Essay | Annotazioni su un uomo inutile: che massa di robaccia mediocre e miserevole!

Introduzione


H. P. Lovecraft a venticinque anni

Eccoci al terzo appuntamento con la rubrica Annotazioni su un uomo inutile, serie di articoli in omaggio allo scrittore Howard Lovecraft. Nell'articolo precedente abbiamo esaminato per intero la produzione letteraria dello scrittore che risale al periodo 1896-1908. In questo appuntamento, invece, prenderemo in esame una parte di quegli scritti che spesso viene considerata molto poco: la sua produzione poetica.

Ebbene, sì, Lovecraft scrisse anche poesie. Più precisamente, venne convinto dalla madre, all’età di circa 18 anni, ad abbandonare la narrativa per dedicarsi esclusivamente all’attività poetica, da lei ritenuta più nobile. A eccezione di Psychopompos, composta nel 1919, e Fungi from Yuggoth, composta tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930, tutte le altre poesie di Lovecraft risalgono al decennio 1908-1917, anno in cui decise di tornare, e stavolta in modo definitivo, di nuovo alla narrativa.

Dal punto di vista tematico, le poesie di Lovecraft si rivelano spesso come memorie di sogni. Lo scrittore, infatti, manifestò sovente una memoria onirica strabiliante, ricordando praticamente ogni particolare da lui sognato (come risulta dalla lettura dei personali quaderni di appunti). La sfera onirica, quindi, non è soltanto alla genesi dei suoi racconti, ma rappresenta una costante di tutta la produzione lovecraftiana. Ciò era dettato da ragioni “terapeutiche”: tanto i racconti quanto le poesie di Lovecraft cioè, risultano modellati sui sogni poiché la trascrizione dei tetri paesaggi e delle situazioni raccapriccianti che vedeva e viveva durante la notte fu da subito l’unico modo di affrontarli. Ovviamente, i traumi infantili che subì contribuirono notevolmente a generare e a rendere ricorrenti tali orrori notturni [cfr. primo articolo]. Anzi, la sua produzione poetica ci è particolarmente utile dal punto di vista esegetico: le poesie di Lovecraft ci permettono di comprendere la portata delle visioni che ogni notte tormentavano il suo sonno, più e meglio di quanto non lo facciano gli stessi racconti. Infatti, a differenza della prosa, dove il sogno spesso funge da semplice spunto per la strutturazione di una storia, di cui può rappresentare il setting o la situazione iniziale, le poesie sono narrazioni pressoché prive di filtro tra la visione e la scrittura, una pura trascrizione dei luoghi da lui visitati: sono, nella maggior parte dei casi, lunghe descrizioni, talvolta del tutto statiche, talaltra alternate ad avvenimenti dalla successione molto incalzante, cui fa da costante un’atmosfera tetra e malinconica, a tratti spaventata, a tratti disperata, in cui i sentimenti dell’autore traspaiono più che in ogni altra opera.

Il Lovecraft poeta, dal punto di vista (solo) qualitativo è senza dubbio un Lovecraft minore. Di ciò si rese conto lui stesso, che si mostrò sempre dotato di un acuto spirito autocritico fino a definire la sua intera produzione poetica come «una massa di robaccia mediocre e miserevole»

È proprio questo il tratto più peculiare della poetica di Lovecraft. Profondamente insofferente nei confronti del verso libero, da lui giudicato privo di ogni musicalità e fascino, le sue poesie aderiscono sempre con la massima rigidità agli schemi metrici classici. La cosa non deve sorprendere: ci è ben noto che Lovecraft si sentiva più un Inglese del diciottesimo secolo che un Americano dell’inizio del ventesimo (da giovane per esempio ebbe l’abitudine di datare tutti i suoi scritti due secoli addietro alla data effettiva, e lui stesso faceva in modo di rendere plausibile quanto più possibile la loro retrodatazione) e che anche la sua formazione da autodidatta era avvenuta soprattutto su testi molto precedenti a quelli a lui contemporanei. Tutto ciò appesantì lo stile dello scrittore con una fortissima patina arcaizzante, che rende la lettura delle sue opere a volte alienante, con narrazioni di eventi molto anacronistiche rispetto al linguaggio utilizzato, al punto che chiunque, leggendo un testo poetico di Lovecraft senza sapere nulla dell’autore, non avrebbe alcuna difficoltà a ricondurlo a un’epoca molto anteriore rispetto a quella in cui fu davvero scritto, se il testo non contenesse elementi che lasciano capire che l’io lirico è chiaramente vissuto nei primi del Novecento.

