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Essay | Nella mia ora di libertà: Luigi Tenco, l'esistenzialista ribelle

Aggiornato il: 30 nov 2019

Il sognatore rivoluzionario che ha reinventato la canzone melodica


Io sono uno che sorride di rado...


Oltre 70 canzoni con le quali squarciare il velo di un’Italia macchiata dell’insopportabile conformismo dei due peggiori spauracchi: la Chiesa e la Democrazia Cristiana. Luigi Tenco: un ragazzo nato nel marzo 1938 in Piemonte, a Cassine, già orfano di padre prima di vedere la luce e capace di leggere e scrivere (dio solo sa come!) già all'età di tre anni, viene successivamente trapiantato a Genova, quartiere la Foce, che ha raccolto le radici di grandi nomi del panorama musicale italiano (i fratelli Reverberi, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Gino Paoli Fabrizio De André e tanti altri). Il ragazzo cresce soprattutto intorno al famoso bar Igea, si fa le ossa per i locali suonando prima con un clarino rattoppato alla meglio con gli elastici delle mutande, poi finalmente con il suo strumento prediletto, il sassofono, che diviene quasi un’estensione del suo corpo.


Suona il cool jazz in compagnia dei su citati, future colonne portanti della musica cantautoriale italiana e passa di gruppo in gruppo (gruppi che si formano e si sciolgono alla velocità della luce) ogni volta entusiasmato da una novità. Novità che si spegne appunto molto spesso nel giro di una settimana, non appena ne viene fuori un’altra. Impara a suonare il piano e si fa aiutare dagli amici d’infanzia per conoscere i jazzisti americani, perché non può permettersi di comprare i dischi.  Il ragazzo, però, è un alieno e lo percepisce. Vive di contraddizioni interiori che la mancanza di un padre prima e la scoperta traumatica in tenera età di essere figlio di una relazione extraconiugale dopo, hanno creato. Al tempo stesso distilla ogni momento della sua esistenza combattendo (appena ne ha l’occasione) le ingiustizie sociali nel nome del movimento comunista in cui militerà per quasi (ma non tutta) la sua esistenza.


Sua madre vedova e suo fratello (vero orfano di padre), con i quali porta avanti un’enoteca per vivere, lo spingono a frequentare l’università. Vogliono che diventi un ingegnere e Luigi, sia per non deluderli che per rimandare il servizio militare che odiava tanto, in un primo momento li accontenta. Nel suo cuore, però, non ci sono viti o calcoli matematici, formule o carrucole, bensì le note del jazz di Nat King Cole, la tecnica strumentale del sax alla Paul Desmond e il fascino da ribelle di James Dean che sconvolse gli anni della sua adolescenza. È combattuto, vorrebbe esprimere il suo disagio interiore con la musica, ma non vorrebbe ferire la donna che ha amato di più: sua madre.


Così, comincia ad incidere pezzi con nomi alternativi (Gordon Cliff, Gigi Mai, Dick Ventuno), abbandonando sempre di più l’idea di passare la vita a fare calcoli e applicare le leggi della Fisica. L’unica legge per lui è la musica, sono le note cantate da Brassens, Piaf, Aznavour e le poesie ispirate da Cesare Pavese. Vuole raccontare l’amore a modo suo, come nessuno aveva fatto in quel periodo e vuol denunciare il “bacchettonismo” (si passi il termine) del buoncostume, dei contestatori della cosiddetta generazione dei “capelloni”. Si pone dalla parte di questi ultimi, contro il volere delle istituzioni e il filone degli urlatori capitanato da Claudio Villa con lo spirito goliardico che lo contraddistinguerà fino alla fine.


Tutti alla radio e in TV, alla luce del boom economico, della corsa ai consumi, dell’assaggio del consumismo che avrebbe travolto l’Italia nel giro dei successivi vent'anni, parlano di fiorellini, di farfalle, di violini, di rose. Luigi Tenco ribatte con: Se tu fossi una brava ragazza,/ la ragazza che sognavo d'incontrare,/ probabilmente, ora, invece di volerti bene, sarei altrove,/perché dopo il nostro primo incontro t'avrei lasciata.


