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Essay | Nella mia ora di libertà: Giorgio Gaber e il teatro canzone

Aggiornato il: 30 nov 2019

Il menestrello e il suo Teatro-Canzone


Vorrei essere libero, libero come un uomo... (La libertà, 1972)


Continuiamo il nostro viaggio tra i personaggi che hanno creato la scena cantautoriale italiana, stavolta parlando di un grande artista milanese, figura tra le più influenti del panorama musicale italiano del secondo dopoguerra. Giorgio Gaberščik (in arte Gaber) rappresenta, senza mezzi termini, la condensazione della satira musicale applicata alla scena teatrale. In poche parole: come creare lo spettacolo nello spettacolo.


Pare che Gaber abbia cominciato a suonare la chitarra a seguito di un infortunio alla mano e al seguito del quale, durante il periodo di recupero, si dedicò interamente allo strumento. Prima ancora di diventare famoso, era chitarrista di Celentano insieme all'amico Jannacci, che invece sedeva al pianoforte. Il giovanissimo Gaber si affaccia sulla scena musicale italiana e tra i precursori della musica leggera, collaborando con un altro gigante di cui abbiamo parlato poche puntate fa: nel 1958 con Luigi Tenco (di cui sarà non solo collega ma anche amico fraterno soprattutto durante il periodo trascorso a Milano dal cantante piemontese) scrive Ciao ti dirò, pubblicato dalla Ricordi e portato poi anche al successo da Adriano Celentano in una versione arrangiata a dovere per le sue corde. Siamo agli esordi del rock ‘n roll all'italiana.


Tentativi di far conoscere questo nuovo sound alle orecchie inesperte degli italiani. Da quel momento, Gaber probabilmente intuisce che vuol contribuire anch'egli a scrivere la canzone leggera, ma anche che deve rendersi differente dal contesto che lo circonda. Con lui, come abbiamo accennato, collabora Enzo Jannacci, che per molti aspetti (stessa città, stessi interessi e anni di collaborazioni) si incanala sullo stesso filone: canzoni sottilmente e raffinatamente ironiche, meglio forse dire ingegnosamente divertenti. Un linguaggio semplice, diretto e colloquiale, ma sempre molto ironico, così come il carattere che lo contraddistingue. Sul palco Giorgio si presenta sempre elegante, con espressione sarcastica, menestrello pronto a far ridere e pensare, a intrattenere il suo pubblico con una verve che più spesso veniva piuttosto attribuita agli attori teatrali come Dario Fo, che ad un cantautore.




E con questo pot-pourri di elementi, il ventenne nasone milanese si fa conoscere in tutta Italia. Politica, amore, temi sociali legati al suo tempo risorgono nelle canzoni che diventano pian piano non solo il suo repertorio, ma inevitabilmente scavano e si cementificano delle fondamenta della canzone d’autore italiana propriamente detta.


Nel 1959 avviene la prima grande svolta, quando ad uno dei suoi concerti presso il famoso locale Santa Tecla conosce il pittore Sergio Luporini. Uno dipingeva, l’altro aveva ottenuto un discreto successo con il brano Non arrossire, una ballata d’amore che solo lui poteva rendere non banale, arrivando ad ironizzare sulle sue espressioni durante l’esecuzione live a Senza Rete nel 1969. I due, comunque, si legano fraternamente da subito e la loro collaborazione e amicizia ultra trentennale diventerà il motore della macchina che sfornerà una larghissima percentuale dei successi di Giorgio. Il primo brano ufficiale, Suono di corda spezzata, non è altro che il lato B della ben più famosa Ballata del Cerutti. Suonata esclusivamente con chitarra e voce, racconta attraverso la metafora di una corda di chitarra spezzata la nascita e la fine di un amore. Ma siamo ancora agli esordi e dietro l’angolo aspettano i migliori brani che rappresentano la caratura di Gaber.


Tra questi, appunto, la sarcastica Ballata del Cerutti, storia di un malandrino poco scaltro che si ritrova a essere graziato dal giudice. Lo lascerà andare solo dopo averlo redarguito per essere stato colto sul fatto a rubare una lambretta. Una sottile denuncia all’incongruenza del sistema giudiziario, celata dietro la bonarietà e l’ingenuità di Cerutti Gino, sulle note di un accompagnamento abbastanza popolare.


Nel 1980 viene pubblicato quello che probabilmente è il brano più tagliente del suo repertorio. Io se fossi Dio non basa la propria forza sulla musica o sull'accompagnamento davvero minimale, ma prettamente sul significato e sulle espressioni vocali di un Gaber già musicalmente maturo. La sua voce bassa, leggermente nasale (ma molto armonica) che possedeva, intona 14 minuti di pugni nello stomaco, lanciati dalle parole e dalla verve dell’artista milanese. Nel testo, abbastanza colloquiale e satirico, è impossibile non ricordare alcuni passaggi davvero affilati come lame, che colpiscono l’ascoltatore senza pietà.

"Compagni giornalisti avete troppa sete/e non sapete approfittare delle libertà che avete/avete ancora la libertà di pensare/ma quello non lo fate/e in cambio pretendete la libertà di scrivere/e di fotografare. O anche: Io se fossi Dio/dall'alto del mio trono/vedrei che la politica è un mestiere come un altro/e vorrei dire, mi pare Platone/che il politico è sempre meno filosofo/e sempre più coglione".

