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Essay | Nella mia ora di libertà:Lucio Battista e il suo controriformismo musicale

Aggiornato il: 30 nov 2019

Lo sperimentatore che ha rivoluzionato la musica cantautoriale italiano


L'amore è un gesto pazzo come rompere /

una noce con il mento sopra il cuore.” (Però il rinoceronte, 1992)


Quanti novelli chitarristi si sono prima o poi ritrovati in mezzo ad un gruppo di persone festose su una spiaggia, in una gita, in una festa, ad’una ricorrenza particolare, a strimpellare i quattro accordi che conoscevano per passare le ore a cantare in coro? Molti di loro si sono accontentati di conoscere le basi di come suonare una canzone, rinunciando malgrado a diventare dei nuovi Santana della loro generazione e pertanto hanno dovuto fare affidamento su canzoni alla portata di tutti, orecchiabili, cantabili da tutti, non complesse nell'esecuzione ma efficaci nel contenuto e soprattutto evocative. Chiunque abbia deciso, dunque, di intraprendere un’esperienza del genere, non può non aver suonato almeno una volta una canzone di Lucio Battisti.


Il dominatore incontrastato delle schitarrate tra amici, che tutt'oggi con le sue canzoni continua ad emozionare, a raccogliete proseliti tra le file di ragazzi più appartenenti a gioventù assai recenti della sua e a rimarcare il segno indelebile che la sua opera ha lasciato nel panorama cantautoriale italiano.


Lucio Battisti non è solo un’icona: rappresenta l’essenza di come arrivare all'ascoltatore efficacemente e nel modo più facile e rapido possibile. Ora, scrivere di Battisti in una rubrica di cantautorato italiano è un po’ ovvio (vista la mole di reportage, libri, saggi, monografie di cui brulicano le librerie), obbligato (per quanto detto sopra) e al tempo stesso pericoloso per via della facilità con cui si potrebbe deludere chi in lui ha praticamente costruito la casa dei ricordi della sua vita. È innegabile che molti (incluso chi scrive) colleghino una canzone del duo Battisti-Mogol a momenti importanti della loro esistenza.


Il giovanissimo Lucio Battisti vede i natali nell'area del Reatino, precisamente a Poggio Bustone, il giorno immediatamente successivo alla nascita del collega Lucio Dalla (con il quale condivide anche il nome), ossia il 5 marzo 1943. Assai introverso in gioventù, viso da bravo ragazzo che però non scende a compromessi facilmente, carattere un po’ difficile, borioso, voce abbastanza generica, seppur dal timbro molto caratteristico, acuta e squillante e un notevole, a dir poco inusuale, orecchio musicale. La chitarra diventa il primo amore durante l’infanzia, poi l’incantesimo si rompe per un periodo per tornare a pulsare a 18 anni, divenendo il cuore della sua opera.


La leggenda narra che il padre Alfiero, addirittura, la frantumò sulla sua testa proprio perché trascurava gli studi da perito e che Lucio sarebbe sceso a compromesso con il genitore per farsi firmare l’esenzione alla leva militare a patto che fosse diventato un perito elettrotecnico.


È ovviamente una leggenda (la chitarra esiste ancora oggi nella casa di un collezionista), ma aiuta a comprendere il rapporto difficile che Lucio ebbe per intraprendere quella che sarebbe diventata la sua carriera musicale. È proprio intorno a quell'età che è stato scoperto e avviato alla musica da Giulio Zampa, leader de I Mattatori, una band di musica da ballo che cercava un chitarrista perché il loro aveva comunicato di voler lasciare il gruppo. Zampa si armò di pazienza e sotto suggerimento di terzi andò a prenderlo direttamente a Poggio Bustone. Sua madre Dea inizialmente non voleva lasciarlo andare in quanto le acque erano state già mosse per farlo entrare come elettrotecnico di ascensori in una ditta subito dopo il diploma. Battisti, però, si oppose e l'ebbe vinta. Si trasferì a Napoli, dove provava con il suo nuovo gruppo e suonava, ma non aveva il coraggio di cantare.


