Essay | Annotazioni su un uomo inutile: "and with strange eons even death may die"

I do not know what windings in the waste

Of those strange sea-lanes brought me home once more

But on my porch I trembled, white with haste

To get inside and bolt the heavy door.

I had the book that told the hidden way

Across the void and through the space-hung screens

That hold the undimensioned worlds at bay

And keep lost aeons to their own demesnes.

At last the key was mine to those vague visions

Of sunset spires and twilight woods that brood

Dim in the gulfs beyond this eart’s precisions,

Lurking as memories of infinitude.

The key was mine, but as I set there mumbling,

The attic window shook with a faint fumbling.

H.P.L., The Key


(Non so quali svolte in quella distesa

Di quegli strani vicoli marini, mi portarono, ancora una volta, a casa,

Ma sul mio portico tremai, pallido per la fretta

Di attraversare e sprangare la pesante porta.

Avevo il libro che parlava della strada nascosta

Attraverso il vuoto, e gli schemi appesi nello spazio

Che tengono a bada i mondi senza dimensione,

e trattengono eoni perduti nei loro domini.

Finalmente era mia la chiave per quelle vaghe visioni

Di spire al tramonto e di boschi in penombra che meditano

Oscuri negli abissi al di là dei confini della terra,

nascondendosi come memorie di infinità.

La chiave era mia ma, mentre sedevo a mormorare,

la finestra della soffitta fu scossa da un goffo armeggiare).


Bentornati a tutti: sarà la penultima volta che leggerete questa frase, dal momento che, con l’articolo successivo a questo, potremmo considerare terminato il nostro omaggio a Howard Phillips Lovecraft. Il progetto iniziale per l’articolo era quello di parlare di due macroconcetti quali la nascita e la fortuna del Libro maledetto e quello di pantheon della tenebra, con la distinzione tra Grandi Antichi e Dei Esterni, peraltro accettata soltanto da una parte della critica. Dopo una lunga riflessione, sono arrivato alla conclusione che parlare di tutto questo in un solo contributo avrebbe portato a uno solo dei seguenti risultati: un riferimento spicciolo a ogni argomento o un articolo di lunghezza davvero eccessiva per la sede e il contesto in cui ci troviamo. Pertanto, ho deciso di spezzarne la trattazione, spostando i riferimenti al pantheon di tenebra nel prossimo articolo. In questo, di conseguenza, ci occuperemo della genesi del Necronomicon, collegandoci soltanto brevemente agli dei del pantheon lovecraftiano. Iniziamo.

Introduzione. Le origini del pantheon di tenebra e del Necronomicon

Come scrivono Gianni Pilo e Sebastiano Fusco: «un’infanzia come quella di Lovecraft segna indelebilmente». Sappiamo ormai bene quanti e quali traumi l’autore si trovò ad affrontare da bambino e da ragazzo (in caso contrario vi rimando al primo e al secondo articolo di questa rubrica); non dev’essere difficile, quindi, dedurre che Lovecraft, raggiunta l’età adulta, abbia avuto dei problemi a inserirsi nella società. Infatti, «giunto alla maturità, lo scrittore si ritrova solo: non è abituato al rapporto con gli estranei, non possiede un titolo di studio, non conosce alcun mestiere, ha del sesso nozioni unicamente letterarie. Quelle che per le persone comuni sono le condizioni normali della vita di tutti i giorni, per lui sono situazioni angosciose». Quanto questo dovesse risultare pernicioso per la psicologia dello scrittore, probabilmente nessuno di noi è in grado di immaginarlo; è difficile, credo, cercare di immedesimarsi in un rapporto col mondo in cui tutto, anche le cose e le situazioni che dovrebbero essere più normali, è per noi fonte di tormento e, quindi, percepito come ostile. La soluzione trovata dall’autore per sublimare queste fonti di angoscia, più volte richiamata nel corso di questa serie di articoli, si caratterizza per la sua originalità: Lovecraft attribuì a ognuna delle sue ansie e delle sue paure dei connotati ben precisi, tramutandole in divinità oscene e oscure dai caratteri grotteschi e ripugnanti, e provvide a collocarle tutte in un pantheon dell’orrore che, situato in un altrove non meglio ubicato, diventa il luogo di prosperità e proliferazione per tutti gli abomini concepibili e inconcepibili. La descrizione di questo pantheon venne racchiusa in un libro maledetto, il Necronomicon, frutto unicamente della fantasia dello scrittore, per quanto tutt’oggi ci siano ancora persone che si stanno dedicando alla sua ricerca. Questo libro, il quale fornisce le «chiavi dell’Abisso», fu scritto da un arabo pazzo e messo al bando da tutti coloro che preferirono volgere le spalle ai loro incubi piuttosto che fronteggiarli.

