Essay | Brevi itinerari danteschi: la parentesi dottrinale del II canto del Paradiso

Aggiornato il: 24 nov 2019

Eccoci al terzo appuntamento di “Brevi itinerari danteschi”, la rubrica settimanale di YAWP che propone dei piccoli percorsi critici nei meandri meno esplorati della Commedia. Dopo aver esaminato i rapporti tra alcuni personaggi della prima cantica e le modalità di espressione di alcuni tratti stilistici, in questo terzo scritto ci concentreremo su alcune tematiche più specifiche, riguardanti tutte il II canto del Paradiso.

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La parentesi dottrinale del II canto del Paradiso

Dopo il primo canto del Paradiso, che funge da prologo all’ultima cantica, nel secondo canto Dante e Beatrice accedono materialmente in la spera più tarda (Pd. II, 51), ossia nel cielo della Luna. Su questo canto molto è stato scritto, specie sui aspetti diversi che contribuiscono a delineare la sua grande e talvolta problematica complessità. In questa sede, cercheremo di delineare brevemente alcuni degli elementi del canto più importanti e più innovativi rispetto alle due cantiche precedenti. Il canto in questione ricopre una posizione che si rivela strategica sotto molti punti di vista: linguistico, tematico, dottrinale. Non è questa ovviamente la sede giusta per una trattazione adeguatamente ampia ed esaustiva. Qui ci limiteremo, in seguito a una breve introduzione tematica al canto, ad analizzare tre aspetti particolarmente rilevanti di questo canto: i problemi metafisici dell’accesso nel primo cielo; la spiegazione della causa delle macchie lunari; il passaggio alla fisica qualitativa. In questo caso sarà opportuno qui riportare non soltanto gli estratti del canto, ma anche la relativa parafrasi, a causa della difficoltà di comprensione che crea il linguaggio tecnico e talvolta tendente all’onomaturgia.

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I. Le leggi della fisica medievale e l’accesso nel primo cielo

Come dicevamo, data la funzione proemiale del primo canto, è nel secondo che avviene effettivamente l’accesso al cielo della Luna, spartiacque tra il mondo sublunare e il mondo etereo. Dopo un appello ai lettori dai caratteri abbastanza insoliti, Beatrice invita subito Dante a rivolgere grazie a Dio, che n’ha congiunti con la prima stella (Pd. II 30); ed ecco insorgere, a seguito di una breve descrizione dell’ambiente paradisiaco, il primo interrogativo in Dante, una questione di natura metafisica:

S’io era corpo, e qui non si concepe Com’una dimensione altra patìo, ch’esser convien se corpo in corpo repe, accender ne dovria di più il disio di veder quella essenza in che si vede come nostra natura e Dio s’unìo. Lì si vedrà ciò che tenem per fede, non dimostrato, ma fia per sé noto a guisa del ver primo che l’om crede. (vv. 37-45)

[Se io ero sostanza corporea, e qui non si concepisce come una dimensione corporea accolse l’altra, cosa che avviene necessariamente se un corpo entra in un altro («repe», lett. «striscia»), ciò dovrebbe accendere ancora di più il desiderio di vedere quell’essenza in cui si contempla come la nostra natura e Dio si unirono (Gesù Cristo). Lì si vedrà ciò che accettiamo per fede; non sarà dimostrato, ma sarà chiaro in sé come le prime verità a cui l’uomo crede]



Universo tolemaico, di derivazione aristotelica: al centro si trova la Terra (costituita dai 4 elementi sublunari: terra, acqua, aria, e fuoco), al di sopra di cui ruotano le sfere planetarie di sostanza eterea.

In altri termini, com'è possibile, si chiede Dante in questi versi, che il suo corpo abbia potuto accedere nel mondo etereo? Secondo la fisica medievale, derivante direttamente dalla fisica aristotelica, il mondo etereo era formato da un unico materiale (l’etere, appunto, chiamato anche quintessenza, in quanto diversa dai quattro elementi presenti nel mondo sublunare) eterno, immutabile, imperituro e omogeneo; perciò non avrebbe dovuto permettere l’accesso di un “corpo estraneo” al suo interno. La spiegazione di questo fenomeno, oltre a essere rimandata alla Sapienza divina, viene resa da Dante con un’immagine considerata tra le più poetiche dell’intera cantica: per spiegare il suo accesso al cielo, che qui appare in tutta la sua materialità ma anche in tutta la sua armonia, Dante utilizza, nei versi immediatamente precedenti a quelli riportati, l’immagine del raggio di luce che entra nello specchio d’acqua senza frangerla, compenetrandosi naturalmente con esso.