Lovecraft mostrò un minimo valore affettivo solo per due suoi componimenti in versi (che sono anche gli unici due che scrisse dopo la fine del decennio poetico, come abbiamo detto): Psychopompos e Fungi from Yuggoth. In chiusura dell’articolo troverete dei link che vi permetteranno di leggere i loro testi integrali in lingua originale. Del primo analizzeremo soltanto la tematica e il livello stilistico. In seguito, passeremo brevemente in rassegna i componimenti risalenti al decennio poetico, per passare, infine, a Fungi from Yuggoth, su cui ci fermeremo molto, in quanto, personalmente, la considero una sorta di testamento spirituale di Lovecraft, in cui sono racchiusi e riportati, privi di filtri e con una dovizia di particolari che lascia sgomenti, tutti i suoi terrori, le sue visioni, i suoi incubi; in questo componimento, più che mai, appare il Lovecraft uomo, il Lovecraft debole e smarrito di fronte all’immensità del terribile vuoto che si ripresenta puntualmente davanti ai suoi occhi, e che partorisce di continuo profusioni di aberrazioni indicibili; il Lovecraft perfettamente cosciente dell’impotenza della propria iperrazionalità (di cui andò così fiero in vita) di fronte a una distesa di tenebra di proporzione tale da non poter essere neanche lontanamente concepita dalla sua mente; in Fungi from Yuggoth l’autore ci mostra cioè, come mai aveva fatto prima e come mai più farà in futuro, la nudità della sua anima, che appare tormentata, sgomenta, terrorizzata, immersa nell’agghiacciante oscurità scaturita dalle profondità dei suoi stessi abissi.



I. Psychopompos

Ma procediamo con ordine: iniziamo da Psychopompos, la più famosa poesia di Lovecraft. La scelta di partire da un’opera relativamente tarda (1919), per poi fare un passo indietro e tornare a quelle composte durante il decennio poetico, non è casuale. Infatti, Psychopompos è la poesia cui la definizione di «narrazione in versi» [da Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Lovecraft, tutti i romanzi e i racconti, Newton Compton, 2016] che spesso è stata attribuita a tutta la produzione poetica lovecraftiana (attraverso una generalizzazione, a mio avviso, un po’ troppo riduttiva), meglio si confà. L’ispirazione, come in molti altri casi, arrivò da un sogno, anzi molto probabilmente da una sequenza di sogni concatenati tra loro, sulla cui base Lovecraft modellò, come suo solito, uno scritto, con la sola differenza, rispetto agli altri racconti, che questo risulta incastrato nella camicia di forza della metrica.

Questa è la storia narrata:

