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Essay | Nella mia ora di libertà:Rino Gaetano, il menestrello di Crotone ovvero dei non sense

Aggiornato il: 30 nov 2019

Mi dicono alla radio: “Statti calmo, statti buono/ non esser scalmanato, stai tranquillo e fatti uomo”…/ ma io con la mia guerra voglio andare ancora avanti/ e, costi quel che costi, la vincerò non ci son santi. (E io ci sto, 1980)


Una voce ruvida, graffiata, unica e all'apparenza (solo all'apparenza) riproducibile. A molti è sempre parso stonato, tirato, non tecnicamente preparato (direbbe qualcuno). Fatto sta che aveva un timbro vocale che si rivelò sempre perfetto per il genere musicale e lo stile che scelse. Famoso per il nonsense nel tratteggiare problemi dell’Italia (che non sarebbero mai cambiati!), celandoli dietro testi, all'apparenza semplici filastrocche. Chi sapeva andare oltre, vedeva cosa c’era davvero dietro la sua Aida.


E ce ne sarebbe da parlare. Gli esordi, tuttavia, possono essere fatti risalire all'incontro del giovanissimo Rino Gaetano con Nicola di Bari, al quale fece ascoltare Ad esempio a me mi piace il sud. Il cantante pugliese rimase folgorato dal testo e decise di utilizzarlo per partecipare a Canzonissima ’74, seppur classificandosi ultimo. In quella canzone, il menestrello crotonese aveva inserito le sue radici meridionali cui rimase sempre profondamente legato nonostante il trasferimento con la famiglia a Roma nel 1961 a causa del prolungamento della convalescenza di sua sorella, ricoverata appunto nella Capitale da più tempo del previsto.                              


Il talento, tuttavia, aveva iniziato a dimostrarlo e la sua fame di vita e canzoni lo portarono al famoso locale Folkstudio, incubatrice di talenti come De Gregori e Venditti. Il padre gli concesse un anno di tempo per riuscire ad esaudire il suo sogno da cantautore e scongiurare una vita passata dietro la scrivania da impiegato. Il giovane Rino realizzò che l’unico posto in grado di dargli la fama fosse la casa discografica IT di Vincenzo Micocci. A tal proposito, fu proprio Lucio Dalla a introdurlo: “Stavo tornando da Napoli, - ha raccontato in più interviste - mi fermai ad un casello e trovai un ragazzo col montgomery e la chitarra a tracolla che faceva l’autostop.


Gli diedi un passaggio per Roma, dove andava alla ricerca di un contratto. Mi fece sentire le sue canzoni nell’auto durante il viaggio e io lo portai da Vincenzo Micocci, che poi lo lanciò”. E il lancio fu alquanto anomalo, perché Rino non si presentò come cantante, bensì come autore. Micocci faticò a convincerlo a cantare e riuscì ad ottenere da lui solo una incisione in inglese con un nome d’arte non italiano. I love you Maryanna (inciso col nome di Kammamuri’s) è un brano allegro, dal testo colmo di contaminazioni e cantato con voce graffiata in un inglese stralunato. Molti pensarono che fosse un modo di ammiccare alle droghe leggere, ma la Maryanna in questione non è altri che il nome della nonna di Crotone che lo crebbe. Ritorna, dunque, un altro riferimento al suo amato sud.                              


È il 1974 e Rino pubblica il suo primo album, nonché suo manifesto: Ingresso libero. L’album è quanto di più particolare si possa trovare sul mercato in quegli anni: riporta una serie di filastrocche e data la sua ermeticità, non viene notato. Rino, però, non se ne cura. Aver dato alle stampe un album era un premio più che sufficiente e per il resto, le sale prova della IT (ormai divenute la sua seconda casa) gli permettevano di vivere di ciò che aveva sempre sognato: la musica. Il pericolo di essere un impiegato a vita si stava dileguando. E in quelle sale azzardò il miracolo: con una chitarra e tre accordi decise di creare un testo composto da una lista di situazioni quotidiane nelle quali chiunque può identificarsi ed una musica che ispira allegria e semplicità, che trasuda un modo nuovo di vedere quei tempi.


Ma il cielo è sempre più blu (1976) rappresenta un manifesto di ottimismo, una ventata di aria fresca in un momento di tensioni e negatività, insegnando che nonostante tutte le avversità cui ogni uomo è quotidianamente chiamato a condurre la propria esistenza, tutto andrà bene, il cielo si schiarirà. Il colore blu ritorna molte volte nelle canzoni di Rino Gaetano, quasi fosse una sorta di amuleto per lui, un talismano. Comunque, fu un azzardo, in termini economici, pubblicare un brano che potremmo definire così sperimentale e ricercato, così anomalo seppur orecchiabile. Inaspettatamente, però, esso attecchì, e gli ascoltatori potevano appunto trovare in quelle parole di vita vissuta, il conforto che gli serviva per tirare avanti.