Per entro sé l’etterna margarita ne ricevette, com’acqua recepe raggio di luce permanendo unita. vv. 34-36

[Al suo interno la perla eterna ci ricevette, come l’acqua accoglie un raggio di luce restando compatta]

In questi versi viene specificato che l’ingresso nel cielo è di natura squisitamente materiale, come indicano l’espressione per entro sé e il verbo ne ricevette. Il canto, quindi, si apre in maniera problematica, con un’apparente infrazione delle leggi fisiche che regolano il mondo. A questo e a un successivo problema metafisico, Dante risponderà avanzando la dottrina della fisica qualitativa, di cui discuteremo più avanti. 

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II. Le macchie lunari: confutazione della leggenda di Caino e della teoria del raro e denso

In seguito, Dante non perde tempo e pone subito a Beatrice, sua scorta a partire dal XXX canto del Purgatorio, un’altra domanda che metteva in crisi la fisica aristotelica da secoli, cui filosofi e astronomi avevano dato diverse risposte: la natura delle macchie lunari. Ricordando quello che abbiamo detto poc'anzi a proposito della natura immutabile, imperitura e omogenea della quintessenza, non sarà difficile comprendere perché la presenza di segni bui sulla superficie lunare abbia creato così tante perplessità tra gli eruditi. Se l’etere è immutabile e omogeneo al suo interno, come può avere delle macchie pur conservando la sua omogeneità? Le soluzioni proposte per questa questione erano fondamentalmente due, una di sapore popolare e l’altra di maggior rigore scientifico. Ma procediamo con ordine, partendo dalle parole di Dante:

Ma ditemi: che son li segni bui Di questo corpo, che là giuso in terra Fan di Cain favoleggiare altrui? vv. 49-51
[Ma ditemi: cosa sono le macchie di questo pianeta, che laggiù sulla terra fanno vaneggiare gli altri a proposito di Caino?]

l corpo di Abele trovato da Adamo ed Eva, dipinto di William Blake, 1826 ca.

Secondo una leggenda popolare, le macchie lunari sarebbero state causate da Caino, il quale, secondo la concezione medievale, sarebbe stato condannato da Dio a vagare sul pianeta con un fascio di spine sopra le spalle a seguito del fratricidio. Da questa teoria, tuttavia, Dante si discosta subito. I segni bui della Luna fan di Cain favoleggiare altrui, non lui. Il poeta, insieme a molti altri eruditi del suo tempo, accoglierà la teoria del raro e denso, ossia che le parti oscure della Luna siano dovute a una maggiore o minore densità della materia (teoria avanzata per la prima volta da Averroè e poi accolta da molti astronomi precedenti e contemporanei a Dante). Beatrice, a questo punto, intraprende una sorta di disputatio medievale, una specifica modalità di dibattito filosofico che era tipica dello Scolasticismo. Attraverso una reductio ad absurdum, Beatrice provvederà prima a confutare le tesi del proprio“avversario”, per poi informare (qui nel senso di “plasmare”) la mente di Dante, instillandogli la vera dottrina della fisica paradisiaca, basata su termini qualitativi e non più quantitativi, come vedremo a breve. 

La spera ottava vi dimostra molti lumi, li quali e nel quale e nel quanto notar si posson di diversi volti. Se raro e denso ciò facesser tanto, una sola virtù sarebbe in tutti, più e men distribuita altrettanto. Virtù diverse esser convengon frutti di principi formali, e quei, fuor ch’uno, seguiterieno a tua ragion distrutti. Ancor, se raro fosse di quel bruno Cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte Fòra di sua materia sì digiuno esto pianeto, o, sì come comparte lo grasso e ‘l magro un corpo, così questo nel suo volume cangerebbe carte. vv. 64-78

[Il cielo delle stelle fisse vi mostra molte stelle, le quali si colorano di sembianze diverse per quantità e per qualità. Se ciò dipendesse soltanto dalla rarità e dalla densità di materia, in esse sussisterebbe soltanto una virtù, distribuita dove più e dove meno. Diverse virtù è necessario che derivino da principi formali, e quelli, all’infuori di uno, risulterebbero distrutti dalla tua argomentazione. Inoltre, se la minore densità fosse la ragione di quell’oscurità di cui tu domandi, o quest’astro sarebbe così povero di materia da una parte all’altra, oppure, come un corpo alterna parti grasse e parti magre, così questo alternerebbe strati densi a strati rari nel suo spessore.]

