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Essay | Nella mia ora di libertà: Massimo Bubola, l'artigiano della parola

Aggiornato il: 30 nov 2019

Come la parola può salvare l’uomo e l’artista


Avrei voluto diventare Dostoevskij per curvare le parole… (Dostoevskij)


La canzone d’autore rappresenta da tempo un orgoglio culturale, sviluppatosi in modo importante prettamente in Italia e Francia. Molti personaggi di questo mondo sono noti e ci regalano o ci hanno lasciato un ricco patrimonio artistico con le loro canzoni. Quello che molti ignorano è il fatto che, dietro queste colonne portanti della musica cantautoriale (alcune delle quali abbiamo parlato negli scorsi articoli) esistano figure talentuose che contribuiscono in modo rilevante alla creazione di alcuni dei loro gioielli musicali.


Tra costoro, senza ombra di dubbio, molti potrebbero annoverare Massimo Bubola, che ha dato e continua a dare molto al cantautorato italiano. Veneto di nascita, rappresenta indubbiamente uno dei massimi esponenti di questo filone. Probabilmente i più attenti ricollegheranno questo nome a quello di tanti altri della musica italiana: in primis Fabrizio De Andrè, senza disdegnare Fiorella Mannoia, Mauro Pagani, Mia Martini, Grazia Di Michele e tanti altri.


Arrangiatore, cantante, scrittore, ma soprattutto autore, Bubola racchiude in sé il mondo delle pietre miliari del folk-rock statunitense quali Bob Dylan e Leonard Cohen, ma rielabora, nella sua produzione, il genere, attingendo dalla tradizione folkloristica italiana ed in particolare del suo Veneto e reinterpretandolo alla luce delle esigenze del mercato discografico italiano della fine degli anni ’70. Il risultato sono più di 300 canzoni e venti album in una carriera di più di quarant'anni.


Se ci fermiamo a pensare a una così vasta produzione artistica, è possibile rendersi conto quanto questo contributo sia decisamente non indifferente per un singolo cantautore. Ascoltando i primi brani tratti da Marabel, secondo lavoro discografico ufficiale di Bubola prodotto da Antonello Venditti, è difficile non notare i richiami al folk-rock di Dylan della metà degli anni ’60 o dei cantautori nostrani. La title-track apre il disco con un ritmo incalzante e tipico del rock degli anni precedenti e sorprende nonostante l’età. Non serve cambiare album per passare ad un suono alla De Gregori ed infatti la traccia successiva La strada (tre carte), riporta alla mente le sonorità caratteristiche del Principe.


Non sarebbe giusto, però, affermare che Massimo Bubola non abbia un suo stile, tutt'altro! All'epoca l’Italia era digiuna non certo del sound dylaniano, bensì del connubio tra rock e poesia. C’era De André, c’era Vecchioni e tanti altri che portavano avanti il “rock poetico”, ma tanti avevano alle spalle la presenza di Massimo Bubola, il fautore più importante di questo connubio.

Egli racchiude in sé la poetica che ebbe modo di mostrare tramite altri artisti, ma la applica ad un sound ribelle, che ben si presta alla denuncia morale e il risultato è, appunto, uno stile unico. È il caso, ad esempio, di una delle canzoni meno ascoltate ma probabilmente più intense del suo repertorio. Bubola ha parlato dello sterminio dei Pellerossa americani con Fiume Sand Creek, ma è rimasto sul tema con la canzone Colline nere del 2008: Non andrò in un'altra terra oltre le colline nere/ anche se in questa terra io vorrei morire/ quando scenderò al tramonto la mia testa sarà alta/ le mie ossa d'ossidiana saliranno un'altra sponda/ vecchie lacrime nere resterete da sole/ questo sembra un bel giorno per poter morire. “Ossa d’ossidiana”: quanti avrebbero utilizzato queste parole per vendere dischi? Quanti lo farebbero oggi?


I versi struggenti sembrano la lettera d’addio di un guerriero Pellerossa pronto a difendere le colline aurifere che si trovavano in territorio indiano e che vennero invase dai bianchi e difese dai nativi americani, rappresentando la premessa del massacro di Fiume Sand Creek. L’arrangiamento è minimale e lascia spazio all'ascoltatore di assaporare il significato del brano. In questo modo la poetica di Bubola traspare vivida in ogni frase, accompagnata dal timbro caldo che caratterizza la sua vocalità e che dona al momento narrato un sapore malinconico e una voglia di riscatto, permettendo di immedesimarsi nei pensieri del Pellerossa che medita l’estremo sacrificio, disposto a tutto per difendere la sua gente e la sua terra.


Uno degli argomenti preferiti di Bubola sono, però, le canzoni legate alla Prima Guerra Mondiale. A giudicare dalla mole di opere pubblicate a suo nome, il tema ha profondamente segnato il cantautore veneto, sin dalla tenera età. Suo nonno fu arruolato nelle file dell’esercito italiano. Come lui, ragazzi appena svezzati che si ritrovavano a sparare a gente che non conoscevano con un fucile tra le mani al posto del badile o della penna. Giovani con una divisa, ma con la musica nel cuore, musica che spesso li aiutava a superare quegli atroci momenti.


E proprio sui campi di battaglia nacquero molte delle canzoni che suo nonno cantava, che tramandò a suo nipote e che non riusciva a finire di cantare quando la voce gli si spezzava dalla commozione dei ricordi a cui esse erano legate. Alcuni dei suoi ultimi lavori (Quel lungo treno, Il testamento del capitano) e addirittura un libro (Ballata senza nome) sono stati completamente incentrati sui temi bellici del primo conflitto mondiale, trasudando le emozioni di quegli anni, le speranze, le atrocità cui la gente fu costretta a partecipare vedendo i propri sogni morire sotto le bombe e i proiettili. Basta ascoltare ad esempio Neve su neve, tratta da Il testamento del capitano, per immergersi nell’atmosfera che poteva vivere uno di questi ragazzi.


E viene da chiedersi quale guerra sia veramente necessaria o si sia mai dimostrata veramente giusta al punto da restituirci un mondo migliore? Quale guerra abbia giustificato il sacrificio di “alcuni” per il “bene” di tutto il mondo? Anche se alcune tracce di questi album sono ri-arrangiamenti, Bubola compie un piccolo miracolo e ce le restituisce sotto tutt'altra veste, rinnovata, fresca e convincente. Insomma, non è difficile, per chi sa farlo, apprezzare la poetica di Bubola ascoltando le sue opere.


Questo artigiano che curva la parola a favore dell’ascoltatore e dell’arte così come spiega in Dostoevskij (di cui sono stati presentati alcuni versi in apertura). Stavolta il sound si sposta verso sfumature alla Fossati, folk melodico che contorna delle liriche incredibili incentrate sulla forza della Parola, strumento che è alla base del lavoro dello scrittore, del poeta, ma anche del giornalista e del cantautore. Indipendentemente dal ruolo, chi utilizza la parola si sforza di trovare il legame tra sonorità del significante e del significato. In questo modo l’autore diventa artigiano, colui che deve curvare le parole per mostrare i sentimenti.


Lui che in questo modo insegna che Le cose più importanti come sempre/ noi le diciamo senza voce, che non serve urlare perché le emozioni si fanno capire anche se sussurrate, fino a perdersi in un bicchiere e ritrovarsi in un naufragio. In poche parole, Bubola ci sta dicendo che l’arte non deve essere ridotta a meri criteri oggettivi, non deve diventare sport in cui quello che conta è la classifica, l’essere famosi, l’apparire. Cosa che, basta guardarsi intorno, accade sempre più spesso.


Alessio De Luca

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