Dopo questa breve introduzione, possiamo esaminare nei dettagli le fasi della nascita del Necronomicon, la sua fittizia storia editoriale e l’enorme successo che il suo fascino misterico riscosse. In particolare, per le fasi della storia editoriale, la fonte principale cui attingo è il saggio La leggenda del «Libro maledetto», di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco (Newton Compton, 2016).



I. Concezione e storia editoriale del Libro dei morti


La notte s’apre sull’orlo dell’Abisso.

Le porte dell’inferno sono chiuse:

a tuo rischio le tenti. Al tuo richiamo

si desterà qualcosa per risponderti.

Questo regalo lascio all’umanità:

Ecco le chiavi.

Cerca le serrature; sii soddisfatto.

Ma ascolta ciò che dice Abdul Alhazred:

per primo io le ho trovate: e sono matto.


Molte sono le leggende nate attorno alla persona e all’opera di Lovecraft, causate in gran parte dal fascino evocato dalla sua personalità così intrigante; quella del Necronomicon è senza dubbio la più famosa, oltre che la più duratura, dal momento che è arrivata fino ai giorni nostri. Il Necronomicon, il cui titolo significa «Delle leggi che governano i morti», venne concepito da Lovecraft intorno all’inizio degli anni 30, come ricettacolo di tutte le formule e i riti con i quali si possono richiamare dai loro Altrove tutte le divinità presenti nei racconti del ciclo di Cthulhu; la lettura di questo libro, per la natura dei suoi argomenti, genera follia negli eventuali lettori, proiettandoli verso destini ancora peggiori.

L’elaborazione della storia editoriale del Necronomicon ebbe inizio per gioco e per mano di Lovecraft stesso: l’autore non aveva la benché minima intenzione di pubblicarla, e si limitò infatti a farne arrivare una copia manoscritta ad alcuni dei suoi amici e collaboratori più stretti, specificando alla fine che si trattava di niente più che di un frutto della sua fantasia. Ben presto però, questa storia riscosse un successo enorme tra gli appassionati del Fantastico, ottenendo una fama ben superiore alle intenzioni del suo creatore, il quale, negli anni successivi, ribadì diverse volte che né il libro né il suo autore erano mai esistiti, se non nel suo immaginario. Ma ormai era troppo tardi: la maggior parte dei lettori della storia editoriale del Necronomicon si persuase della sua esistenza (complice l’accuratezza maniacale che Lovecraft era solito applicare alle sue ricostruzioni storiche) a tal punto da fondare delle organizzazioni che, ancora oggi, si dedicano alla sua ricerca.

Esaminiamo ora nel dettaglio la storia e la cronologia che Lovecraft volle attribuire al Necronomicon. Per quanto i fatti verranno riportati come oggettivi, tenete presente che tutto ciò che leggerete è unicamente frutto della penna e dell’immaginazione di Lovecraft. Di ogni personaggio sarà specificato se immaginario o reale e storicamente coerente con la cronologia delle peripezie dell’opera. Leggendo attentamente questa storia immaginaria, capirete facilmente perché ebbe un tale potere persuasivo sugli appassionati del Fantastico.