Non riportereremo tutta la pars destruens, ossia i versi del discorso di Beatrice in cui vengono dimostrate false le opinioni di Dante; basterà soffermarci su un paio di punti significativi del passo appena riportato e poi, dopo una breve parentesi sugli esiti della pars destruens, passare direttamente alla pars construens, ossia la parte in cui Beatrice esporrà a Dante i principi della fisica del mondo etereo.


Dante e Beatrice che ascendono al cielo della Luna, disegno di S. Botticelli

Beatrice, in primo luogo, dimostra la falsità della teoria avanzata da Dante su basi ontologiche, utilizzando la ragione per svelare gli errori della ragione. In seguito, nella parte successiva a quella riportata, procede a confutare la teoria del raro e denso su basi empiriche. Questa seconda parte è apparentemente inappropriata, in quanto il piano speculativo-filosofico è superiore a quello empirico, e di conseguenza le verità del primo non possono essere confutate dal secondo. Tuttavia, è come se in questa parte la guida di Dante si stesse rivolgendo non più soltanto al suo protetto, ma anche ai lettori della Commedia, fornendo loro un’argomentazione riproducibile in qualsiasi momento mediante un semplice esperimento. Analizziamo innanzitutto il passo riportato. Beatrice afferma che la differenza di luminosità degli astri non può dipendere soltanto dalla maggiore o minore densità della loro materia, in quanto gli astri, con la loro luce, distribuiscono igualmente le virtù prima nel mondo etereo e poi in quello sublunare. Seguendo il ragionamento di Dante, tutte le virtù a eccezione di quella, appunto, della densità, risulterebbero distrutte. Le diverse virtù, dice Beatrice, devono necessariamente essere la conseguenza di principi sostanziali. Le differenze degli influssi, manifestate attraverso la diversa luminosità delle stelle, dipendono perciò da differenze di natura qualitativa e non quantitativa. Su questa concezione (di matrice aristotelica) torneremo in conclusione all'articolo, quando esamineremo in modo più dettagliato il passaggio dalla fisica quantitativa alla fisica qualitativa. 


G. Galilei, La Luna (Sidereus Nuncius)

L’argomentazione di Beatrice prosegue serrata, aggiungendo che, se la differenza di densità fosse la causa del bruno della Luna, ci sarebbero due possibilità: o questa minore densità sarebbe omogenea da una parte all’altra della Luna, oppure si alternerebbero strati meno e più densi. La dimostrazione dell'insostenibilità di queste possibili soluzioni si trova nella parte subito successiva a quella riportata: per smentire la prima ipotesi, dice Beatrice, è sufficiente pensare al fenomeno dell’eclissi; se ci fossero zone della Luna talmente poco dense da non riflettere la luce e da risultare quindi diafane, in quei punti i raggi del Sole dovrebbero trapassare il volume dell’astro durante le eclissi. La seconda ipotesi, invece, viene smentita attraverso un piccolo esperimento di fisica; Beatrice afferma che basti prendere tre specchi e situarne due alla stessa distanza da una fonte di luce e uno a una distanza maggiore da essa; ci si renderà conto immediatamente che la luce dello specchio più distante non risulta più fievole per esser lì refratta più a retro. Di conseguenza, dimostrata l’impossibilità di tutte le conseguenze possibili della tesi di Dante, la tesi stessa risulta priva di fondamento.

Or, come a’ colpi de li caldi rai, de la neve riman nudo il suggetto e del colore e del freddo primai, così rimaso te ne l’intelletto voglio informar di luce sì vivace che ti tremolerà nel suo aspetto.

[Ora, come all’esposizione dei raggi del sole, la materia prima della neve resta priva e del colore e del freddo precedenti, così voglio plasmare te, rimasto in questa forma nel tuo intelletto, con una luce così vivace che ti tremolerà negli occhi al suo apparire]

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III. la pars costruens della disputatio di Beatrice: la fisica qualitativa

L’intelletto di Dante, a questo punto, è stato spogliato di tutte le proprie convinzioni precedenti, e così può essere plasmato con la luce della Sapienza divina. La pars construens della piccola disputatio di Beatrice occupa tutta la parte seguente del canto - che non riporteremo qui per ragioni di estensione. Basterà, per comprendere il senso generale del canto, riassumere i punti fondamentali di questa ed evidenziarne le implicazioni, cercando di rendere più chiara e lineare possibile la spiegazione di un passo di per sé molto complesso.

