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Essay | Nella mia ora di libertà:Peppino Gagliardi, il divo dell'amore nervoso

Aggiornato il: 30 nov 2019

Quando la canzone partenopea diventa cantautorato dell’amore

“[…] Si diventa grande/ Non si sogna più”, (Come un ragazzino, 1973).

A questo punto della rubrica dovrebbe essere evidente come gli anni compresi tra i '50 e i primi ‘80 siano stati i più floridi per il cantautorato italiano. È in questo ventennio che la musica ha conosciuto il clou degli artisti e dei brani che hanno caratterizzato lo stile musicale del belpaese, anche attuale, seppur con i suoi pro e i suoi contro. Tuttavia, molti dei nostri artisti si sono fatti notare e sono saliti alla ribalta, sotto gli occhi di tutti, sia a livello nazionale che internazionale. Altri, invece, per scelta o per sorte, sono rimasti più marginali, ma ciò non toglie che abbiano contribuito alla crescita del cantautorato italiano.


Anzi, spesso hanno fatto da apripista per i successivi divi della musica leggera italiana. Tra questi nasceva a Napoli nel 1940 uno dei cantanti partenopei forse più raffinati che la città del Sole ha avuto da offrire. Peppino Gagliardi è stato un piccolo prodigio musicale sin da piccolo, quando suonava la fisarmonica, per poi passare anche alla chitarra e al pianoforte. Sin da adolescente ha cercato di farsi conoscere nella sua città, ora scalando la gavetta con la sua band, I Gagliardi, ora come solista, finché non arrivò il successo che lo consacrò al grande pubblico. T’amo e t’amerò (che seguì un primo singolo di poco successo) si impose come “tormentone” prima a livello locale, passando dall'ambito regionale e arrivando al successo nazionale senza bisogno di una spinta discografica, ma soltanto grazie al passaparola.


E, indubbiamente, il brano cattura già di per sé l’attenzione dell’ascoltatore grazie al suo stile da tango argentino, quindi una ritmica d’impatto e abbastanza inusuale per l’epoca. Ciò che, però, si percepisce a pelle è l’istintività dell’interpretazione di Peppino. Bisogna aprire una parentesi a questo punto e ricordare che la tradizione della canzone napoletana ha sempre basato tutto sull'istintività del canto, che potremmo senza ombra di dubbio definire “di cuore”. Parliamo, quindi, di uno stile di canto molto melodico, ricco di mielismi utilizzati sia per dare drammaticità al cantato (si pensi a De Sio, Merola, D’Angelo) che per trasmettere un trasporto interpretativo che venga dal cuore e non dalla gola o dalla tecnica. Gagliardi, essendo nato e cresciuto immerso in questo stile canoro, lo ha ovviamente assorbito.


La voce è senz'altro melodica, pastosa, il timbro leggero e squillante, ma è andato ben oltre. E a parere di chi scrive, è stato proprio questo il salto di qualità perché Peppino, forse più di altri, è riuscito nell'intento: T’amo e t’amerò precedette l'onda delle canzoni inglesi dei primi anni ‘60, rimanendo una classica indimenticabile, nel sentimento di molte persone avviando e confermando assieme ad altre canzoni, tra l’altro, l'era del ballo del mattone. Tutto ciò non può che essere attribuito all'istintività e all'originalità dell’interpretazione che Gagliardi mostrò e che colpì i giovani dell’epoca, regalando al cantautore il successo che meritava dopo anni di gavetta passati a girare i locali napoletani.


A questo punto l’artista era rodato e abbastanza conosciuto anche a livello nazionale. La piccola casa discografica Zeus, che lo lanciò, crebbe con lui e arruolò, grazie al suo successo, molti artisti locali, coltivandoli per il pubblico italiano. Tra le loro file, ad esempio, militava anche il giovanissimo Massimo Ranieri.


Sognavo con ingenuità/ Le cose inutili/ Ma poi col tempo tutto passa/ I giorni, i mesi/ I mesi e gli anni/ Volano via con velocità/ E tu ti accorgi che/ I sogni non contano niente. […] Si diventa grande/ Non si sogna più.

Raffinato, malinconico e poetico come pochi, l’arrangiamento è accarezzato dai violini e dalle voci delle coriste, mentre il testo ha l’amore come sfondo, ma un amore in senso più largo tra due persone, che potrebbero anche essere un padre e un figlio, un fratello e una sorella, una coppia di amici, etc etc.


