Cinema | Analisi de "Il primo re", di Matteo Rovere

Il primo re parte da un soggetto che non ha bisogno di presentazioni: tratta della famosissima storia dei due fratelli Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) alla base della mito di fondazione di Roma. Quella di Matteo Rovere è un’opera complessa, ambiziosa e insolita per il panorama italiano più recente: liquida una grammatica filmica inerte e prevedibile, a favore invece di un’autorialità che, pur riprendendo in maniera esibita alcuni modelli espressivi (tra cui, ad esempio, The Revenant di Iñárritu), perviene a un linguaggio proprio e funzionale agli intenti specifici del film.


Remo (Alessandro Borghi) durante la caccia notturna nella foresta

Per quanto la vicenda sia nota a tutti, occorre indugiare su una questione preliminare, cioè sulla natura mitica della materia di partenza, che slega la narrazione da asfissianti obblighi di fedeltà testimoniale. Sulla nascita di Roma vi sono varie ipotesi ricostruttive, e, nonostante alcune divergenze, vi è la concorde idea di un processo di sinecismo (dal greco: συνοικισμóς, composto di σύν= sin= "con, insieme" e οἰκέω = oikéo= "abitare, vivere"). Non dunque una contesa fraterna, ma una lenta aggregazione dei villaggi indipendenti concentrati sulle rive del Tevere avrebbe dato luogo a Roma, nuovo centro politico, commerciale e religioso. Ma il film di Rovere non ha nulla a che vedere con questo dibattito. Oggetto de Il primo re non è la fondazione della città, cui si allude soltanto nell’ultimo fotogramma con la tradizionale data del 753 a.C. Ciò che interessa è piuttosto la preistoria di quell’atto, l’orizzonte mitico che orienta l’interpretazione del dato storico.

La vicenda di Romolo e Remo è trasmessa da moltissimi autori antichi (tra cui Varrone, Plutarco, Tito Livio e Ovidio), le cui testimonianze presentano numerose varianti ma partono da un comune atto fondativo, ovvero il solco primigenio tracciato da Romolo. È questo gesto a segnare effettivamente l’inizio del tempo storico nell’immaginario romano, ed è perciò un gesto propriamente mitico, in qualche modo cosmogonico. Se per i Greci la Storia comincia nel momento in cui Zeus si impone sui Titani e dà ordine al Cosmo (di fatto κόσμος = kósmos significa letteralmente “ordine”), per i Romani l’inizio del Mondo è dato appunto dal quel solco sacro e dalla fossa (il mundus) scavata al centro del Palatino. Dunque, tutto ciò che precede questa istituzione è ascritto a una leggendaria atemporalità, all’interno di un caos primordiale e astorico.


Remo (Alessandro Borghi) nell'atto di nutrire il fratello morente Romolo (Alessio Lapice) col cuore del cervo più grande della foresta

È stato sottolineato da alcuni studiosi che la narrazione proposta da Rovere non coincide precisamente con nessuna delle versioni conosciute (raccolte da Andrea Carandini e dalla sua equipe in La leggenda di Roma, Mondadori, 2006). Questa è soltanto una delle tante polemiche sollevate dagli specialisti riguardo al grado di aderenza storica con cui Rovere restituisce la materia narrativa, polemiche che investono gli ambienti, i costumi e le pratiche rituali, gli utensili e gli indumenti, ma soprattutto l’ardita scelta del protolatino, lingua quasi del tutto non attestata ma ricostruita congetturalmente da un’equipe di semiologi dell’Università la Sapienza. Ma conviene ribadire la natura estetica e non documentaria de Il primo re, e dunque l’inopportunità di valutarne il valore su criteri di esattezza filologica, anche perché già gli storiografi antichi hanno spesso adattato la vicenda a fini politici, legati al particolare contesto storico-sociale. In ogni caso, l’operazione di Rovere prende le mosse da un’attenta ricerca archeologica, concedendosi solo qualche licenza del tutto tollerabile, e intende conferire alla vicenda una valenza più ampia.



Il mito de Il primo re è depurato da facili eroismi, si innesta non sull’idillio bucolico delle origini, vagheggiato da una tradizione largamente diffusa, ma su una Natura acquitrinosa, oscura, ostile, primitiva, istintuale, di matrice hobbesiana. Romolo, Remo e tutti gli altri personaggi si muovono in un mondo sorretto dalla forza e dalla sopraffazione, all’interno del quale ogni rapporto (sia esso sociale, tra umano e naturale o ancora tra umano e divino) si configura come scontro. Anche laddove gli spunti narrativi fornirebbero occasioni per un combattimento spettacolarizzato, Rovere rifiuta gli stilemi tipici del film d’azione e offre invece una lotta straniante, cruda, animalesca, in qualche modo affascinante nella sua ferocia, in cui i corpi che si aggrediscono non sono torniti e virilmente sinuosi (come lo erano ad esempio in Troy o in 300) ma sgraziati, sporchi, ferini.

