Essay | Puer puero lupus: introduzione a "Il signore delle mosche", di William Golding

Aggiornato il: 24 nov 2019

Le leggi!” gridò Ralph “tu non rispetti le leggi!”A chi gliene importa [Sic!]?” [Jack]Ralph chiamò a raccolta tutte le sue facoltà.Ma le leggi sono l’unica cosa che abbiamo!”Chi se ne frega delle leggi! Noi siamo forti… siamo i cacciatori! Se c’è una bestia, le daremo la caccia! La circonderemo e pim! pum!, giù le botte!…” Cacciò un ululato selvaggio e balzò sulla sabbia che biancheggiava.

Il Signore delle mosche è l’opera più famosa di William Golding, premio Nobel per la Letteratura nel 1983, e oggetto di due adattamenti cinematografici: The Lord of flies, (1963) regia di Peter Brook; The Lord of flies (1990), regia di Harry Hook. Dopo le iniziali resistenze delle case editrici, il romanzo - scritto nel 1952 - è pubblicato due anni dopo la stesura, nel 1954, grazie all'interesse mostrato da T. S. Eliot. È lo stesso Eliot a sceglierne il titolo definitivo, partendo dalla traduzione ebraica di Belzebù.


William Golding

Durante un conflitto planetario, un aereo precipita su un'isola deserta. Sopravvive soltanto un gruppo di scolari che, malgrado lo sconforto iniziale, mostra un certo entusiasmo per la prospettiva di libertà in assenza di adulti. Ralph, Piggy e Jack sono i personaggi dominanti, investiti di significati simbolici. I piccoli («littluns») eleggono Jack come capo dei cacciatori, e Ralph come leader. Si instaura un regime democratico in cui ognuno può intervenire nelle assemblee prendendo una conchiglia. Il romanzo sviluppa quindi un'apparente ambientazione utopica: l'isola si configura come locus amoenus in cui ricreare autonomamente un nuovo ordine, senza decisive esperienze pregresse che possano viziarne la riuscita. La comunità mette in atto una sistematica ripartizione dei ruoli e tiene acceso un fuoco sulla cima della montagna, nella speranza di essere salvata. Ben presto l'utopia si tramuta in distopia. Si insidia nei piccoli la paura irrazionale per una presunta bestia, paura che presto contagia quasi tutti i personaggi. I rapporti tra Ralph e Jack si inaspriscono, tanto che quest'ultimo si distacca e fonda una nuova tribù basata sulla caccia e su rituali primitivi.

Il momento centrale, temporalmente e drammaticamente, è l'incontro di Simon con la Bestia, tra cui si svolge il dialogo più intenso del romanzo. Il ragazzo scopre che ciò che ha spaventato gli altri non era che il cadavere di un paracadutista, ma nel tentativo di avvertirli si imbatte nel Signore delle mosche, cioè una testa di maiale che i cacciatori avevano lasciato come offerta. Alla sua vista resta affascinato, "riconoscendo qualcosa di antico e di inevitabile". Durante un attacco di epilessia immagina di parlarci.

"Che cosa stai a fare qui tutto solo? Non ti faccio paura?" Simon ebbe un sussulto. "Non c'è nessuno che ti possa dare aiuto. Solo io. E io sono la Bestia." La bocca di Simon si aprì a fatica e vennero fuori delle parole comprensibili: "Una testa di maiale su un palo." "Che idea pensare che la Bestia fosse qualcosa che si potesse cacciare e ucciddere!" disse la testa di maiale. Per un po' la foresta e tutti gli altri posti che si potevano appena vedere risuonarono della parodia di una risata. "Lo sapevi no? .. che io sono una parte di te? Vieni vicino, vicino, vicino. Che io sono la ragione per cui non c'è niente da fare? Per cui le cose vanno come vanno?" La risata echeggiò di nuovo. "Su" disse il Signore delle Mosche ".. torna dagli altri, e dimenticheremo tutto quanto." La testa di Simon girava, scoppiava. I suoi occhi erano semichiusi, come se imitassero quella cosa oscena sul palo. Egli sapeva che stava per venirgli uno dei suoi accessi. Il Signore delle Mosche si gonfiava come un pallone. "Questo è ridicolo. Tu sai benissimo che non mi incontrerai altro che lì.. dunque non cercare di fuggire."