Il titolo arabo originale del libro è Al Azif, ossia «il ronzio»: Azif, infatti, è il nome che la lingua araba usa per descrivere i suoni notturni provocati dagli insetti, che si riteneva fossero causati dall’ululato dei demoni. Questo libro venne scritto da Abdul Alhazred (il nome è modellato sulla frase inglese Abdul all has read, ossia “Abdul ha letto tutto”, in quanto l’autore è simbolo, oltre che di follia, di ardore di conoscenza) nella prima metà dell’ottavo secolo (tra il 730, anno del trasferimento dell’autore a Damasco, dove l’opera fu scritta, e il 738, anno della sua morte), sotto i Califfi Ommiadi, a seguito di vari pellegrinaggi tra le rovine di Babilonia e di un decennio trascorso in completa solitudine nel deserto dell’Arabia meridionale, nota sede di spiriti maligni. Molte leggende nacquero sulla morte e sulla follia dell’autore: Ibn Khallikan (biografo realmente esistito) riferisce che Abdul Alhazred venne catturato in pieno giorno da un orribile mostro, che procedette subito dopo a divorarlo davanti a una grande folla di astanti; Alhazred non professava la religione musulmana, ma adorava divinità dai nomi impronunciabili come Yog e Cthulhu. La prima traduzione greca di Al Azif risale al 950, quando lo studioso Teodoro Fileta (personaggio fittizio) venne in contatto con il libro, ampiamente diffuso ormai (per quanto segretamente) tra i filosofi e i dotti arabi; l’erudito greco intitolò la sua versione del libro Necronomicon. A questa traduzione seguì un secolo di esperienze innominabili, fin quando, nel 1050, il patriarca di Costantinopoli Michele (personaggio reale) lo diede alle fiamme. Seguì una nuova traduzione in greco dell’originale arabo, nel 1070, stavolta per mano di Teofilatto (personaggio fittizio), della cui sorte però non si sa nulla. Il nome del Necronomicon ricomparve nuovamente nel 1228, quando Olaus Wormius (personaggio reale) ne fece una versione latina, che si basava su una copia della traduzione greca di Fileta miracolosamente scampata alla damnatio memoriae indetta dal patriarca Michele. Nel 1232 papa Gregorio IX (realmente in carica all’epoca) mise al bando sia la versione latina che quella greca del libro; all’epoca l’originale arabo era già andato perduto (per quanto vi sia un vago indizio secondo cui una copia dell’opera sarebbe stata ancora in circolazione in tempi moderni a San Francisco, dove però venne distrutta nello storico incendio provocato dal terremoto del 1906) e, in seguito alla proscrizione voluta da papa Gregorio IX, si persero le tracce anche della versione greca, fino circa alla metà del XVI secolo, quando ne venne pubblicata una versione a stampa, probabilmente in Italia (il documento è privo di luogo e anno di pubblicazione, ma studi filologici hanno dimostrato che risale a un periodo compreso tra il 1550 e il 1567). La versione latina, invece, godé di altre due edizioni a stampa, entrambe prive di data e luogo di pubblicazione, identificati tuttavia con buona approssimazione da studi di bibliografia testuale: la prima risale alla fine del XV secolo ed è in caratteri gotici (quindi quasi sicuramente tedesca), la seconda fu redatta molto probabilmente nel 1623 a Madrid. Alla fine del XVI secolo invece (1580 o 1586), risale la prima frammentaria traduzione inglese del Libro dei Morti, per mano di John Dee (matematico realmente esistito, spesso sospettato di stregoneria e alchimia), che tuttavia non venne mai stampata. A distanza di quasi 500 anni dalla proscrizione voluta da Gregorio IX, si ha un’altra notizia della versione greca del Necronomicon, situata nella biblioteca privata di un cittadino di Salem ed eliminata insieme al suo proprietario nel 1692 (notizia particolarmente affidabile, se si conta che nel 1692 la città di Salem fu teatro di una lunga serie di processi per stregoneria, evento di cui Lovecraft era sicuramente a conoscenza, dal momento che un suo racconto tardo, risalente all’inizio del 1936, si intitola L’orrore di Salem).

Non si hanno altre testimonianze posteriori dell’opera.

Dai dettagli di questa storia editoriale, è molto facile capire perché molti appassionati non fecero alcuna fatica a persuadersi della sua esistenza: i personaggi fittizi sono pochissimi, quasi sempre autori di una traduzione del testo dell’opera da una lingua ad un’altra, mentre tutti i personaggi storici coinvolti all’epoca delle varie vicende affrontate dal Necronomicon si innestano nella storia con una coerenza interna e con una meticolosità eccezionali, entrambe elementi tipici delle ricostruzioni storiche di Lovecraft. Come se tutto questo non bastasse, alla fine della storia editoriale è presente un elenco delle copie del Necronomicon sicuramente ancora esistenti, con la loro relativa collocazione. La ricostruzione storica fu così convincente che, a distanza di pochi anni, tutti gli appassionati di letteratura Fantastica si erano già persuasi dell’esistenza del Libro dei Morti. Vediamo, quindi, cosa successe poco dopo la diffusione della storia editoriale del Necronomicon.



