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Essay | Nella mia ora di libertà: Pierangelo Bertoli, l'artigiano della canzone

Aggiornato il: 30 nov 2019

Contestare il sistema non con la ruvidezza poetica.

E torneranno a parlarci di lacrime/ dei risultati della povertà /delle tangenti e dei boss tutti liberi /di un'altra bomba scoppiata in città.

Era il 1992 quando sul palco di Sanremo un piccolo uomo Pierangelo Bertoli, dalla sua sedia a rotelle, contro ogni prevedibile pregiudizio, regalava al mondo (e alla canzone italiana) uno dei pezzi più anticonformisti di sempre. Il brano sarebbe passato senza successo, ma avrebbe anticipato il triste scandalo di Tangentopoli. Sanguigno, schietto e altamente critico soprattutto nei confronti dei suoi colleghi cantautori, che filtrava minuziosamente e dei quali salvava pochissimi: De Gregori? Troppo ermetico per i suoi gusti. Vecchioni? Da evitare. Battisti e Daniele? Niente da fare, troppe tonalità in minore. 


Per Pierangelo Bertoli, insomma, solo pochi erano degni di essere chiamati cantautori, tra questi: De André (il quale ha anticipato sull'importanza dell’uso del dialetto nella canzone d’autore), i Beatles, Frank Sinatra e sé stesso. Era uno a cui era difficile piacere. Se poi ci si inoltrava nel campo della religione, la questione si complicava ulteriormente e venivano fuori le idee espresse in molte delle sue canzoni di matrice palesemente atea. Adesso quando i medici di turno/ rifiuteranno di esserti d'aiuto /perché venne un polacco ad insegnargli /che è più cristiano imporsi col rifiuto /pretenderanno che tu torni indietro /e ti costringeranno a partorire /per poi chiamarlo figlio della colpa /e tu una Maddalena da pentire (Certi momenti, 1981).


Accompagnamento molto country-style (con tanto di armonica a bocca) e un testo forte e diretto come lo stile che lo contraddistingueva. Si autodefiniva “artigiano della canzone”, aveva immediatezza e schiettezza dei messaggi, diretti e densi di temi sociali e politici. La sensibilità che possedeva si esprimeva con una rabbia autentica, genuina, di quelle che colpiscono senza aver bisogno di tecniche interpretative né conoscenze di strumenti musicali. La chitarra cominciò a suonarla da autodidatta dopo che, a venticinque anni, i suoi amici gli prestarono un vecchio modello. Grazie ad essa, riuscì a musicare i testi che con forza di chi si scontrava quotidianamente con la vita, scriveva da tempo.


Tra questi anche quello che Celentano (dato il tema trattato cui quest’ultimo è sempre stato legato) avrebbe voluto incidere per primo e che rappresenta il suo cavallo di battaglia. Eppure soffia (1976), un brano dall'andamento allegro, principalmente basato su un giro di pochi accordi perfettamente riproducibili con una chitarra, è una denuncia contro i disastri ecologici che l’uomo compie e che stanno portando alla distruzione del nostro pianeta: E l'acqua si riempie di schiuma/ il cielo di fumi/ La chimica lebbra/ distrugge la vita nei fiumi/ Uccelli che volano a stento,/ malati di morte / Il freddo interesse alla vita/ ha sbarrato le porte.

Come a dire che l’uomo fa quel che deve, incurante di ciò che provoca a ciò che lo circonda.


Nonostante, però, il vento non smette di soffiare. I versi potrebbero benissimo essere metaforizzati in lotta per la vita, che ognuno di noi volente o nolente ha da fare per istinto di sopravvivenza, per colpa delle esperienze vissute, per le scelte che compie. Insomma, le conseguenze del nostro operare possono essere devastanti, ma non bisogna dimenticare che le cose vanno avanti nonostante tutto. In questo caso è la natura che procede inesorabile. È da evidenziare l’acutezza di criticare/descrivere un evento come quello della bomba di Hiroshima e Nagasaki con le parole “un'isola intera ha trovato nel mare un tomba”.


Il brano è stato coverizzato da tanti nel panorama italiano, ma di sicuro colui che più di tutti lo meritava era Luciano Ligabue. Scoperto dallo stesso Bertoli quando, ancora non famoso, cantava nei locali di Correggio, ha sempre avuto un legame particolare con lui. Pierangelo anche in quella occasione si impuntò con il suo discografico affinché ottenesse un contratto e così fu. Vasco è stato un altro che Bertoli ha (per così dire) benedetto, facendo da spalla con la sua band, ai suoi concerti. Erano i tempi in cui i cantautori erano davvero considerati profeti. Arrivò, poi, anche la collaborazione con Fiorella Mannoia, il cui brano Il pescatore, fu registrato a distanza dai due artisti. Il brano è un botta e risposta tra Bertoli e Mannoia e denota, ancora, la “ruvidezza poetica” con il quale l’artista di Sassuolo racconta il tradimento della moglie mentre il suo uomo si crede sia disperso in mare: Rosa rossa pegno di amore/ rosa rossa malaspina/ nel silenzio della notte ora/ la mia bocca gli è vicina/ no per Dio non farlo tornare/ dillo tu al mare/ é troppo forte questa catena/ io non la voglio spezzare.


Beffardo fu il destino, che gli regalò il successo nazionale solo nel 1991 proprio dal palco che meno lo rappresentava, ossia Sanremo. Si presentò con la sua canzone piú famosa Spunta la luna dal monte (Disamparados) insieme al gruppo sardo dei Tazenda. Non fu scritta direttamente da lui, ma fu presentata una versione metà in italiano e metà in dialetto sardo che colpì molto la critica. Arrivò quinta in classifica, ma vendette quasi un milione e mezzo di copie, oltre a guadagnarsi la Targa Tenco.


Bertoli, dunque, non aveva mezze misure e non temeva di osare di più, utilizzando inflessioni magari prepotenti piuttosto che conformiste. L’impatto visivo (al contrario di Gaber di cui abbiamo parlato lo scorso articolo) non era il suo punto di forza. Riguardo la voce, il timbro baritonale era sempre molto intonato e spesso armonizzato da giusti cori. Lui stesso non mancava di elogiarla a suo modo, asserendo come non fosse in realtà difficile piacere dal momento che le classifiche davano al falsetto di Alan Sorrenti il primo posto con Tu sei l’unica donna per me. Aveva, però, un linguaggio diretto, schietto, che spesso era ai limiti della ruvidezza. Voleva arrivare all'ascoltatore come chi non ha altro da perdere  e solo con la potenza e la poesia dei suoi testi. Nonostante la poliomielite lo avesse incatenato alla sedia a rotelle, voleva far parte della voce di protesta.


Si pensi, a scopo d’esempio, a quel capolavoro che è Italia d’oro (1992), con i cui versi si e aperto l’articolo e in cui Bertoli attinge saggiamente dal sound folk popolare italiano (restando in tema con l’ambientazione del pezzo) e colpisce diretto, con parole al vetriolo le condizioni della classe politico-economica del Bel Paese. Ad essere sinceri, risentendola tutt'ora, parrebbe che Pierangelo la stia ancora cantando da un palco, sulla sua sedia a rotelle, ma davanti ad una platea vuota, che non vuol ascoltare.


Alessio De Luca

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