L’aspetto nevralgico da cui scaturisce tutto il film è il conflitto tra umano e divino, come del resto segnala l’esergo tratto da William Somerset Maugham: «Un Dio che può essere compreso non è un Dio». L’universo inospitale de Il primo re è congenitamente bestiale, in esso il volere divino si direbbe assente, o, nel migliore dei casi, indecifrabile e impietoso, dando luogo a una religiosità che è più che altro superstizione. Da questo snodo dialettico discendono i profili speculari dei due fratelli, legati all’inizio da un’autentica e irriducibile ϕιλαδελϕία e condotti poi al fratricidio (quasi a ricordarci Eteocle e Polinice de I sette contro Tebe di Eschilo).


Remo (Alessandro Borghi)

L’economia filmica è paradossalmente sbilanciata verso il polo perdente. Per quasi tutta la pellicola si erge indiscussa la figura di Remo, l’eroe hybristes che si impone come dominus, innescando così un’ironia tragica grazie a una narrazione che, pur muovendo da un epilogo già rivelato, tiene efficacemente in tensione attardandosi sul limitare della catastrofe. Perfino durante il combattimento finale, quando la tragedia sta per consumarsi, lo spettatore quasi dubita dell’esito che già conosce, e osservando il provvisorio vantaggio di Remo ha per un attimo l’illusione che il mito possa essere riscritto.

Remo è un übermensch ante litteram: consapevole della morte del dio prima ancora che ne sia accertata l’esistenza, si eleva vitalisticamente a unico dio di sé stesso, il solo in grado di cambiare il corso degli eventi, ricorrendo non di rado alla violenza come strumento di autoaffermazione. Remo diviene quasi un monstrum, individuo straordinario e al tempo stesso terrificante, e in forza di ciò assume atteggiamenti apertamente sacrileghi.


Romolo (Alessio Lapice) e la nuova vestale (Nina Fotaras)

Nonostante questa insistita blasfemia, ciò che pare incorruttibile in Remo è il legame fraterno con Romolo, il quale invece viene presentato coi tratti della vittima. Per la maggior parte del film Romolo è figura dimessa, debole, malatticcia, percepita come un peso, di cui Remo si fa ostinatamente carico e di cui invece il gruppo di fuggiaschi vorrebbe sbarazzarsi. Romolo, restituito con le stesse modalità delle fonti antiche, è personaggio riflessivo, pacato e pius, il cui agire non prescinde mai dalla devozione verso il sacro, al contempo ossequiato e temuto.


Rito sacrificale notturno presidiato dalla vestale (Tania Garribba)

La specularità dei due protagonisti è corollario di un assunto di partenza, una variazione sul tema. La religiosità è il fulcro tematico principale e permea più o meno sotterraneamente tutta la narrazione, dalla cerimonia sacra iniziale presidiata dalla vestale, all'aruspicina e ad altre pratiche quali anche l’atto di mangiare il cuore del cervo come rituale palingenetico. Ma la religiosità de Il primo re non è irenica rassicurazione, è piuttosto superstizione irrequieta che non loda il divino ma lo supplica di rispondere. Alla luce del nostro discorso l’esergo assume ora un significato più chiaro. L’argomento in questione non è tanto l’essenza del soprannaturale (per definizione insondabile, e in ogni caso destinato a compiersi), ma le sue implicazioni sociali, che rendono la religione un mero instrumentum regni. Della sentenza oracolare che decreta la necessità del fratricidio non è indagata l’effettiva inappellabilità, al contrario il vaticinio si configura come profezia che si autoavvera, come previsione di un evento reso possibile proprio dalla sua enunciazione. Non è il volere divino il motore dell’azione, ma la sua espressione, dopo la quale si incrinerà irrimediabilmente l’amore fraterno tra Romolo e Remo che fino ad allora era parso incrollabile.


Remo (Alessandro Borghi) poco prima di dare alla fiamme il villaggio

L’universo narrativo de Il primo re è fortemente intriso di filosofia hobbesiana, si configura come uno spietato stato di Natura in cui non vi è possibilità di cooperazione e l’unica via per la sopravvivenza è la sopraffazione del prossimo per conseguire i propri interessi. La scelta di chiudere con la morte di Remo è efficacemente perentoria, getta una luce inquietante sulla futura fondazione della città e sull’idealizzazione della civiltà latina. La prosperità può essere raggiunta solo al prezzo della prevaricazione, e forse Roma è divenuta l’impero più potente che la storia abbia mai conosciuto proprio perché fondata sul fratricidio, il delitto più inaudito e scioccante.

In estrema analisi, Il primo re è un film stratificato e di indubbia bellezza (anche grazie alla suggestiva fotografia di Daniele Ciprì, imperniata su un gioco di penombre, di riflessi di fuoco, di luce sfuggente che filtra tra gli alberi), ma risulta un po’ indebolito per qualche carenza nella gestione dei tempi. Rovere talvolta rallenta la narrazione con digressioni visive troppo insistite e autocompiaciute (si pensi ad esempio alla sequenza ingiustificatamente estesa della scena iniziale) e per recuperare si affretta negli snodi principali della trama, creando uno squilibrio narrativo che in parte inficia la resa del messaggio di fondo.

Ma nonostante queste opacità, Il primo re rifulge di un abbagliante pregio.



Federica Ruggiero

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