II. L’immediata fortuna del Necronomicon

Subito dopo la diffusione involontaria della storia editoriale del libro maledetto, gli appassionati di letteratura fantastica non soltanto stettero al gioco o si persuasero della sua esistenza, ma provvidero a inventare a loro volta falsi riferimenti, ad aggiungere particolari e a contribuire con nuove versioni ed abbellimenti alla leggenda; il tutto all’insaputa di Lovecraft, di cui possiamo ben immaginare la faccia quando, nel 1936, si vide arrivare per posta, dal suo corrispondente Willis Conover, una finta recensione di una versione in inglese del libro, scritta da Donald Wollheim. Inizialmente Lovecraft decise di stare al gioco a sua volta, puntualizzando, nella sua risposta a Conover, gli errori storici commessi da Wollheim e affermando di non veder l’ora di poter consultare personalmente questa fantomatica versione inglese, lasciando però capire, nel finale della lettera, che si trattava di uno scherzo, concludendo in questo modo: «se la leggenda del Necronomicon continuerà a crescere in questo modo, la gente finirà per crederci davvero ed accuserà me di falso per aver affermato di averlo inventato io». Parole profetiche, se guardiamo ciò che avvenne in seguito: nel 1941 Philip Duchesnes inserì il Necronomicon nel catalogo della propria libreria di New York, al prezzo di 900 dollari (una cifra mostruosa per l’epoca); ovviamente il suo era uno scherzo, ma ricevette, nonostante il costo esorbitante, decine di richieste, che provvide a rifiutare sempre con la stessa risposta, dichiarando di averlo già venduto a una università straniera, In seguito, il nome del libro comparve in un articolo del 1953 scritto da Arthur Scott, intitolato Curiose utilizzazioni della pelle umana, in cui si vagheggiava l’idea di poter contemplare quello che era considerato uno dei libri più rari del mondo, l’unico che, a detta di Scott, aveva le pagine ricavate da pelle umana.

Le richieste del libro aumentarono esponenzialmente: gli appassionati iniziarono a cercarne copie a qualsiasi prezzo, tanto che ben presto la sua leggenda arrivò nel Vecchio Mondo, dove rimase per anni in testa alle liste dei titoli più richiesti di molte delle librerie più prestigiose d’Europa (una per tutte, la storica Mandragore di Parigi). Poco dopo la diffusione della fama del Necronomicon in Europa, il disegnatore francese Philippe Druillet rivelò di avere scoperto e ricopiato alcune sue pagine, che iniziò a far uscire a stralci su molte riviste.

Nel frattempo, negli Stati Uniti si erano continuate a generare prove dell’esistenza del libro, finché non ne vennero create alcune talmente accurate e ben costruite da risultare difficilmente confutabili. Ecco cosa venne pubblicato nel 1962 sulla più autorevole rivista filologica americana, l’Antiquarian bookman: «Alhazred, Abdul. Il Necronomicon. Spagna, 1647. Rilegatura un po’logora in cuoio e con qualche macchia, anche se in perfetto stato. Numerose xilografie di simboli e segni iniziatici. Sembra essere un trattato di Magia Rituale in latino. L’ex libris a margine della pagina indica che il libro proviene dalla biblioteca della Miskatonic University. Al migliore offerente». L’annuncio, oltre a fornire le caratteristiche dettagliate del volume, ne indicava anche l’ubicazione, che è proprio la chiave per capire che si trattava di un’offerta fittizia. Il Miskatonic è, infatti, uno stato immaginario creato proprio da Lovecraft, dove sono ambientati alcuni dei suoi racconti e nella cui capitale (Arkham), nel racconto L’orrore di Dunwich, il personaggio di Wilbur Whateley riesce a procurarsi e a consultare una copia del Necronomicon, la cui descrizione corrisponde perfettamente a quella comparsa sull’Antiquarian bookman:

«alto quasi due metri e quaranta, portando una valigia nuova comprata a poco prezzo allo spaccio di Osborne, questo scuro gigante dall’aspetto caprino comparve un bel giorno ad Arkham, alla ricerca del tremendo volume tenuto sotto chiave nella biblioteca dell’Università: l’orribile Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred, nella versione latina di Olaus Wormius, stampato in Spagna nel diciassettesimo secolo».