Il signor De Blois, discendente di un’antica e nobile famiglia, vive nel suo castello situato vicino a un villaggio, in un luogo e in un tempo non specificati e volutamente indefiniti. Su di lui corrono strane voci. Alcuni riconducono il suo aspetto fisico all’appartenenza a una razza diversa da quella umana, interpretando come paura di essere scoperto il fatto che lasci così raramente il suo castello. Le voci che circolano sulla moglie, poi, sono ancora peggiori. Di straordinaria reticenza verso chiunque le chieda informazioni sulle proprie origini, i suoi occhi sono troppo ardenti (almeno a detta delle vecchie del villaggio), tanto da far tremare i bambini al suo passaggio. Di lei si dice che abbia il passo di una serpe e il dono del malocchio, oltre a tante altre doti di stregoneria. A un tratto, la tranquillità del villaggio viene scossa da un lutto: la morte di Jean, il figlio, ancora bambino, del Balivo. Nessuno si aspettava una tragedia simile, dal momento che il piccolo si era sempre mostrato sano e forte e la sua malattia era stata talmente atipica e rapida che i medici stessi l’avevano ricondotta a un atto di stregoneria. Subito iniziano a circolare altre voci sul fatto che la signora De Blois fosse stata vista, il giorno prima, rivolgere un mesto sorriso al piccolo. Durante la notte, la madre resta, dopo le onoranze funebri, accanto al cadaverino. Inizia a imperversare una tempesta, con neve e fulmini contemporaneamente. La madre, benché leggermente assopita, percepisce una presenza strisciare accanto al corpo del figlio. Destatasi di soprassalto, si rende conto che una serpe si sta avvicinando a quel corpicino, e fa appena in tempo a prendere un’ascia vicino a lei e a spaccarle il cranio prima che il cadavere venga divorato. La scena si conclude con l’animale che striscia via di nuovo, agonizzante. Pochi giorni dopo, il villaggio si rende conto che il signor De Blois è molto cambiato, poiché ha iniziato ad aggirarsi stranamente spesso per il villaggio. Si sparge la notizia della scomparsa della signora De Blois, che viene ritrovata la primavera successiva, sommersa dalla neve, con la testa spaccata in un campo appena disgelato. Le maldicenze sulla nobile famiglia aumentano, specie considerando che, poco prima del ritrovamento della signora De Blois, suo marito si era mostrato molto interessato ad ascoltare la storia della serpe direttamente dalla bocca della moglie del Balivo. La vita nel villaggio continua tranquilla fino al giorno dei Candelora dell’anno successivo, primo anniversario della morte di Jean. Quella notte, il cielo si copre di spesse nuvole, come mai si erano viste prima, e inizia a infuriare una tempesta. Al suo termine, un branco di lupi inizia a dirigersi verso il villaggio, tutti al seguito di un capobranco dalle fattezze più mostruose che canine. Arrivato al villaggio, il branco si dirige prontamente alla casa del Balivo, che nel frattempo riesce a mantenere il sangue freddo. Il capobranco sfonda la finestra e afferra la moglie del Balivo, trascinandola nel punto dove era stata posta la bara del piccolo Jean in commemorazione dell’anniversario. A questo punto il Balivo si avventa contro il capobranco e, con la stessa ascia con cui sua moglie, esattamente un anno prima, aveva ucciso la serpe, spacca la testa del lupo. D’improvviso, un intervento divino (una luce che fende le nuvole e dipinge sul camino della casa del Balivo l’immagine del Cristo) disperde il branco di lupi, ponendo fine al regno dell’Orrore.

Dopo tutto questo, il lettore scopre che tutta la poesia, fino a quel momento, è un racconto che una vecchia del villaggio sta riferendo. La vecchia risulta confusa, i suoi ricordi iniziano ad accavallarsi gli uni con gli altri. L’unica cosa che riesce, con uno sforzo di memoria, a richiamare alla mente, è il fatto che, da quel giorno, nessuno aveva più visto il signor De Blois.

Dal punto di vista stilistico, la narrazione procede in toni spiccatamente prosastici. Sono presenti poche figure retoriche, poche alterazioni nell’ordine dei costituenti (iperbati), così come poche sono le figure di suono. Il lessico è proprio di uno stile medio-basso, conforme alla realtà che qui viene rappresentata. Non risulta, inoltre, esserci preponderanza dell’elemento descrittivo su quello narrativo, a differenza della maggior parte della produzione poetica di Lovecraft (per questo Psychopompos è considerato il prototipo di racconto in versi lovecraftiano).