È stato accostato a artisti come Peppino di Capri o Nicola Di Bari, ma in realtà si è sempre differenziato da questi per la sua ostinata ricerca del “suono ben suonato”, ossia (come il polistrumentista qual è) l’attenzione a produzioni raffinate con collaboratori di spicco (si è citato Murolo, ma anche Maurizio e Guido De Angelis, Pino Rucher, Cicco Ciro, Tullio De Piscopo, Stelvio Cipriani e il futuro premio Oscar Bill Conti). La produzione artistica di Peppino Gagliardi, seppur tra varie vicissitudini e momenti di alti e bassi, conta quattordici album in studio. Quindi, una enorme quantità di materiale che descrivono il percorso dell’artista che non si è mai voluto integrare appieno (e ne ha pagato le conseguenze).


Tuttavia, degne di nota per chi scrive, sono di sicuro due produzioni. L’una è forse l’unica canzone che esula un po’ dai temi normalmente trattati in altri brani e che soprattutto rappresenta per certi aspetti una forma di protesta. Nel 1971 si presentò a Canzonissima con La ballata dell’uomo in più, una struggente composizione che racconta la storia di un giovane che cerca l’amore, ma che va in guerra e perde la vita. Il livello poetico di questi versi potrebbe duellare con uno qualsiasi della prima produzione di De André e dare al genio genovese del gran filo da torcere (Lo colse in fronte una margherita/ e un fiore rosso per lui sbocciò/ fu questo il premio per una vita/ che guadagnava la libertà…). Di sicuro molto meno immediato degli altri testi, ma di controtendenza per il periodo, fu comunque molto gradito dal pubblico.


La seconda produzione riguarda un disco del 1974: Quanno figlieto chiagne e v cantà, cerca int'a sacca... e dalle a libbertà. Il disco rappresenta sicuramente l’apice artistico di Gagliardi, che musicò poesie inedite di alcuni dei più importanti poeti napoletani come Nicolardi, Di Giacomo, Russo, etc etc. Un disco che racchiude in se l’anima napoletana in testo e musica e tutto il suo romanticismo, in uno spessore artistico che eleva Gagliardi a pietra miliare dello stile partenopeo e italiano al tempo stesso.

Ma Peppino, in realtà, non si e mai voluto uniformare completamente ai canoni che le varie case discografiche volevano per lui. Lui stesso ha ribadito in una recente intervista:

Sono un po' atipico nell'ambiente, ho lottato anche contro il mercato (all'epoca i dischi si vendevano!), ma ho sempre avuto l'idea che l'artista, pur senza essere un dittatore, debba comandare e scegliere, e io mi imponevo per avere con me grandi musicisti e arrangiatori. Io seguivo dalle 9 del mattino tutto il disco, come un sarto che dovesse cucire un vestito addosso a una persona.

Ascoltando le sue canzoni, si percepisce l’armonizzato partenopeo, ma anche un tentativo di adattarlo a un pubblico abituato a uno stile focalizzato più sul significato del testo che sull'armonia e sull'arrangiamento. La sua canzone affronta prettamente il tema dell’amore, in tutte le sue sfaccettature. È, per questo, un tipo di canzone non particolarmente impegnata, ma studiata per stimolare l’empatia di chi le ascolta perché basata su esperienze che tutti potrebbero vivere o aver vissuto.


Molti dei suoi brani sono strutturati con uno stile unico: una intro musicale, un verso quasi in acustico con pochissimi strumenti e poi via con il corpo del brano, un cambio di chiave a metà e una chiusura in puro stile drammatico napoletano con un rallentamento della melodia e diverse sospensioni, quasi a cedere all'ascoltatore il resto del testo. Ritorniamo, dunque, allo scopo della canzone napoletana quale il raccontare le storie di tutti i giorni, senza moralismo o altro. Semplicemente una descrizione delle emozioni che un essere umano può provare e/o vivere. E per tale motivo fu soprannominato il “divo dall'amore nervoso”: quel suo modo di interpretare i brani in modo passionale e intimo, sempre con un fondo di sofferenza, che rappresentava il passaggio, il dono dell’artista al suo ascoltatore. Quasi a voler dire:

“Ecco, ti regalo un’emozione. Ascoltala e vivila.”
Alessio De Luca

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