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Essay | Nella mia ora di libertà: Nicola di Bari una voce impastata di sabbia e di mare.

Aggiornato il: 30 nov 2019

Il ragazzo di provincia che ha conquistato l’Italia e non solo…

Un raggio di speranza che cos'è La voglia di morire che cos'è Un uomo molte cose non le sa Le scopre mentre vive la sua età (Un uomo molte cose non le sa, 1971).


Siamo in provincia di Foggia, precisamente a Zapponeta. È il 29 Settembre, festa del patrono della città. Un gruppo di adolescenti si aggira tra le bancarelle di dolci, giostre, tiro a segno. Tra loro ce n’è uno, Michele, che si impietosisce nel vedere un mercante che stenta a vendere il suo gelato artigianale. Tra tutti è quello che ha la voce non abbastanza forte per farsi notare. Il ragazzo domanda spiegazioni e la risposta del venditore (quasi con le lacrime agli occhi) è che nessuno si accorge di lui.


Michele non se la sente di restare con le mani in mano, afferra il megafono e inizia a richiamare l’attenzione dei paesani, facendo pubblicità al mercante. Gli amici, che conoscono la sua voce cavernosa e ruvida, lo incitano a cantare come spesso Michele fa durante la ricreazione a scuola e lui, forse per gioco, comincia a cantare. La gente si raduna intorno a lui, che vorrebbe smettere, ma la folla applaude, chiede altre canzoni e lo incita a continuare. Nel mentre, il commerciante ha venduto tutti i suoi gelati. Michele torna a casa e non riesce a smettere di pensare a quanto è successo. Ha un’illuminazione: vuol diventare un cantante.


Tenta alcuni concorsi canori locali finché non incontra i Fratelli Principe, due fisarmonicisti che lo arruolano nel loro tour sul Lago Maggiore. Non sa bene come dirlo al padre, agricoltore che per lui ha fatto sacrifici in modo che potesse studiare, diventare un avvocato, ma trova il coraggio e gli comunica che si trasferirà a Milano, centro nevralgico di tutte le maggiori case discografiche italiane, per tentare la carriera da cantante. Una volta sul posto deve arrangiarsi a fare lavori saltuari come il muratore, il manovale. I suoi colleghi, lo ascoltano cantare e lo invogliano a continuare. Michele inizia ad esibirsi nei locali del posto e intanto, nella Galleria del Corso, viene a contatto con Tenco, I fratelli Reverberi e tanti altri. Con questa full immersion nel mondo del cantautorato, si lascia andare ad altre partecipazioni a concorsi canori: è il caso, ad esempio, del concorso Voci e volti della fortuna (che sarebbe poi diventato il più famoso Canzonissima).


Nel 1960 si dedica totalmente alla professione di cantante e acquisisce il nome d’arte di Nicola di Bari, in onore al Santo celebrato nel capoluogo pugliese. Ma l’inizio è ancora tiepido: Michele cerca di farsi notare con canzoni che non sono alla sua altezza. Il timbro vocale lo aiuta a distinguersi, ma la qualità della musica ancora non basta per portarlo nell'Olimpo della musica italiana. I primi timidi brani sono Piano…pianino e Perché te ne vai (prodotta da Tony Dallara). Tuttavia Piano…pianino, pur con la sua semplicità armonica e testuale, gli permette di vincere un concorso e continuare a lavorare come manovale ed esibirsi allo stesso tempo nei locali milanesi, finché si fa notare da Walter Guertler e firma un contratto per la casa discografica Jolly.


La consacrazione arriva nel 1964, quando Michele partecipa al Cantagiro con Amore torna a casa, una ballata spassionata, che mette moltissimo in risalto il timbro vocale ruvido e vibrante del Nicola di Bari che si presenta ufficialmente all'Italia. L’invocazione di un uomo disperato alla donna che lo ha lasciato. Ascoltandola si potrebbe quasi immaginarlo in piedi per strada, sotto la finestra della sua amata, mentre le chiede di tornare da lui (“Amore ti prego/ ritorna a casa/ ho paura del mondo/ senza di te.”).

