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Essay | Nella mia ora di libertà: Lucio, il giullare della canzone

Aggiornato il: 30 nov 2019

Dalla musica jazz al vivere attraverso le canzoni

"… ed esserci, ed essere/ dentro di te e in ogni momento/difenderti, difenderti anche da me … e perdonami/ se non sarò come vorrai/perdonami, perdonami/ ma ti stringerò come nessuno farà mai." (Lá, 1999).

Quanti di noi si saranno trovati nella loro vita a provare sentimenti contraddittori, a non saper che fare di fronte a situazioni che parevano insormontabili. I versi di questo brano poco conosciuto di Lucio Dalla, tratto dall'album Ciao, sono la dimostrazione di questi sentimenti, messi insieme dal grande cantautore bolognese, in vita spesso troppo sottovalutato, ma che ha saputo dare un grande supporto alla musica italiana.


Lui stesso ha raccontato che molte delle serate dei suoi esordi finivano con pomodori e ortaggi lanciati dal pubblico sul palco dove si esibiva. Dopo anni di carriere, neanche l’ultimo album di inediti Angoli di cielo, rilasciato prima che ci lasciasse, ha superato la soglia del diciottesimo posto in classifica, sebbene fosse già noto al grande pubblico. Ma Lucio, in realtà, non è mai passato di moda: ha sempre camminato nella stessa direzione, ma parallelamente ad essa.

Gli esordi con la musica risalgono a Lucio sedicenne, l’adolescente che suonava il clarinetto nel gruppo jazz Rheno Dixeland Band.


Già a quei tempi mostrava un talento spiccato per la musica, tanto che Pupi Avati, suo compagno nella band, ha confessato che avrebbe voluto farlo cadere dalle scale per l’invidia che provava nei confronti delle sue abilità. Ma il Lucio Dalla come lo ricordiamo tarderà ad arrivare. Scoperto e “costretto” alla carriera solista da Gino Paoli durante il Cantagiro del ‘63, quando Lucio era clarinettista de I Flipper, è stato senza ombra di dubbio un surrealista della canzone italiana e dell’arte intesa in ogni sua forma. Da jazzista a compositore, da paroliere a cantautore, da produttore ad attore (ha recitato in quindici film), regista poi scrittore, docente universitario (in Tecniche e linguaggi pubblicitari all'Università di Urbino), senza risparmiarsi la scoperta di nuovi talenti italiani (Ron e gli Stadio prima di tutti, ma anche Luca Carboni, Rino Gaetano, Samuele Bersani).


Sebbene non abbia mai potuto contare sull'impatto estetico, la sua ecletticità, il suo essere istrionico in tutti questi campi artistici lo ha sempre valorizzato. Memorabile la presentazione di un suo cavallo di battaglia, Caruso, di fronte ad un pubblico di carcerati ad Avellino, che ne chiesero il bis nonostante non l’avessero mai ascoltata prima. Si stimano più di nove milioni di copie in tutto il mondo, sancendola come la canzone italiana più venduta di sempre. Segno, questo, della potenza che i giochi di parole di Lucio possedevano. Il sodalizio con Roversi fino al ’77 ha giocato un ruolo importantissimo nel suo repertorio, sollevando a poesia molti dei suoi testi che, al contrario, sarebbero dovuti passare come banale musica d’intrattenimento per fare breccia nelle volontà degli ascoltatori.


Voleva esprimersi a suo modo, ma al tempo stesso voleva essere accessibile a tutti. Voleva portare la sua musica, ma non riusciva a tenere a bada la sua continua voglia di cambiamento. Sicuramente Dalla è riuscito nel compromesso di regalare canzoni significative, ma al tempo stesso popolari.


È sicuramente il caso di una delle sue canzoni migliori: Anna e Marco. La canzone, nata in una notte e che avrebbe dovuto portare il titolo Sera e un testo totalmente differente, racchiude in sé la redenzione della “gente normale”. Sembra superfluo spiegare la poetica delle parole, che raccontano la storia dei due protagonisti, due anime sole che si ritrovano per casualità. Due individui come tanti, uno di loro addirittura vicino al suicidio, che viene salvato dalla forza dell’incontro, del colpo di fulmine, del ritrovare la propria metà. Impossibile non notare il modo delicato e la facilità con cui Dalla introduce un tema scottante come la depressione, lo lascia passare ed arrivare all'anima con la forza della musica.


Ma Dalla è stato anche un innovatore della musica italiana, come detto precedentemente, un surrealista. Prima e dopo di lui la musica è cambiata, lo si potrebbe quasi considerare un punto di svolta, un confine. Quel suo stile di “fare scat” (che in gergo jazz vuol dire “suonare la voce”) che ha rinnovato lo stile canoro e che molti non hanno mai capito, ma sempre sbeffeggiato in varie parodie. Quel suo modo unico di mettere insieme molte più parole del normale, costruendo frasi che lo costringevano a parlare velocemente.


È il caso di una delle sue canzoni più sorprendenti e futuristiche, quasi da considerare una canzone che deve essere ancora scritta: Come è profondo il mare. Basata unicamente su tre singoli accordi, un riff fischiato difficile da dimenticare e quella che potrebbe sembrare un’accozzaglia di parole si rivela essere una denuncia (nello stile di Dalla, che aveva rotto il sodalizio con Roversi ed era alla sua prima esperienza cantautoriale) contro tutto ciò che afflisse la vita sociale e politica degli anni intorno al ’77 (anno d’uscita dell’omonimo disco).


La canzone, che ha la struttura di una ballata (cioè priva di ritornello ma costituita da una successione di sole strofe), è una carrellata di immagini, un viaggio allegorico in cui ogni parola va collegata ad un pensiero. La bellezza, poi, sta nel fatto che può essere interpretata in modo differente da chiunque. In poche parole, Dalla ci lascia giocare con la fantasia. Analizzando, ad esempio, una delle strofe finali la si potrebbe interpretare come se l’aviatore in questione sia colui che sganciò la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki (Intanto un mistico/Forse un aviatore).


Con la semplice pressione di un bottone, Inventò la commozione/ E rimise d'accordo tutti I belli con i brutti, eliminò la distinzione sociale, ma non senza conseguenze (con qualche danno per i brutti Che si videro consegnare/ Un pezzo di specchio Così da potersi guardare/).

Traspare, quindi, di nuovo il senso di portare argomenti significativi e non facili da trattare in una canzone strutturalmente semplice ed orecchiabile. Solo un genio come Lucio avrebbe potuto giocare con le parole come un giullare. Perché, infondo, lui era questo: un menestrello che si è goduto la vita fino all'ultimo minuto perché non ha mai smesso di guardala con occhio positivo, consapevole che essa è fatta di cose belle e cose meno piacevoli. Un po’ quello che dovremmo ricordarci ascoltando una sua canzone.

Alessio De Luca

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