Collaborazione | Tempo (im)perfetto di Simona Vaccaro

Se si dovesse cercare di descrivere la fotografia di Simona Vaccaro, uno dei primi termini di paragone sarebbe Francesca Woodman. Come la fotografa statunitense, Vaccaro usa la fotografia per comprendere meglio sé stessa e gli altri: attraverso i suoi scatti ha dato inizio a un'indagine "sul corpo e sull'idea di contatto", in particolare attraverso la sua serie di autoritratti. Con gli altri, Vaccaro usa il nudo artistico per esplorare la realtà corporea fuori da se stessa, in piena intimità. Da Palermo a Roma, continua a esplorare il mondo dentro e intorno a sé, usando l'obiettivo per connettere il fotografo e il proprio soggetto.

Dalle parole della stessa Vaccaro "il mio percorso artistico è continuamente in fieri e al momento non ha un porto sicuro. Mi sono espressa con il nudo e con autoritratti, ci ho tenuto a fotografare molte donne per dar loro un’immagine del loro corpo che potesse piacerle, mi sono spostata alla fotografia diaristica per raccontare momenti della mia vita e attualmente è come se avessi fatto della mia casa il mio set”.

Fuori dalla pratica artistica, Simona Vaccaro è laureanda presso La Sapienza di Roma e diplomata presso l'Istituto Superiore di Fotografia di Roma.


In Tempo (im)perfetto, Simona Vaccaro esplora il passaggio del tempo con una serie fotografica narrativa, in cui personaggi in carne e ossa mantengono un'anonimia perfettamente funzionale alla storia. L'atmosfera rarefatta è perfettamente studiata per nutrire la suddetta narrazione: anche il più piccolo pulviscolo è prodotto dell'autore.

Sarebbe banale ragionare sulla serie in questione per trovarvi dentro un significato più profondo, magari alla luce del lungo periodo di isolamento, non ancora completamente concluso. Farlo andrebbe a inficiare il risultato finale: una narrazione che nutre sé stessa e ri-funzionalizza il concetto di scatto.

Sara Giudice


Relativo come tutte le cose, il tempo è una dimensione interiore, si dilata e si restringe, scorre lento o fluisce velocemente in base alla singolare e filtrata percezione che ognuno ha di esso.

Mentre una donna la osserva impaziente, su un tavolo di antico legno massiccio, una ragazza, languidamente intorpidita dalle sue stesse membra, guarda inerme il consumarsi del suo tempo, flebile come la fiamma di una candela, un tempo di cui lei pensa di poter disporre per sempre. L’atmosfera rarefatta e onirica suggerisce un immobilismo paziente, non è che l’approccio disteso e rilassato di chi ama pensare di avere tempo.

La candela adesso è per metà consumata. Una donna, scolpita nel corpo da una vita vissuta, osserva un baule ricolmo di ricordi, di strade intraprese, di vecchi abiti troppo succinti, allora per i vecchi benpensanti del suo claustrofobico paese, adesso per il suo corpo, appesantito e rigonfio dagli anni che uno sopra l’altro su di lei si sono sedimentati. Di questi abiti prova ad immaginarne uno addosso, vorrebbe indietro la sua gioventù. Dietro, una giovane donna, forse sua figlia, forse la stessa che lascia che il suo tempo si consumi con lentezza, la guarda in silenzio.

È Francesca. Adesso è lei che scrive la sua storia e io la ritraggo.


Testi e realizzazione del progetto

in collaborazione con Francesca Mannino.

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