Un lessico semplice, diretto, che attinge dal parlato quotidiano, non si cura di fare la rima. In poche parole decisamente inusuale in un’epoca in cui la faceva da padrone Orietta Berti. Eppure Tenco centra il punto. Uno dei suoi amici più stretti era Piero “Litaliano” Ciampi (di cui abbiamo parlato nelle scorse puntate), figura livornese sanguigna ed estrosa di cui ammirava la poetica e che ha sicuramente avuto un effetto sulla sua (all'opposto) personalità introversa che egli stesso descrive in Io sono uno.


La sua generazione inizia a risentire di quell'Esistenzialismo avviato da grandi nomi come Sartre e Brassens, inizia a percepire che dietro quel boom economico e quel consumismo ci sia il vuoto, intuisce un ritorno alla semplicità diretta. Si prenda, per esempio, l’unica canzone del repertorio tenchiano che può essere attribuita totalmente a Luigi: Mi sono innamorato di te/ perché non avevo niente da fare. È stato già detto tutto. Due versi spiegano perfettamente il senso della canzone, lasciando tanto all'immaginazione e il resto è surplus. Una capacità riassuntiva come pochi, oltre quella di arrivare dritto al cuore del discorso nel tempo di una canzone che spesso durava meno di tre minuti.


Tenco è stato consacrato dalle masse ufficialmente con Quando, una ballata alla Nat King Cole cantata con la sua voce calda su un letto di flauti e violini. La si mette su e la mente parte automaticamente ad immaginare uno di quei film in bianco e nero dell’America degli anni ’30 –’40 dove il latin lover di turno recita Quando il mio amore tornerà da me/ nell'aria un violino suonerà/ la musica dolce scenderà nel mio cuore/ed il tempo si fermerà/ solo quando/ il mio amore tornerà da me..


La tecnica di canto di Tenco era anch’essa unica. Era stato molto riluttante nel farsi convincere al passaggio da sassofonista a cantante. Non apparteneva agli urlatori che, al contrario, dovevano dimostrare i frutti dei loro studi canori, ma semplicemente cantava d’istinto (cosa che lo faceva soffrire di improvvisi cali di voce). La particolarità risiedeva nel fatto che arrivasse a suonare la voce, proprio come faceva con il suo sax. Ascoltando le prime registrazioni di Quando, così come Un giorno dopo l’altro o Ho capito che ti amo, è impossibile non notare quel timbro soffiato che deriva proprio dalla tecnica usata per suonare il suo strumento preferito e che regala alla melodia una distensione, un colore che dà l’idea di chi pronuncia le parole mentre pensa ad alta voce. In questo modo, l’intimità del discorso e del tema trattato (ossia le sue pene d’amore) diventano linguaggio universale.


Tenco trapassa la barriera tra lui e l’ascoltatore senza essere costretto a emettere un “do di petto” per farsi ascoltare, ma al contrario quasi sussurrando.

L’amore, però, è per Luigi spesso conflittuale. Il fascino non gli mancava (tant'è che riuscì anche a far perdere la testa a Miss Egitto 1954, in arte Dalida), né tanto meno la verve e la simpatia. Chiunque l’abbia conosciuto, ha poi dichiarato che è sempre stata una persona abbastanza riservata con chi non conosceva, ma alla mano e spiritosa quando era nel contesto a lui sicuro. Un barzellettiere, un imitatore, una di quelle che si gode il momento e che ha i suoi momenti no, ma di certo non un depresso.


Nonostante questo, in lui albergava questa natura da Dottor Jekyll & Mister Hyde più evidente che in chiunque altro, che se da un lato gli permetteva di esprimersi come lo possiamo sentire nelle canzoni, dall'altra lo rendeva spesso succube inconsapevole delle donne. In poche parole, Luigi si innamorava facilmente e le donne, invece, trovavano ammaliante quel fascino misterioso, ma erano piene di sé stesse, rimanevano nelle convenzioni e troppo sulle loro, cosa che lo colpiva spesso più di un pugno in pieno viso perché toccavano la sua spiccata sensibilità.


Nonostante ciò, non ha mai smesso di narrare l’amore nelle sue canzoni. Ne sono testimoni lampanti frasi quali: Uno di questi giorni ti sposerò/ Stai tranquilla/ Così la smetterai di rinfacciarmi/ quello che dice il mondo. Oppure Io sì/ che t’avrei insegnato/ qualcosa dell’amore/ che per lui è peccato./ Io sì,/ t’avrei fatto sapere/ quante cose tu hai/ che mi fanno impazzire./ Ma ormai...