Simon e il Signore delle Mosche. Fotogramma da Lord of Flies (P. Brook)

Quando Simon ritorna alla spiaggia, i due gruppi celebrano insieme una sorta di cerimonia tribale attorno al maiale ucciso. Tutti i bambini sono come invasati: intonano come una formula liturgica ("Prendetelo, Ammazzatelo, Scannatelo") e formano un cerchio attorno a Roger che finge di essere il maiale. Quando vedono Simon, lo scambiano per la bestia e lo uccidono al centro del cerchio. Alcuni gli strappano a morsi dei pezzi di carne. La fine ha inizio. La mattina seguente Ralph e Piggy realizzano quel che hanno compiuto, ma non riescono a ripristinare l'ordine: i cacciatori li assalgono e rubano loro gli occhiali di Piggy per accendere un nuovo fuoco. Nel tentativo di recuperare gli occhiali, Piggy viene ucciso da Roger. E Ralph «piange la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l’amico saggio chiamato Piggy»; è costretto poi a scappare, per non incorrere in una morte peggiore.

Il romanzo si conclude con l'arrivo di un ufficiale della marina inglese che, avendo notato il fumo, incontra Ralph in fuga.

Il Signore delle mosche è un romanzo pluridimensionale, estremamente denso, analizzabile attraverso numerose prospettive. È innanzitutto un bildungsroman rovesciato, rispetta l'impianto di un romanzo a tesi: si serve del percorso di formazione dei personaggi per affermare delle epitaffiche riflessioni politico-filosofiche. Le conclusioni goldingiane affondano le radici nella situazione storico-politica contemporanea e nelle esperienze personali dell'autore (prima che scrittore, Golding è un insegnante). Un punto da tenere a mente che conviene ribadire è che Il Signore delle mosche non vuole essere un dibattito, ma un verdetto. L'intera narrazione è finalizzata alla decisa affermazione del precetto hobbesiano:

"Si afferma con verità sia che l'uomo è per l'uomo un dio, sia che l'uomo è per l'uomo un lupo. [...] Nel primo caso si giunge ad assomigliare a Dio per giustizia e carità, le virtù della pace. Nel secondo, a causa della protervia dei malvagi, anche i buoni devono ricorrere, se vogliono difendersi, alla forza e all'inganno, le virtù della guerra: cioè, alla ferocia delle belve".                                                                                                              (da Leviatano, T. Hobbes, 1651)    

A testimonianza dell'atteggiamento categorico da parte dell'autore basti pensare alla scelta dei protagonisti. I bambini, innocenza per antonomasia, assurgono a emblematica parodia degli esseri umani nella loro essenza più autentica. L'assenza di qualsiasi riferimento alla collocazione temporale non fa che ribadire la portata universale cui vuole elevarsi il racconto.

Un primo livello di interpretazione è quello filosofico-antropologico. Il Signore delle mosche si innesta sul secolare dibattito sull'essenza umana nello stato di natura. La diatriba si coagula sostanzialmente attorno ai pensieri dicotomici di Hobbes e di Rousseau.

Fotogramma da Lord of Flies (P. Brook)

Secondo Hobbes, ogni uomo è per natura terrorizzato dalla morte. Tale terrore provoca una prepotente spinta verso l'autoconservazione, garantita soltanto se si agisce secondo il proprio bene, anche a discapito degli altri. Lo stato di natura possiede delle proprie leggi, ma queste verranno violate ogni volta che da questa violazione sembrerà derivare un bene maggiore o un male minore. La speranza dell'autoconservazione è quindi riposta nella possibilità di assalire per primi il prossimo. Tutto è regolato da un feroce istinto di sopravvivenza. Gli individui, tutti gli individui, sono intenzionati a ricorrere alla violenza, e vi ricorreranno se solo ne avranno le capacità e l'occasione. Al contrario, Rousseau col Discorso sull'origine e i fondamenti della diseguaglianza fra gli uomini (1754) contribuisce a plasmare il cosiddetto mito del buon selvaggio. L'uomo è allo stato primitivo buono e autosufficiente, libero ma moderato e limitato, pertanto in armonia con la natura. Sebbene lo definisca e lo consideri più che altro una categoria filosofica, Rousseau descrive uno stato di natura "che non esiste più,che forse non è mai esistito e che probabilmente non esisterà mai" in cui l'uomo non è ragione, ma solo sentimenti e passioni. Uno stato - per così dire - al di qua del bene e del male, senza scopo o ambizione. Ogni individuo aveva sentimenti adatti a questo stato di semplicità e spontaneità; poiché non aveva obiettivi da perseguire, se non quelli elementari e naturali, non avvertiva né il desiderio né l'interesse nel sopraffare gli altri.