Era inevitabile che un tema del genere si sposasse perfettamente alla voce di Michele ed alla verve che mette nell'interpretare il brano. Gli anni tra il 1968 e il 1975 sono quelli degli effetti della beat generation, della protesta giovanile. Michele potrebbe seguirne la scia, ma sceglie di continuare a cantar l’amore e le emozioni umane, brani che vezzeggiano il cuore. Oramai la sua carriera è decollata. Arrivano una serie di successi dalle due rinomate vetrine musicali che l’Italia ha da offrire: Canzonissima e il Festival di Sanremo.


Vincere queste due manifestazioni voleva dire avere una visibilità incredibile, manovrare indirettamente i gusti della gente e acquisire notorietà. Nel 1965 Michele si presenta in coppia con Gene Pitney ed interpreta Amici miei, esplosivo brano rockeggiante, accompagnato dal tappeto di violini dell’orchestra sanremese che esalta la sua grinta. Torna a Sanremo anche gli anni successivi sia in coppia con Gene Pitney (nel 1966 con Lei mi aspetta e nel 1967 con Guardati le spalle) che con Nada (nel 1971 con Il cuore è uno zingaro con la quale ottiene la prima vittoria alla kermesse), ma anche da solo (l’anno successivo con I giorni dell’Arcobaleno, altro primo posto a Sanremo e nel 1974 con Il matto del villaggio).  Queste vittorie sono intervallate regolarmente da quelle di Canzonissima (l’hit Chitarra suona più piano, nel 1972, batte in extremis con il primo posto uno smagliante Massimo Ranieri).


Il ragazzo di Zapponeta, però, ha dovuto stringere i denti in varie occasioni per ottenere questi riconoscimenti. Nel 1967, con Guardati le spalle Michele ha una doppia delusione: il brano non ottiene il successo atteso e, nel polverone mediatico che si sviluppa, il giovane cantante pugliese perde il suo amico Luigi Tenco, al quale deciderà di dedicare nel ’71 una raccolta di suoi brani reinterpretati con la sua voce. Nel 1970 un’altra delusione: Michele sfiora la vittoria con quella che diventerà a tutti gli effetti il suo cavallo di battaglia. In coppia con i Ricchi & Poveri, canta La prima cosa bella, brano a lui molto caro, scritto nel testo da Mogol e musicato da lui stesso. Addirittura Lucio Battisti, quando lo ascoltò,  volle metterci del suo durante l’incisione, suonando la chitarra e partecipando ai cori. È questo un brano a cui Michele ha lavorato pazientemente ispirandosi alla nascita del primo figlio e che inaspettatamente gli regala solo il secondo posto dietro la coppia Celentano-Mori con Chi non lavora non fa l’amore. Sarà il pubblico a decretarlo il vincitore morale, premiandolo con il primo posto nella classifica dei 45 giri più venduti d’Italia.


Quando gli veniva chiesto cosa ne pensasse degli anni ’60, Michele rispondeva che era stato un periodo molto florido per la musica italiana, che veniva facilmente venduta anche all’estero. Essa inoltre rifletteva la voglia di rifiorire, di rinascere. I produttori investivano sulle nuove proposte e i parolieri erano ispirati. “Poi, - continua Michele - con l'arrivo della rivoluzione del '68 e dei profondi mutamenti nella società, di riflesso si è visto anche un cambiamento nella musica: noi interpreti e compositori abbiamo modificato il modo di esprimerci.” In qualche modo, infatti, ascoltando le registrazioni successive a questo fatidico anno, sembra che qualcosa sia cambiato nello stile di Michele: non potendo ovviamente modificare il timbro caratteristico della sua voce, ha aumentato il suo vibrato, spingendolo spesso verso il forzato. Alla gente, però, piace.


