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Essay | Nella mia ora di libertà: Piero Ciampi, tra vino e poesia

Aggiornato il: 30 nov 2019

Il poeta maledetto che ha reinventato la canzone d’autore


Questo è un miserere/ senza lacrime/

questo è il miserere/ di chi non ha più illusioni […]

È perché è solo un artista/

Che l’hanno preso per un egoista. (Ha tutte le carte in regola, 1973).


Prendete un uomo abbastanza alto, magro come un chiodo, leggero, dal naso appuntito. Vestitelo con una giacca più corta del dovuto e fatelo salire sul palco, portandosi dietro la sua espressione di bambino dispettoso. Mettetelo di fronte a un microfono, fate partire l’orchestra e guardatelo mentre, a braccia incrociate e fuori da ogni cliché della sua epoca, inizia a cantare. Guardatelo con il cuore in gola, aspettando ardentemente la fine dell’esibizione, un probabile applauso del pubblico e lui che si volta e esce di scena con la speranza che non mandi all'


L’Italia ha conosciuto una sola persona in grado di calzare questa descrizione ed era l’imprevedibile poeta e cantautore livornese Piero Ciampi. Considerato uno dei cantautori più tormentati della storia della canzone italiana, paragonabile in questo, forse, solo al dolore del compianto Luigi Tenco, probabilmente imprevedibile è la parola che lo descriverebbe al meglio. Scoperto da Gino Paoli, che lo presentò alla RCA di Melis, è considerato da tutti una persona incapace di trovare la sua pace, dal carattere estroverso, difficile, scontroso ed arrogante. Il Carmelo Bene della musica cantautoriale italiana.


Abbastanza suscettibile e valutato come un egoista (come anche lui ribadisce nei versi citati in apertura), è in realtà sempre stato poco capito in vita da coloro che hanno avuto a fare con lui e si sono fermati alla scorza. Piero era un livornese e come tutti i livornesi era una persona sanguigna, spontanea, senza filtri, senza mezzi termini e spesso senza mezze misure. La sua generazione era figlia dalla seconda Grande Guerra, era costituita da ragazzi magri, vestiti in modo improbabile e già vecchi a trentanni perché costipati in una vita in cui il metter su famiglia rappresentava l’unica fortificazione dell’esistenza.


Le scelte erano una logorante vita routinaria o un’esistenza alla deriva. Lo stress di figli (spesso anche indesiderati) e del lavoro che questa generazione trascinava sulle spalle non poteva essere assopita con psicofarmaci. Le uniche vie di fuga erano le canzoni e il vino. Piero ha sempre fatto la seconda scelta di vita. Anarchico per eccellenza, vive male la sua vita/ ma lo fa con grande amore (da Ha tutte le carte in regola).


L'opposto del suicidio, eppure il suicidio dell'anima. Dominato dal demone dell’alcol che lo portò a nascondere bottiglie di vino nello sciacquone del bagno o addirittura ad interrarle lasciando una cannuccia in gomma dal quale aspirare il vino, giunse alla tomba a soli quarantasei anni. Per questo faceva paura; la sua imprevedibilità rappresentava un pericolo d’insuccesso o di guai ogni volta che lo si obbligava a calcare un palco. Ciampi, però, può essere incluso tra i poeti del ‘900 senza dubbio alcuno. I suoi testi semplici, minimalisti rispecchiano la poetica decadente di una persona che vede il mondo con occhi reali. È olio nell'acqua, si mantiene eterogeneo al mondo fino alla morte, non si amalgama con ciò che lo circonda, ma al tempo stesso lo penetra con la canzone.


La sua voce poteva recitare e poteva cantare ed in entrambi i casi era veicolo di emozioni. Il suo vibrato, che ricorda nel tono e nel timbro quello usato da Sergio Endrigo, trasmetteva l’esatto opposto di quest’ultimo, un senso di malinconia, nonché tutto il disagio che era parte della sua esistenza. La continua ricerca di appagamento attraverso l’abuso di alcol, di fumo e di donne lo ha portato alla tomba e e da lì, solo dopo, alla gloria. Una gloria riservata ai pochi che non si accontentavano di ascoltare la melodia di una canzone da Cantagiro, ma sceglievano di restare ad ascoltare il significato di qualcosa di più poetico e profondo. Molte delle sue canzoni erano per lo più monologhi accompagnati da intermezzi musicali.


Come se, in quei tre minuti stentati, una telecamera lo riprendesse mentre disquisisce con qualcuno in un locale in cui la musica fa da sottofondo. È il caso si una delle sue canzoni più famose: Il Giocatore. Subdola, dall'ironia sottile e sostenuta da un esemplare ed unico giro di accordi e da un ritmo incalzante. Tre scene simili intervallate da intermezzi musicali. Un’ode ad un ruolo, una figura sempre vista con diffidenza e disprezzo eppure da Piero stesso definita come “un guerriero che prende una spada e vuole inc***re il denaro”. Leggendo tra le righe, quindi, superando quella scorza di cui si parlava poc'anzi, ecco che emerge il suo pensiero sulla distruttività del denaro, raccontata in modo comico/satirico attraverso le disavventure di un giocatore che tenta di risollevare la sua condizione economica, ma finisce inevitabilmente per perdere le sue scommesse.


L’amore per le donne (Ha amato tanto due donne/ erano belle, bionde, alte, snelle/ ma per lui non esistono più) è stata un’altra sua grande passione, nonché fonte di ispirazione per molte sue canzoni (Tu no, L’amore è tutto qui, Il tuo ricordo).

Quanti, però, sarebbero in grado di inserire una poetica adulazione ad una donna ed una sfrenata e volgare diffamazione alla stessa nella stessa canzone? Un bipolarismo esilarante e la messa in musica di una condizione più che umana. Eppure Ciampi è riuscito a rendere credibile questo paradosso in una delle sue canzoni più memorabili e conosciute: Adius.


Si comincia con un vero e proprio corteggiamento, uno di quelli che si potrebbero appunto notare in un luogo affollato. Seguono parole dolci, complimenti, ostentazioni. Poi giunge il rifiuto, il rigetto di lei. Momento di shock, la musica fa una pausa e si passa alla seconda parte, dove una serie di ingiurie (a lei e a tutta la sua famiglia) mostrano la perdita di autocontrollo ed il cinismo del mancato spasimante.


Da notare come, in modo assolutamente geniale (e non solo in questa canzone), tutto si intuisca solo dalle parole di lui, come l’intera scena si dipinga per intuizione grazie all'oculata scelta di parole tra il grottesco e il tragicomico. Ciò nonostante, quelle parole, quasi poesie scritte su tovaglioli, passano come ironia e auto-ironia, celando quell'idea di auto-distruttività che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni. In questi versi si sorride, ma scavando a fondo, si percepisce la sua lotta con il mondo, l’inquietudine, il tentativo continuo di liberarsi di quella scorza che si trascinava dietro e che è avvenuto solo dopo la sua scomparsa. Una triste consapevolezza che troppo spesso avviene nelle nostre esistenze quando ormai è troppo tardi. Probabilmente, però, Piero non ci avrebbe dato peso. Semmai ci avrebbe mandato a quel paese.

Alessio De Luca

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