Qualsiasi buon conoscitore di Lovecraft avrebbe riconosciuto abbastanza facilmente la citazione di uno dei suoi racconti più famosi; infine, una vera e propria prova accademica dell’esistenza del libro maledetto fu fornita dalla California University, nella cui Biblioteca Centrale era presente, fino ai primi anni Duemila, questa scheda:

BL 430 A 47 Alhazred, Abdul, ca. x. 738 scaffale B NECRONOMICON (Al Azif), di Abdul Alhazred. Tradotto dal greco da Olaus Wormius (Olao Worm) XIII, 760 pp., incisioni su legno, tavole Sm. Fol. (62 cm) Toledo, 1647

Questa scheda, probabilmente opera di uno studente, era stata realizzata nella prima metà degli anni Sessanta con un’accuratezza davvero notevole: nella Biblioteca Centrale della California University, infatti, la sezione BL430 è quella relativa ai volumi dedicati alle religioni primitive, il cui scaffale B contiene i testi non ammessi alla pubblica consultazione per ragioni di contenuto, antichità o rarità. La scheda è stata soppressa nel processo di conversione elettronica del catalogo.


Riproduzione amatoriale del "Necronomicon" in latino

Come possiamo notare, attorno al Necronomicon nacque un vero e proprio delirio. Nel giro di meno di tre decenni dalla sua creazione, pressoché tutti gli appassionati di letteratura Fantastica erano fermamente convinti della sua esistenza. La fama di Lovecraft come autore e come profondo conoscitore del testo aumentò a dismisura (poco ne giovò allo scrittore, che nel frattempo era già morto), e nacquero dei veri e propri miti attorno alla sua figura, che lo volevano membro di sette dedite al culto degli Dei Antichi, interlocutore di quelle divinità e addirittura conoscitore del futuro. In seguito al processo di creazione delle prove dell’esistenza del libro maledetto, vennero formulate alcune ipotesi abbastanza fantasiose ma interessanti, che occuperanno la conclusione dell’articolo e che dimostrano quanto la fama del libro sia tuttora più viva che mai.

III. Qualche ipotesi sulla genesi e sulla fortuna del Necronomicon

Da quanto detto nelle sezioni precedenti dell’articolo, risulta ovvio che la leggenda del Libro dei morti godé da subito di una eccezionale fortuna, che si è in seguito tutt’altro che affievolita, continuando semmai ad aumentare costantemente con il passare degli anni. Le motivazioni di questo successo possono essere varie, ma vanno ricercate, a mio parere, soprattutto nelle tematiche che nel Necronomicon vengono trattate: la curiosità e il fascino per l’ineffabile sono da sempre due giganteschi motori di conoscenza per l’essere umano, e un libro che, per quanto a prezzo della follia, garantisca una conoscenza così primeva dei meccanismi più celati che regolano il funzionamento dell’universo, certo doveva risultare incredibilmente affascinante per tutti gli appassionati di conoscenza. Ancora, le sue tematiche misteriche avranno attirato tutti gli appassionati di esoterismo, affascinati dall’idea di poter ricondurre le loro indagini a entità ben più antiche delle varie culture umane, quindi non create o modellate su elementi culturali. Ovviamente, anche il Necronomicon, nell’immaginario lovecraftiano, ha un significato simbolico: questo libro, infatti, è la metafora del tormentato universo interiore dello scrittore, che contiene le ragioni più ancestrali delle sue paure, rappresentate appunto da entità abominevoli, di cui discuteremo nel prossimo articolo. Colui che ha il coraggio di leggere quanto scritto nel libro, ossia di guardare fino in fondo all’interno del suo universo interiore, arriverà a una sua piena conoscenza, che lo porterà tuttavia a doversi distaccare dalla ragione e dalla salute mentale, esattamente come ha fatto l’arabo pazzo quando si è approcciato alla stesura dell’opera. L’autore del Necronomicon, infatti, è la rappresentazione del coraggio intellettuale di Lovecraft, che piuttosto che distogliere lo sguardo dall’orrore preferisce fissarlo negli occhi e riportarlo su carta, evocando quegli abomini nella speranza di allontanarli. Lovecraft, tuttavia, è ben cosciente del fatto che la contemplazione di simili orrori, se da un lato potrà elevare l’uomo a un grado di conoscenza superiore, dall’altro non potrà fare a meno di renderlo folle, conducendolo a una comprensione (del mondo e, fuor di metafora, di sé) eccessiva e sproporzionata agli strumenti che la sua mente gli mette a disposizione. Come evidenziato in altri punti degli articoli precedenti, per Lovecraft la conoscenza dei meccanismi e delle entità ancestrali che governano l’universo, metafora costante dei meccanismi celati che sono alla base delle nostre emozioni, genera inevitabilmente follia, causata dall’entrata in contatto di uno strumento fragile, come la mente umana, con concetti che vanno al di là delle sue capacità di comprensione.