Linguaggio assai scabroso per l’epoca e di certo non il genere di argomenti che la RAI poteva passare via etere. Ancora una volta, inoltre, proprio da un Ma ormai…, Tenco riesce, tramite quell'Esistenzialismo a cui si accennava, a far intendere la delusione che tante parole precedenti non suggeriscono.



Non si salva la scuola, non si salva lo Stato, né tanto meno la Chiesa nelle tre strofe che la compongono (Egregio sindaco/ m’hanno detto che un giorno/ tu gridavi alla gente/ Vincere o morire!/ Ora vorrei sapere come mai/ vinto non hai eppure non sei morto/ e al posto tuo e morta tanta gente/ che non voleva né vincere né morire). Testo dal tono sarcastico e graffiante con cui Luigi smaschera l’ipocrisia che alberga tra le istituzioni, di coloro che divulgano la parità solo a parole e falliscono nel ruolo principale di insegnanti. Proprio prima del 1967 compose quelle che sono forse le canzoni più mature e più riuscite, a intendere la canzone come strumento per cercare di cambiare le cose e non solo descrivere le emozioni fine a se stesse: Prete in automobile, Vita sociale, Vita familiare e soprattutto Giornali femminili e Ballata della moda, oltre ad anticipare quello che sarebbe accaduto nel famoso ’68, sono quanto mai attuali e rappresentano letteralmente (ed essenzialmente!) selciate in viso alla società: si parla degli intoccabili in saio, di corruzione delle istituzioni, di sessismo e addirittura di divorzio (che all'epoca non era ancora regolamentato).


Il linguaggio è colloquiale, diretto e semplice, intercalato anche da toni recitativi a ricordare vagamente lo stile di Modugno, dimostrando che il ragazzo stava diventando un artista, stava crescendo, non certo in termini di problemi sociali in quanto era noto a tutti quanto Tenco fosse sensibile a certi argomenti, bensì in termini compositivi. Non a caso, dopo aver ricevuto una proposta nientepopodimeno che da Mina, il suo obiettivo pareva essere quello di fare un passo nelle seconde file e assumere il ruolo di autore e strumentista, piuttosto che di cantautore.

Rovistando in quelle più di 70 canzoni, bisognerebbe aggiungere una categoria alle due già disquisite: quella legata all'aspetto filosofico, a quei pensieri che sicuramente in certi momenti si affollavano nella mente di Tenco.


Una vita inutile (1961) è (per chi scrive) l’emblema del significato dell’esistenza. Tre strofe, tre suggerimenti al ragazzo Tenco da tre persone che vedono la vita in modo diverso: l’imprenditore secondo cui il senso della vita risiede nel divenire qualcuno, il poeta che afferma quanto sia importante cercare di capire il mondo per dare un significato all'esistenza e l’uomo risoluto che guarda il mare, suggerendo di essere ciò che si vuole essere. Quasi a voler ribadire, nel suo stile esistenzialista, che anche in questo caso la soluzione è semplicissima e come non serva diventare qualcuno o saper poetare per non rendere la propria vita inutile. Un pensiero ottimista, che non sembra affatto appartenere ad una persona afflitta o depressa.


Tuttavia, le sue ultime canzoni, inclusa la famosa Ciao amore, ciao che gli permise di partecipare a Sanremo in coppia con Dalida e che fu costretto a modificare nel testo perché la censura ancora una volta lo ritenne troppo antimilitarista (il titolo originale era Li vidi tornare e narrava di un bambino che sognava di incontrare, in un campo di grano, alcuni soldati morti in guerra ed una terza versione, invece, affrontava lo stesso tema di quella presentata a Sanremo), dimostrano che Luigi Tenco era decisamente troppo avanti per i tempi che gli erano toccati. Era avanti intellettualmente, musicalmente e soprattutto, quando intingeva le mani nel sociale, era in grado di diventare di un attuale che lascia sbalorditi.



Appariva ai giovani come un profeta, ma in realtà scriveva quel che scriveva inconsapevolmente, dava sfogo ad una sua necessità, a un suo malessere, che per una persona attenta a ciò che la circonda, che guarda alle cose con intelligenza, non poteva che tramutarsi in preveggenza. Nessuno potrebbe negare che i temi trattati da lui non siano quantomeno attuali. In Ciao amore, ciao aveva scelto di parlare di un ragazzo costretto a lasciare la sua terra ed emigrare. Si vuol negare che questo fenomeno sia quanto meno attuale?


Alessio De Luca


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