A dicembre del 1967 si sposa con Agnese Girardello e nel 1968 partecipa al Cantagiro con quella che probabilmente è la canzone che più di tutte risalta a un tempo la sua vena interpretativa, la sua voce e le sue capacità cantautoriali. Michele decide di prendere in prestito la musica dal film Le luci della ribalta di Charlie Chaplin e scrive un testo ispirato da una lettera inviata ad Agnese durante la sua tour in Argentina. Ne scaturisce un pezzo delicato, ovviamente romantico, di quelli da ascoltare in silenzio, comodamente e con tutta la calma del mondo. L'intro è esplosivo e mette subito in chiaro il tipo di vocalità di Michele anche a coloro che non hanno mai ascoltato una sua canzone. Il testo, nei due minuti e poco più della durata della canzone, è assai rarefatto. Michele si sofferma molto sulle vocali, le riempie di vibrati e con loro fa vibrare anche le corde dell’anima di chi ascolta. Molto di più proprio la sera della presentazione ufficiale: Michele sale sul palco del Cantagiro e canta Eternamente con una gioia infinita negli occhi.


Poco prima il fratello gli aveva comunicato la nascita di Ketty, la prima dei suoi quattro figli. Un’altra perla ispirata a Le Luci della ribalta e adattata in italiano da Nicola di Bari è Se mai ti parlassero di me. Stavolta la melodia è molto più conosciuta e la canzone è utilizzata nel film L’immensità (1967) di Oscar De Fina, uno dei pochi casi di apparizione del cantante sul grande schermo. Michele canta il brano da sopra un cumulo di automobili, accerchiato da giovani coppie che lo ascoltano estasiate.


Spopolano, intanto, brani come Vagabondo (1970), Paese (1971) e a Canzonissima con Zapponeta, canzone dedicata al suo paese del quale non ha mai rinnegato le radici. Un giovanissimo Rino Gaetano scrive per lui Ad esempio… a me piace il sud, Prova a chiamarmi amore e Questo amore così grande. Degna di nota in questo periodo, però, è un brano presentato al festival della Gondola d’oro a Venezia nel 1971.


Un uomo molte cose non le sa, brano di notevole spessore artistico, rompe un po’ le regole cui Michele si è sempre attenuto. Il testo è rappresentato dai pensieri di un uomo che, magari camminando all'alba per le strade della sua città, s’interroga sul dolore che l’essere umano prova (in questo caso a seguito della perdita della persona amata) e su come questo può condizionare la nostra esistenza (Fa chiaro è già mattina sono qua/ Quel vento tra le foglie che sarà/ Un uomo molte cose non le sa/ Le inventa ma è diversa la realtà).



Insomma, Michele è ormai una stella nel firmamento della canzone popolare italiana, dimostra di meritarselo e può permettersi di osare ancora di più. E lo fa. Lascia la RCA, firmando per la WEA Italia e si spinge all'estero. Visita Spagna, Australia, Corea, Giappone, Nord America e, incidendo i suoi brani in spagnolo, si instaura permanentemente nelle radio sudamericane: dagli anni intorno al ’75 ad oggi, Nicola di Bari è considerato un’icona della musica popolare italiana in Sud America, amatissimo e riverito grazie al suo timbro caldo. Dopo il 1985, decide di rallentare e prendersi delle pause, ma continua i suoi tour all'estero, specialmente in Sud America, ove viene sempre acclamato a gran voce.


Considera da sempre ogni sua canzone come un figlio, autoritratti che raccontano la sua esistenza e che ama allo stesso modo, senza preferenze. "Chi mai l’avrebbe detto  - ha detto in un’intervista recente - che un ragazzo di Zapponeta, dopo la vittoria di un concorso canoro a Bari e la conseguente scrittura di tre mesi a Milano, avrebbe spiccato il volo nel difficile mondo della musica leggera? Una sfida autentica, perché non era facile puntare sulla mia voce roca, impastata di sabbia e mare".


Quel pomeriggio di Settembre di tanti anni fa, probabilmente, l’adolescente Michele, ignaro del suo destino e spinto dall'istinto, dall'amore per la musica, ha inconsapevolmente deciso di scrivere una pagina nell'indelebile libro della musica italiana e nei cuori di una generazione. E, fortunatamente, non ha solo aiutato un commerciante a vendere i suoi gelati.


Alessio De Luca

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