L’errore principale di Dante è stato di aver creduto che la fisica del mondo etereo seguisse le stesse leggi di quella del mondo sublunare. Ciò aveva indotto il poeta ad accogliere una teoria basata su differenze quantitative. La quantità, infatti, non la qualità (la materia e non la forma, direbbe Aristotele) è ciò su cui si basava e si basa tutt’oggi la fisica terrestre. La fisica eterea, invece, come Dante apprende proprio in quest’istanza da Beatrice, si basa su differenze qualitative, sostanziali, non meramente quantitative. La Luna si trova in una posizione particolare, come abbiamo già detto, in quanto spartiacque tra il mondo sublunare e il mondo etereo. Pertanto, è normale che questa riceva gli influssi di tutte le stelle che si trovano al di sopra, e che provveda a rifletterli sulla Terra.


Le Gerarchie angeliche nei mosaici del battistero di Firenze (XIII secolo). Dall'alto in senso orario: Angeli, Arcangeli, Potestà, Dominazioni, Cherubini e Serafini, Troni, Virtù, Principati

La virtù, secondo la Scolastica, era stata generata, unica, dai Cherubini, che poi hanno provveduto a infonderla nelle stelle del cielo delle Stelle Fisse e in tutti i cieli sottostanti; ogni cielo riceve la luce dal cielo soprastante e la trasmette, mescolata alla propria, a quello sottostante; la Luna, essendo il cielo più basso, li riceve tutti. Accogliendo questi raggi che provengono dai cieli superiori, concentra sulla propria superficie tutte le sfumature luminose che riceve. Queste sfumature non si notano negli altri astri, in quanto essi al loro interno sono omogenei, mostrando differenze di luminosità soltanto l’uno con l’altro (la fisica medievale riteneva che tutte le stelle si trovassero a un’unica distanza dalla Terra, e che quindi le differenze di luminosità tra loro fossero effettive e non solo percepite). Nel caso della Luna, invece, queste appaiono tutte concentrate in un unico corpo; ecco il motivo per cui l’influsso lunare è così importante nel determinare il carattere e le virtù dei nascituri (altra teoria medievale). Ogni astro forma una combinazione diversa legandosi alla virtù, che lo fa risplendere in modo unico come letizia per pupilla viva. La differenza tra i gradi di luminosità delle stelle, quindi, deriva da questo, e non da raro e denso. Si tratta non più di un principio materiale, ma di un formal principio. Tutti i principi formali vengono riflessi nei cieli sottostanti, fino ad arrivare all’ultimo, quello della Luna, appunto. Bisogna notare che nella sua pars construens, Beatrice non fa alcun cenno alla Luna, restando concentrata sul cielo delle Stelle Fisse; il passaggio discendente viene lasciato al lettore, che dovrà dedurlo in autonomia.


A. Nattini, Il Cielo della Luna

Una cosa risulta chiara nel canto: i metodi di ragionamento utilizzati per il mondo sublunare non sono più adatti a trattare la materia paradisiaca, materia mai affrontata in precedenza. Il Paradiso, con la sua assoluta dominanza della formalità sulla materialità, richiede che la ragione compia il balzo fondamentale e si tramuti in fede. Soltanto coloro che si sono rivolti al pan de li angeli potranno comprendere appieno il messaggio che Dante ci lascerà nella terza cantica. Ed è proprio per questo, probabilmente, che l’appello ai lettori con cui si apre questo canto è l’unico ad avere caratteri dissuasori e non persuasori. Questo appello, hapax nella poesia dantesca, è un’esortazione a non continuare subito la lettura della Commedia, ma a verificare prima che i propri strumenti conoscitivi siano adatti alla comprensione di una materia tanto ardua. Soltanto coloro che si sono già rivolti a quella Sapienza rappresentata dalla compenetrazione di ragione e fede potranno proseguire nella lettura senza risultare smarriti. Ma lasciamo che, a concludere il nostro percorso, siano le parole al Nostro poeta:

O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi d’ascoltar, seguiti dietro al mio legno che cantando varca, tornate a riveder li vostri liti: non vi mettete in pelago, ché forse, perdendo me, rimarreste smarriti. L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; Minerva spira, e conducemi Appollo, e nove Muse mi dimostran l’Orse. Voialtri pochi che drizzaste il collo per tempo al pan de li angeli, del quale vivesi qui ma non sen vien satollo, metter potete ben per l’alto sale vostro navigio, servando mio solco dinanzi a l’acqua che ritorna equale.

Matteo Tedesco



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