Non basterebbero un paio di pagine per scavare infondo al significato dei testi di Giorgio, ma è doveroso ricordare due gioielli del repertorio gaberiano: La libertà è considerata la canzone-firma di Gaber e rappresenta una interpretazione del concetto di democrazia diretta diffuso nella fine degli anni ’60 in alcune regioni del nord Italia e che si prefissava l’intento di costruire una società in cui le persone partecipassero alla vita politica della comunità.


La musica cambia tra la strofa e il ritornello, passando rispettivamente da un ritmo sostenuto a uno disteso e lento, permettendo di interpretare il brano come satira in cui tutto ciò che viene detto nella strofa, è poi deriso (e confutato) da un semplice ritornello di quattro versi. In essa Gaber e Luporini toccano i temi della libertà di giudizio dell’uomo (che ha il diritto di votare/E che passa la sua vita a delegare/E nel farsi comandare/Ha trovato la sua nuova libertà), l’utopia del progresso (che si innalza con la propria intelligenza/E che sfida la natura/Con la forza incontrastata della scienza/Con addosso l'entusiasmo/Di spaziare senza limiti nel cosmo/E convinto che la forza del pensiero/Sia la sola libertà) e quella della libertà sociale in quanto essere superiore per natura (sempre libero e vitale/Fa l'amore come fosse un animale/Incosciente come un uomo/Compiaciuto della propria libertà). In poche parole, ci crediamo liberi ma siamo prigionieri della nostra libertà.


L’altra canzone-simbolo (nonché lato A del 45 giri contente anche quella appena sopra) è un brano molto travisato nel suo vero significato: Lo shampoo. Oltre a trasportare genialmente il teatro nella canzone attraverso la descrizione dei dettagli (La schiuma è come una mamma/ che ti carezza la testa/ Una mamma enorme/ una mamma in bianco/ Sciacquo, sciacquo, sciacquo/ Seconda passata…) e a volte con i suoni (il phon), l’intero significato, visto in modo metaforico, svela ben altro che semplicemente un uomo che descrive come si fa uno shampoo: una lavata di testa, ovvero lavaggio del cervello. L’insieme di tutte quelle attività che rappresentano piaceri riempitivi che ci illudono di stare bene, di non correre pericoli, facendoci dimenticare momentaneamente i meccanismi che ci tengono in schiavitù e privandoci del nostro bene più prezioso, ovvero il tempo. In questo insieme rientrano tutte quelle ideologie, incluse quelle religiose, usate come oppio dei popoli per alleviare l’angoscia e il senso di oppressione.

Gaber non è stato, però solo un cantautore.


È entrato nel mondo dello spettacolo anche come presentatore, regista, commediografo e ha scoperto di sapersi muovere molto meglio nell'ambito teatrale proprio frequentando personaggi come Fo, Grassi, Strehler. È stato “preso per mano” tra il ’69 e il ’70 dalla fama di Mina, con la quale ha promosso performance teatrali di clamoroso successo. Questa parentesi gli permise di essere notato proprio da Grassi e Strehler, i quali gli proposero, quasi sicuramente colpiti dallo stile tutto personale che Giorgio sapeva mostrare sul palcoscenico, di dedicarsi al teatro. Non fu una scelta facile per Gaber, che cominciava a sentire l’insufficienza di espressione legata solo al disco e alla televisione, ma di sicuro fu quella vincente perché gli permise di presentarsi per quello che era o che riusciva ad essere senza faticare, in quanto simbolo del suo talento innato: divertire facendo riflettere, ossia lo spettacolo nello spettacolo.


Neanche in questa occasione la coppia vincente Gaber-Luporini si divise, anzi collaborò attivamente alla stesura delle sceneggiature di tutti gli spettacoli che Gaber ha regalato al pubblico e che hanno creato Il Signor G. e il Teatro Canzone. È l’inizio di un modo tutto nuovo di fare teatro.


Da questo momento il target dei due autori si sposta definitivamente sull'impegno civile e sociale e tra le file di sedie si alternano persone di ogni età. Il genio gaberiano fonde musica e teatro in una maniera talmente perfetta, talmente simbiotica, che il tragico, il sentimentale, il sarcasmo, l’ironia, l’introspezione, si alternano e si equilibrano tra loro e reggono lo spettacolo e danno vita a mezzi espressivi nuovi e ad un’analisi sempre più spietata della realtà.


Il Signor G. in questione non sta solo per Gaber, ma anche per Gente, intendendo chiunque potrebbe ritrovarsi nelle vicende raccontate da Giorgio. Il pubblico lo ascolta, si riconosce in quello di cui parla, sorride e pensa…  Si immedesima nel Signor G., borghese che cerca di cambiarsi, di allontanarsi dalla classe in cui è nato, scrollandosi di dosso le sue ipocrisie per trovare un posto nella società.

“Io non faccio satira politica, mi occupo della vita collettiva” era quello che diceva a chi gli domandasse dei suoi spettacoli. Eppure le parole di Gaber non portano che in una direzione, la stessa che, a distanza di decenni, ancora ci rifiutiamo di seguire.


Alessio De Luca

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