Zampa testimonierà in seguito che gli lasciava il palco, a fine serata e a locale mezzo vuoto, per cantare (ovviamente accompagnandosi con la sua chitarra) Georgia on my mind di Ray Charles, provocando le lamentele dei camerieri a cui quel timbro vocale proprio non piaceva. Lucio, però, non si è mai fatto intimorire dalle critiche alla sua voce, soprattutto quando i numeri di vendita dicevano l’opposto. Dopo l’esperienza con I Mattatori, si trasferì prima a Roma, suonando con I Satiri e poi con I Campioni grazie a Roby Matano che lo scelse e lo portò a Milano. È nel 1965 che avviene la svolta: Lucio, grazie alla cacciatrice di talenti della Ricordi Christine Leroux, incontra quello che diventerà il suo compagno di viaggio cantautoriale per eccellenza: Giulio Rapetti in arte Mogol.


Il famosissimo sodalizio Mogol-Battisti rappresenterà la colonna portante di quasi la totalità della sua produzione musicale, con una formula ben definita: il paroliere Mogol che adatta i versi alle creazioni musicali del chitarrista Battisti, estrapolandoli dalle confusionarie descrizioni di quest’ultimo sul tema da affrontare. È noto, però, che il dialogo, seppur complicato, ha sempre funzionato alla grande.


Il sodalizio ha regalato alla storia musicale italiana gioielli di indescrivibile calibro cantautoriale, talmente tanti e talmente ben fatti che, non solo sarebbe impossibile discuterli tutti in un articolo, ma che portarono il cantautore reatino al primo posto in classifica di vendita per ben nove anni tra il 1969 e il 1980. Nel 1973, addirittura, Battisti si ritrova ad avere due dischi contemporaneamente (Il mio canto libero e Il nostro caro angelo) al primo e al secondo posto della chart musicale, distanziando anche Elton John e i Pink Floyd con il loro capolavoro The dark side of the moon. È ormai noto che il duo funziona. La carriera da cantante, però comincia ufficialmente nel 1966, quando, spinto da Mogol con non pochi intoppi, Lucio si fa convincere ad incidere il suo primo singolo, Adesso sì. Il brano sarà dato al giovanissimo Sergio Endrigo per partecipare al Festival di Sanremo.



A detta dello stesso Battisti, quello che si può considerare il primo vero singolo è Per una lira, brano accattivante e fortemente innovativo per l’epoca, che riscosse un tiepido successo. Nel frattempo Lucio si dà da fare alla grande. Il sodalizio con Mogol si stava rodando, ma cominciava a sfornare brani che sarebbero divenuti cavalli di battaglia per tanti altri interpreti italiani: anzitutto, Mina (Insieme ed Io e te da soli), poi Patty Pravo (Il Paradiso, unico caso di “cover della cover” de Il paradiso della vita), Equipe 84 (29 Settembre) ed ancora Rino Gaetano, I Camaleonti, Adriano Pappalardo, Bruno Lauzi, I Formula 3, Johnny Dorelli e molti altri. nel 1968 Lucio viene anche “corteggiato” dai produttori dei Beatles attraverso Paul McCartney mentre si trova a Londra, ma rifiuta un contratto milionario perché riteneva eccessivo il 25% dei diritti d’autore da versare ai produttori…


Nel ‘71 arriva a fondare una casa discografica con Mogol ed altri (la Numero Uno). Sul piano di competizioni canore, dopo essere apparso due volte come autore al famigerato Festival di Sanremo, Lucio decide di metterci la faccia: nel 1969 presenta uno dei suoi cavalli di battaglia, Un’avventura, che gli regala solo il nono posto in classifica. La struttura della celeberrima canzone è già palese evidenza dell’innovazione di questo ragazzo dalla voce molto unica, sempre sul filo del limite del calante (Natalia Aspesi la criticò duramente, parlando di «chiodi che gli stridono in gola») e dall'apparenza timida e anticonformista (capelli ricci crespi e immancabile fazzoletto alla gola che gli permetteva, a detta sua, di non sporcarsi il colletto della camicia).


Il brano è composto da due parti: i primi 50 secondi melodici, più moderati, in cui Lucio si “distende” sulle vocali finali e il resto con un ritmo molto acceso e molti stacchi che danno l’opportunità al cantante di introdurre il ritornello prima della musica (cosa già abbastanza inusuale per l’epoca). Da notare nelle registrazioni di quella sera, come Lucio fosse abbastanza timido all'inizio, tanto da sbagliare l’attacco tra la parte lenta e quella veloce, ma come abbia poi concluso il brano, accompagnandosi con un battito di mani e coinvolgendo l’intero coro e l’intera platea.