Ormai non era più una voce fuori dal coro e la gente amava ascoltarlo e vederlo. La vita da impiegato era (per nostra fortuna) stata definitivamente scongiurata. Al tempo stesso, lui intuì di essere ormai stato lanciato e di dover prendere la palla al balzo. I suoi amici e il suo discografico non conterebbero le serate passate in un ristorante a tentare di convincerlo a gareggiare a Sanremo. L’idea venne precisamente da Salvetti e Melis, due importanti nomi del mercato musicale. Lo convinsero che era un’occasione da non perdere. Peccato che la decisione di partecipare non fu accolta positivamente dai fan, che in quegli anni lo vedevano come un tradimento e vari tentativi furono attuati per dissuaderlo.


Rino, al festival, avrebbe voluto portare Nuntereggaepiù ma fu convinto dal suo amico e dai discografici a optare per Gianna, in quanto orecchiabile e non così impegnata come la sua prima scelta. Rino, però, Gianna la odiava, perché, a suo dire, “somigliava troppo a Berta filava”. Intanto, però, gli regalò la fama, rimase quattordici settimane nella top 10, racimolando 600.000 copie nelle vendite, venne adattata in inglese con il titolo Gina (seppur mai pubblicata) e coverizzata in tedesco da Wolfgang Petry. Inoltre, gli valse il terzo posto a Sanremo dietro la rockeggiante Un’emozione da poco di Anna Oxa.


Il cantautore calabrese amava stupire. Ogni sua performance era trasformata sul palco in scenette che intrattenevano visivamente, come il modo in cui si presentò a cantare sul palco sanremese: T-shirt a righe, frak con medaglie in bella vista (che non mancò di distribuire sul pubblico e sull'orchestra poco prima di iniziare a cantare), scarpe da tennis, ukulele e l’immancabile tuba che gli era stata regalata dal suo amico Renato Zero. Il siparietto era una costante delle sue performance, mentre le canzoni penetravano nelle menti di chi assisteva grazie alla loro semplicità. Inoltre, amava giocare con i suoni, al punto di utilizzare alcune parole solo per il loro suono (si ricordi il famoso coccodrillo di Gianna), creando il nonsense che lo caratterizzò.


Aida e Nuntereggaepiu sono divenute due pietre miliari della storia della musica cantautoriale italiana nelle quali i giochi di parole vengono utilizzati magistralmente per fare satira. La prima è un geniale affresco dell’Italia (Aida, appunto, nome che Rino scelse per rappresentarla riferendosi all'inaugurazione del canale di Suez per cui fu composta l’opera e al nome di molte vecchiette che lo ottennero per celebrare il “genio italico”).


In essa, Gaetano dipinge a colpi di metafore e allusioni la storia italiana contemporanea dal fascismo alla guerra, dal dopoguerra agli scandali e alle difficoltà enormi degli anni ’70 (un’ottima analisi del testo di Riccardo Venturi può essere facilmente trovata in rete, ndr).La seconda rappresenta la canzone “sorella” della prima, in termini di significato. Nuntereggaepiù è un grido di allarme alla coscienza individuale e collettiva del paese.


Una ragionata consequenziale elencazione di fatti e personaggi dal profondo nesso logico-politico-civile, che lo condusse a non poterla presentare a Sanremo come avrebbe voluto. É la degenerazione neo-consociativa “senza fatti e soluzioni” dell’Italia, provocata dai partiti di governo (DC, PSI, PLI, PRI) in unione con il PCI, che ha ormai corroso e corrotto il popolo italiano. Il brano, infatti, riporta un elenco di nomi “scomodi” che avrebbero attirato non poche grane su di lui. Oggi ci accorgiamo, purtroppo sempre di piú, che sostituendo i nomi con gli attuali, niente è praticamente cambiato.


«C'è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale! E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta.»


Queste le parole che pronunciò in uno dei suoi concerti. Rino Gaetano si spense presto, troppo presto, per un incidente stradale la notte del 2 Giugno 1981 (appunto Festa della Repubblica!). Quella notte l'agonia durò a lungo perché fu rifiutato e trasferito in diversi ospedali di Roma che non avevano letti o che non erano attrezzati abbastanza per il tipo di operazione che avrebbe dovuto avere. E sarcasticamente, il menestrello crotonese aveva predetto tutto nove anni prima nel suo brano La ballata di Renzo, nel quale il protagonista, investito da un’auto, viene poi rifiutato proprio dagli stessi ospedali citati!


Le canzoni di Rino Gaetano, tuttavia, le possono canticchiare tutti in un bus ad una gita, sulla spiaggia… ovunque. In questo andava oltre e la gente lo apprezzava perché aggiungeva all'essere impegnato la sensibilità, la caratteristica che lo distingueva dai suoi colleghi. I cantautori degli anni ’70 erano molto politicizzati, ma Rino Gaetano rappresenta una specie di elemento folkloristico popolare a parte. Era impegnato, era anticonformista, ma soprattutto era scherzoso, sarcastico, dissacratore. Era libero, cosa non facile in quell'epoca e nemmeno ora.


Alessio De Luca

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