"L'arte periva con l'inventore. Non c'era né educazione né progresso: le generazioni si moltiplicavano invano e, partendo ciascuna dallo sempre stesso punto, i secoli scorrevano in tutta la rozzezza delle prime età; la specie era già vecchia e l'uomo restava sempre fanciullo"                                                                                       (da Saggio sull'origine delle lingue,J.J.Rousseau)

Fotogramma da Lord of Flies (P. Brook)

Il fanciullo, soggetto non ancora modellato dai condizionamenti sociali, è la trasfigurazione letteraria dell'uomo allo stato di natura. Golding sostiene che la civilità sia non un'alternativa alla barbarie, ma solo una sua maschera (e non è un caso che Jack e i cacciatori si dipingano la faccia). Dunque costruisce nel romanzo un microcosmo che riflette la dialettica non tra ragione e istinto, ma tra due modelli di civiltà. Riportando l'idea di razionalità alla concezione weberiana, essa è agire secondo uno scopo o secondo un valore. Ralph e Jack sono entrambi perfettamente razionali, ma perseguono fini diversi, in virtù dei quali i singoli possono scagionarsi dal peso «»della responsabilità individuale.

Il Signore delle mosche è un romanzo politico, che richiama chiaramente le dinamiche e gli equilibri del primo dopoguerra. La comunità sull'isola materializza la società di massa, intesa come aggregato omogeneo in cui i singoli individui tendono a scomparire e a costituirsi come gruppo. All'inizio i bambini stringono un patto sociale di stampo lockiano, fondano uno stato regolato dalle leggi naturali, che può sciogliersi in ogni momento se qualcuno contravviene. L'originaria collaborazione per la sopravvivenza è oltrepassata dalla sistematica associazione per il conseguimento dei propri obiettivi. I «littluns» (storpiatura di little) costituiscono la massa, poco incline al ragionamento ma adattissima all'azione, suggestionabile e pericolosa. Un individuo immerso in una massa assume un atteggiamento del tutto diverso rispetto a un individuo singolo, il suo agire è qualitativamente differente. Il singolo sa che da solo sarebbe molto limitato, ma immerso nella massa ne scopre il potere ed è pronto a fare ciò che da solo non avrebbe mai potuto; sente, pensa e agisce in modo del tutto imprevisto rispetto a come isolatamente sentirebbe, penserebbe,agirebbe.

"Nell'aggregato di una folla (cioè di una massa) non vi è affatto somma o media di elementi, ma combinazione e creazione di elementi nuovi. La stessa cosa accade in chimica. Le basi e gli acidi si combinano per formare un corpo nuovo, dotato di proprietà diverse da quelle dei corpi che hanno servito per la sua formazione "                                                                                                  (da La psicologia delle folle, Le Bon)

Questo fenomeno chiarisce il perché anche Ralph e Piggy, personaggi positivi, partecipino all'omicidio di Simon nell'esaltazione collettiva. Questo fenomeno spiega perché il modello democratico fallisce. La massa non è in grado di autogestirsi come gruppo di individui singoli, agisce come entità indifferenziata, che ricerca solo soluzioni e immediate. Nei momenti di grave crisi - nel caso del romanzo, la minaccia di una bestia - la democrazia si disintegra perché considerata troppo debole per garantire il benessere e la sicurezza della società. Da qui emerge il capo carismatico, incarnato da Jack, che cavalca l'onda irrazionale, occultando il problema più importante: il rischio di non essere salvati.


Piggy e Ralph. Fotogramma da Lord of Flies (P. Brook)