Dopo Sanremo, precisamente nel 1971, viene pubblicato un singolo cardine di Battisti. Cardine perché La canzone del sole è di sicuro una delle più gettonate nei famosi falò con chitarra di cui parlavamo all'inizio, data la semplicità di esecuzione con tre soli accordi. Il lato B del singolo, però, è un gioiello spesso ignorato della sua discografia. Anche per te, a differenza di ciò che molti credono, è una ballata al pianoforte che parla della solitudine e dell’emarginazione viste (e vissute) dal mondo femminile.


Tre donne convivono nella stessa epoca, hanno fatto scelte sbagliate che le hanno portate all'isolamento e alla solitudine, ma non si conoscono. L’una è una suora, che si alza al mattino presto, prepara un caffè e inizia a pregare, pensando “al mondo così lontano” che l’ha emarginata. L’altra è una prostituta, che lascia i soldi al suo protettore che dorme e torna a “dare ancora un po’ d’amore a chi non sa che farne”. L’ultima è una ragazza madre, lasciata dal suo uomo che “trema nel guardare un uomo e vive di rimpianto” per aver commesso lo sbaglio di essersi data a chi non lo meritava. In tutto questo il narratore (in questo caso appunto Mogol) vorrebbe consolarle, aiutarle, ma si trova di fronte all'impotenza di farlo e ne soffre.


Lo stesso anno, un altro diamante viene pubblicato dal duo Battisti-Mogol. È la rivoluzione della canzone melodica italiana, una sperimentazione come mai prima quel momento, primo singolo più venduto del 1971 (14 settimane in Hit-parade, record ineguagliato). Pensieri e parole (di cui esiste anche una versione più lunga con coda orchestrale di Gian Piero Reverberi) è il risultato di due melodie prima cantate singolarmente e poi intrecciate. Battisti fa uso per la prima volta nella canzone italiana del dubbing, ossia il tenere separate due piste audio dove un uomo parla del suo presente mentre riaffiorano i ricordi del suo passato. Due testi in uno, quindi, in cui riaffiora indirettamente proprio il passato di Battisti quando da bambino, deriso dai coetanei per il suo leggero sovrappeso, si ritirava a giocare da solo nella sua stanza dal soffitto fatto di assi (Che ne sai di un bambino che rubava/ e soltanto nel buio giocava/ e del sole che trafigge i solai che ne sai)


Arriva il momento di scrollarsi di dosso l’immagine che i discografici hanno cercato di dargli e, dopo un disco scritto con la moglie dal titolo E già (1982), inizia ufficialmente la collaborazione con il paroliere Pasquale Panella, che lo porta alle vette del minimalismo. Il periodo bianco, così chiamato per via del colore delle copertine dei cinque dischi scritti con Panella, è lo stato più minimalista e dalla sperimentazione spinta di Lucio. I testi sono molto ermetici, la musica è pesantemente contaminata da sintetizzatori e dall'elettronica, ma la voce è più rilassata, e sicura di sé, segno che stesse facendo ciò che davvero sentiva di fare.


Pubblica pezzi come Don Giovanni in cui specifica implicitamente il motivo dell’addio alle scene (che ozio nella turneé/di mai più tornare/ nell'intronata routine/ del cantar leggero/ l’amore sul serio/ e scrivi/ che non esisto quaggiù) e in cui il personaggio si descrive come uno sciupafemmine pronto a tutto per avere la sua preda (le ragazze) riuscendo, con arte recitativa, ad illuderle e mostrarle ciò che vuole. Realizza, però, le sue incertezze in amore (non penso/ quindi tu sei), il “cogito ergo sum” di Cartesio viene totalmente ribaltato come a dire “se ho smesso di ragionare vuol dire che sono perso dentro di te e che, quindi, ti amo”.


Un cantautore e sperimentatore come Battisti ha, quindi, decisamente segnato un’epoca e lo continua a fare anche dopo la sua scomparsa. Le sue canzoni parlano (a modo suo) per lo più di quel mondo che interessa chiunque: l’amore espresso in ogni sfaccettatura, forma e condizione. Ogni volta che una vera e struggente storia d'amore finisce per cause non dipendenti dalla volontà diretta della coppia, è come se Lucio Battisti morisse un'altra volta, poiché i suoi brani, anche quelli più tristi, celavano l'innocente desiderio di vivere un amore capace di resistere al tempo e agli eventi.


Alessio De Luca

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