Sulla genesi dell’idea del Necronomicon, che potrebbe essere stata non puramente di fantasia ma guidata da alcune esperienze di Lovecraft, sono state fatte alcune ipotesi, su cui ci soffermeremo come conclusione.

Nel 1968, Gianni Pilo e Sebastiano Fusco incontrarono a Roma lo scrittore Lyon Sprague de Campo, che a breve sarebbe diventato l’autore della più completa biografia di Lovecraft stampata finora, il quale mostrò loro una cosa molto interessante: un quadernone di pergamena scritto in un alfabeto simile all’arabo, da lui acquistato a Baghdad, il cui titolo (che gli era stato tradotto da un funzionario della Direzione Generale delle Antichità Irachene) era L’ululato dei demoni, in arabo Al Azif. Lo stesso funzionario assicurò a Sprague de Camp che il libro riguardava una serie di formule necromantiche; ovviamente il biografo non credette che Lovecraft potesse aver tradotto e letto quel libro e avervi basato la storia del Necronomicon, tuttavia fu comunque colpito dalla coincidenza di titolo e argomento. Affidato alle cure di alcuni esperti americani, il libro si scoprì essere stato scritto in un dialetto curdo pressoché sconosciuto, parlato soltanto dagli abitanti di un villaggio dell’Iraq meridionale; attualmente, almeno stando alle informazioni ufficiali, nessuno l’ha ancora tradotto. Quando de Camp pubblicò una copia fac-simile di questo manoscritto, la leggenda del Necronomicon trovò tuttavia nuove prove della propria ragione d’essere e ricominciarono a circolare voci sul suo conto, ingigantite dal fatto che de Camp stesso dichiarò che tre filologi arabi erano scomparsi misteriosamente poco dopo aver iniziato il processo di copia, probabilmente perché durante quest’ultimo mormoravano inconsciamente le frasi da ricopiare. Un’altra ipotesi, ancora più fantasiosa, fu avanzata da Colin Wilson, anche lui grande studioso di Lovecraft; Wilson, infatti, affermò di essere venuto a conoscenza del fatto che il padre di Lovecraft era stato adepto di una setta della Massoneria egizia fondata da Cagliostro, e che lì era venuto in possesso della traduzione inglese del Necronomicon redatta da John Dee, la quale, dopo la morte di Winfield, fu trovata dal figlio Howard, che la lesse e ne risultò profondamente traumatizzato, attribuendo quindi alla scoperta del volume le origini dell’orrore interiore di Lovecraft, che avrebbe in seguito finto di averlo inventato per non screditare la memoria del genitore.


Questa storia (che nella testa di Wilson era niente più che uno scherzo, dal momento che non citò mai la fonte delle sue fantomatiche scoperte sul conto di Winfield Lovecraft, e dal momento che in seguito pubblicò un libro intitolato proprio Necronomicon (George Hay & Company,1993) in cui si limitava a trascrivere tutti i passi del libro comparsi nei racconti di Lovecraft) incise profondamente sulla credulità degli appassionati del genere. Ancora oggi esistono, a riprova dell’enorme fortuna del testo, molte associazioni e sette che affermano di avere messo in pratica alcuni rituali presenti nel Necronomicon o che si dedicano alla sua ricerca esplorando palmo a palmo i deserti dell’Arabia.

Quando Lovecraft allora affermò che la faccenda del Necronomicon stava sfuggendo al suo controllo, ebbe pienamente ragione: il suo libro, benché non sia mai esistito materialmente, è vivo più che mai nelle menti e nei cuori degli appassionati e dei fanatici. Le divinità che in questo vengono osannate ed evocate hanno ormai assunto vita propria, arrivando ben oltre le pagine dei racconti di Lovecraft. Paradossalmente, quello che per lui doveva essere nient’altro che un gioco, si è rivelato il fulcro attorno al quale hanno iniziato a ruotare la sua personalità, le sue opere e, dopo la sua morte, la sua memoria, nonché l’idea più geniale da lui mai concepita.

Ora che abbiamo un quadro chiaro di quella che è stata la storia del Libro dei morti, possiamo, nel prossimo articolo, con il quale la rubrica si chiuderà, esaminare i tratti delle entità che in questo vengono rappresentate e invocate: gli Dei Esterni e i Grandi Antichi.


Matteo Tedesco



Annotazioni su un uomo inutile:

Il solitario di Providence  Una fantasia precoce e inquieta Che massa di robaccia mediocre e miserevole! Sedibus ut saltem placidis in morte quiescam Un pacifico materialista conservatore Il Copernico della letteratura del terrore

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