Il romanzo si presta anche a una lettura allegorica. I personaggi sono stilizzati, essenzialistici, perché svolgono più che altro la funzione di simboli. Piggy è simbolo anche formale: per tutta la narrazione non si fa mai il suo vero nome. Rappresenta la razionalità, che oscilla tra mero buon senso e ragione positivistica che tenta di uniformare la realtà per comprenderla e per dominarla. La descrizione fisica rafforza questa caratterizzazione psicologica: Piggy è un ragazzo grottesco, grasso, ossessivamente attaccato alle convenzioni sociali e a una parvenza di civiltà. È l'unico a indossare gli occhiali, senza cui però non vede quasi nulla. È ragione senza intelligenza, senza alcuna capacità di resilienza. Il fuoco è un simbolo ambivalente. Da una parte è il segnale, l'unico mezzo di salvezza e l'unico appiglio che hanno i bambini per mantenere la lucidità e non abbandonarsi al panico. Dall'altra parte è l'incendio appiccato dai cacciatori per trovare Ralph, la cieca irrazionalità che divora tutto ciò che la circonda senza cura delle conseguenze. Ralph e Jack sono entrambi leader, ma radicalmente diversi. Ralph si identifica col despota illuminato, che prende il potere soltanto perché gli altri non sono in grado di autogestirsi. Jack aspira all'ascesa politica per pura ambizione personale, si sente superiore agli altri e trae soddisfazione dal consenso. In altri termini, Ralph è il superuomo inteso come Oltre-uomo (Übermensch nietzschiano) che supera la morte del potere e della civiltà e si distacca dalla massa che si comporta come un gregge. Jack è il Superuomo dannunziano, si innalza sulla massa in virtù di una presunta superiorità ontologica. Tuttavia Jack non sarebbe diventato così brutale senza l'influenza di Roger. Questo personaggio è fin dall'inizio orientato a compiere violenza ingiustificata, violenza per il gusto della violenza, ma è frenato dal «tabù della vecchia vita, dal ricordo dei genitori, della polizia e della legge», in una parola, dal Super Io. L'isola si configura come occasione di superamento del disagio della civiltà di cui parlava Freud. Le leggi vengono abolite per appagare l'istinto di sopraffazione. Il gusto per la violenza culmina con l'assassinio di Piggy, che Roger uccide soltanto perché non sopporta. 


Fotogramma da Lord of Flies (P. Brook)

Ci sono varie interpretazioni riguardo la figura di Simon. C'è chi vede nella sua morte una rilettura della morte di Cristo, ma questa ipotesi è per alcuni aspetti forzata ed estremamente riduttiva. Simon è senza dubbio l'innocenza e la sensibilità umana. È l'unico a capire che non c'è nessuna bestia, se non all'interno di ogni uomo.

Il Signore delle mosche narra una storia che sembra raccontarsi da sola, senza bisogno di alcun artificio letterario. Un intreccio martellante che dalla morte di Simon fino alla morte di Piggy induce – quasi costringe - a concordare con la tesi di Golding: «L'uomo produce il male come le api il miele».Ma che cos'è il male?

 Se per male si intende la sopraffazione dell'altro, segue la conclusione che la vita in sé è male. La vita è strutturalmente alimentata dalla morte: in natura alcuni muoiono perché altri vivano. L'uomo è l'ultimo stadio della materia, la materia che si interroga su sé stessa. Allo stato attuale delle ricerche scientifiche, l'uomo è l'unico essere vivente dotato di autocoscienza, grazie alla quale inquadra questo insensato ciclo di autoconservazione. Se la morte è allora il presupposto della vita, che cos'è la violenza? O la crudeltà? Quando alla sopraffazione per la sopravvivenza subentra la sopraffazione ingiustificata, c'è violenza. E questo passaggio avviene ogni volta che l'uomo non accetta la propria condizione, al contrario la maschera con mistificazioni e astrazioni che gli garantiscano una qualche forma di compensazione, terrena o ultraterrena. Perché sembra assurdo vivere una vita intera, se poi non avrà senso e sarà dimenticata come se non fosse mai stata vissuta. Che senso ha la sofferenza se l'universo è mero autosostentamento senza scopo?


William Golding

Quando l'uomo non è in grado di accettare la tragicità della vita, ricerca altrove il senso dell'esistenza che nella realtà sembra essere assente. Lo ricerca nella religione, nella politica, nel pensiero. La violenza è nel Dogma. Il senso positivo (ovvero posto dall'alto e non intrinseco) ritrovato in queste sovrastrutture si alimenta a tal punto che la sopravvivenza del singolo perde di significato rispetto alla sopravvivenza dell'Idea. Se esiste un ordine superiore, che riporta tutte le cose a un fine ultimo, la vita del singolo è superflua, dunque ogni azione è legittima. L'Idea tende a non essere messa in discussione, al contrario diviene Dogma. La coscienza della condizione di essere vivente tutela dalla violenza. Se l'universo non è che isterica e forsennata corsa verso il Nulla, se tutte le vite sono ugualmente importanti e irrilevanti, nessuna può esigere la fine di un'altra. La cultura umana - che sia scienza o che sia arte - perde ogni attrattiva nel momento in cui non rivolge più l'attenzione alla cosmologia e non si confronta più con i grandi interrogativi dell'esistenza, gli enigmi dell'universo. Se l'uomo lascia che la cultura abbandoni questo tipo di ricerca è già potenzialmente violento verso il prossimo.



Federica Ruggiero

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