspettativa che prima o poi lei si ravveda e torni dal lui.

Nella versione incisa da Gian Pieretti, verso la fine della canzone, anche nel tono della voce è possibile ascoltare la disperazione, il che rende l’interpretazione molto più credibile.


Il lato B del disco contiene un prezioso e (per l’epoca) pretenzioso brano dal titolo Uno strano ragazzo, che, tra il serio e il faceto, affronta il tema dell’omosessualità. Sarà l’acerbo capostipite di un lavoro successivo che rappresenta, insieme ad un altro concept album, il punto più alto della poetica di Gian Pieretti e del momento storico che ha cercato di tramutare in parole e musica.


La notorietà del giovane di Ponte Buggianese arriva nel 1966 con un brano scritto a quattro mani con Gianco e inspirato alla musica d’oltremanica di Donovan. Il vento dell’est (ispirata a Catch the wind) gli regala l’entrata in hit-parade e rappresenta, senza tante pretese, una ballata in classico stile anni ’60, tutta chitarre e tamburello, quindi minimale nell'arrangiamento, ma dal testo tipico dello stile pierettiano: essenziale e diretto.


L’occasione per legare il suo nome alla beat generation avviene proprio in questo periodo quando Jack Kerouac, emblema della letteratura della beat generation, ascolta Il vento dell’est e lo vuole con lui nel mini tour di conferenze tenute in grandi città italiane. Nel ’67 presenta al Festival di Sanremo, in coppia con il cantante Antoine, quello che è il brano per il quale ho avuto modo di conoscerlo durante quel viaggio in auto.


La versione francese di Pietre, arrangiata a mo’ di marcetta commerciale, sarà la più venduta, mentre quella italiana è a tutti gli effetti una canzone di protesta e rappresenta senza dubbio un manifesto della razionalità mischiata al realismo, una combinazione esplosiva che avrebbe dovuto anticipare il ’68 e abbattere il finto perbenismo e le maschere di cera che le persone ostentavano.


Maschere dietro le quali si nascondevano il malessere e l’apatia che i moti del ’68 e la beat generation avrebbero spazzato via. Paradossalmente (e ovviamente all'insaputa del suo cantautore) il brano sottolineava per certi versi il messaggio che Luigi Tenco cercò di lasciare quello stesso anno con il suo gesto estremo: “qualunque cosa fai/dovunque te ne vai/ tu sempre pietre in faccia prenderai.


Oltre l’esperienza del Festival, Pieretti si concede anche qualche apparizione nel già menzionato Cantagiro nel 1968 con Felicità Felicità, brano in minore, ma con una poetica malinconica che, attraverso semplici metafore (Avere una farfalla/ chiusa in una gabbia d’oro/ e lasciar la porta aperta/ per vederla quando vola) racchiude la filosofia della continua ricerca della felicità. L’anno successivo è la volta di Celeste, il capostipite di uno degli album più importanti di Pieretti, per la precisione un concept album, intitolato Il viaggio celeste di Gian Pieretti in cui ogni canzone descrive un luogo nel mondo nel quale il protagonista soggiorna nel suo viaggio da Milano all'isola di Celeste al largo delle coste africane, passando per Parigi, l’Oriente, gli Stati Uniti e Rio de Janeiro.


Non basterebbe un articolo per analizzare ogni canzone, ma la particolarità del lavoro sta nell'attenzione ai dettagli d’arrangiamento per cui i violini accompagnano una malinconica storia a Parigi, mentre una chitarra flamenco introduce il brano ambientato a Siviglia, le chitarre elettriche irrompono a Londra, una balalaika accompagna la melodia orientale ambientata a Odessa, un sitar sorregge un testo dal tema sociale a Bombay, un ukulele evidenzia che siamo arrivati nelle Hawaii, continuando con una samba brasiliana per terminare nel paradiso di Celeste, accompagnato da arpe e voci di gabbiani.


Tutto il lavoro è incorniciato da tocco di classe di collegare tutti i brani con il suono del mezzo di trasporto utilizzato dal protagonista per spostarsi da una città all'altra. Insomma un lavoro immenso, originale e geniale, che anticipa quello che è a opinione di chi scrive il suo vero capolavoro, nonché il secondo concept album: Il vestito rosa del mio amico Piero. Il lavoro nasce nella mente di Pieretti dopo aver incontrato un compagno delle elementari che gli racconta le sue difficoltà nell'essere omosessuale in una società che addita questa condizione come uno spauracchio.




L’analisi del disco richiederebbe (come detto per il precedente) un discorso assai ampio, ma fondamentalmente, viene raccontata la vita di un ragazzo omosessuale di provincia, costantemente divorato dal senso di colpa, dalla depressione e sempre sull'orlo dell’esaurimento nervoso. Si racconta di una condizione di vita all'epoca generalizzata e priva di alternative su tutti i fronti: famiglia, lavoro, amici...


Seppur si rischia di cadere leggermente nel pietismo, in questa sede è giusto focalizzare l’attenzione sull'audacia di Pieretti, sulla sua umiltà nel riportare in versi e musica la situazione di un emarginato della società e sulla delicatezza con cui tratta il tema dell’omosessualità. Versi come Sento che forse non è giusto/ nascondersi per questo,/ ma la gente non saprà mai/ com'è grande il dolore/che mi dà o ancora Il profumo sopra la tua pelle / è un profumo uguale al mio / non esiste amore tra sorelle / perché non vuole Dio.


La profondità con la quale Gian Pieretti ha deciso di affrontare un tema così delicato nel 1972, già trattato in Uno strano ragazzo, è degna di apprezzamento in quanto, a proprio a causa di questo, il disco non venne minimamente pubblicizzato, né il suo autore venne chiamato ad alcuna trasmissione televisiva. Il vestito rosa, tuttavia, venne ristampato, ma solo in Giappone.

A questi due importanti lavori avrebbero dovuto seguire altri tre improntati su temi scottanti come ad esempio l’aborto. Tuttavia, a seguito dell’insuccesso de Il vestito rosa, la Ricordi rompe il contratto e Pieretti in un primo momento si dedica all'attività di produttore e autore di testi per altri cantanti tra cui Bobby Solo, Equipe 84 e I nuovi angeli, per poi ritirarsi a vita privata, lasciando tutto quello che riguardasse la musica e aprendo addirittura un negozio di biciclette a Milano.


Ovviamente la sua radicata natura di esprimersi attraverso la musica lo porta a pubblicare un nuovo album nel 1989 intitolato Don Chisciotte, poi uno spettacolo nel 2009 chiamato Beat Generation ed un nuovo doppio album di inediti e ri-arrangiamenti nel 2013.

Sono

passati due decadi e mezzo dal giorno in cui, casualmente, ho incontrato la voce di Pieretti e soprattutto la schiettezza delle sue parole e, a tutt'oggi, ascoltare l’avanguardia di Il vestito rosa o la genialità de Il viaggio celeste colpiscono dentro come un martello ed esaltano le idee che i ragazzi della Beat Generation sbandieravano.


Sono canzoni utopiche, ricche di desiderio per un mondo, una vita diversa, ma anche consapevoli dell’impossibilità di raggiungere questo obbiettivo, in cui compare la rassegnazione che avvolse molti giovani che videro il sogno di un mondo migliore, senza guerre e soprusi, infrangersi con l’inasprirsi della guerra nel Vietnam o l'invio dei carri armati in Cecoslovacchia. E allo stato dei fatti, sempre più attuali, viene oggettivamente da chiedersi se davvero stiamo ascoltando quelle parole o se continuiamo ad ignorarle.


Alessio De Luca

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