Analizzata dal punto di vista delle vicende, la poesia presenta molte tematiche ricorrenti nella narrativa successiva di Lovecraft: la presenza demoniaca all’interno di un villaggio, di cui tutti mormorano ma di cui nessuno ha prove; la metamorfosi, incontrata anche nel racconto giovanile Beast in the Cave, non legata però qui a fattori ambientali, ma a ragioni ontologiche; l’elemento della tempesta quale messaggera di sventura (che tornerà con grande frequenza nelle storie del ciclo di Cthulhu), qui presente sia durante la notte della morte del piccolo Jean, sia quando il signor De Blois, assunte le sue vere sembianze, assume il comando di un branco di lupi per vendicare la sua amata. Tuttavia, un elemento è in uno stridente contrasto con tutto il resto della produzione lovecraftiana: la presenza della Provvidenza Divina, qui intesa nel senso strettamente cattolico del termine. Quando tutto sembra perduto, infatti, ossia quando i lupi hanno circondato il Balivo e la moglie, interviene l’effigie del Cristo, proiettata da un raggio di luce direttamente sul camino della casa del Balivo. A meno che la memoria non mi stia tradendo (cosa perfettamente plausibile considerando la vastità dell’opera lovecraftiana), non mi risulta che ci siano altre opere di Lovecraft, in prosa o in versi, in cui è presente questo elemento. Anzi, negli scritti lovecraftiani viene spesso messo l’accento sulla semplicità e sulla puerilità di coloro che confidano in una qualsiasi divinità e che credono che niente di male potrà mai accadere loro. La fede risulta sempre, nell’opera lovecraftiana, la grande sconfitta di fronte a sentimenti e paure preesistenti all’uomo stesso e, di conseguenza, anche alle religioni (che per Lovecraft risultano essere la proiezione delle naturali leggi morali dell’uomo all’esterno dell’uomo stesso; ma di questo discuteremo in modo approfondito nel sesto articolo). Gli uomini di fede pagano lo scotto di avere riposto le loro speranze in un essere superiore da loro stessi creato affinché li protegga, vegli su di loro e li conduca alla salvezza dell’anima (anche della concezione lovecraftiana di anima discuteremo nel sesto articolo). Gli Dei, quelli veri, si presentano come entità superiori a qualsiasi concezione umana, portatori (nelle rare occasioni in cui visitano il nostro mondo) di morte, distruzione e follia. Da questo punto di vista, Psychopompos è un unicum nell’universo letterario del solitario di Providence, in cui ben poche volte è il bene a trionfare, dove spesso l’unico vero elemento felice è la paura, che nasce quando l’uomo si trova a fronteggiare entità che vanno ben al di là del concetto di bene e di male: quella paura che ognuno prova quando contempla dritto negli occhi ciò che governa il mondo e l’universo da prima che l’universo e il mondo stessi prendessero forma, e che gli fa prendere coscienza di tutta la sua piccolezza di fronte ai misteri del cosmo.



II.Il decennio poetico (1908-1917)

Le poesie risalenti al decennio poetico, già a partire dai titoli, sono per la maggior parte caratterizzate dalla preponderanza dell’elemento descrittivo: L’antico sentiero, Ricordi, Oceano, Il lago dell’incubo, La città, lasciano intendere in nuce come le descrizioni dominino sulla narrazione. Le rappresentazioni che Lovecraft ci fornisce dei paesaggi da lui sognati sono molto preziose: sono, infatti, le testimonianze più genuine che abbiamo del suo subconscio, caratterizzate da alcuni tratti comuni. Il primo tra questi, quasi soverchiante, è la cupezza. Il mondo onirico di Lovecraft (almeno quello del suo decennio poetico) è un mondo tetro, buio, un mondo dai paesaggi inquietanti che sgomentano l’animo tanto del sognatore quanto del lettore: immagini suggestive, che però allo stesso tempo creano una sensazione di disturbo.

Basterà una breve citazione della poesia Il lago dell’incubo per poterne comprendere la portata:

[…] There is a lake in distant Zan, Beyond the wonted haunts of man, Where broods alone in a hideous state A spirit dead and desolate; A spirit ancient and unholy, Heavy with fearsome melancholy, Which from the waters dull and dense Draws vapors cursed with pestilence. Around the banks, a mire of clay, Sprawl things offensive in decay, And curious birds that reach that shore Are seen by mortals nevermore. (C’è un luogo, nella lontana Zan, oltre i rifugi soliti degli uomini, dove vaga solo e in uno stato pietoso uno spirito morto e desolato; uno spirito antico ed empio, gravato da una spaventosa malinconia, che dalle torbide e dense acque trascina vapori maledetti dalla pestilenza. Attorno alle rive, un limo di argilla, si stendono cose nauseabonde in putrescenza, e gli uccelli curiosi che raggiungono quella costa non vengono mai più visti dai mortali.)


Ecco cosa celava il subconscio di Lovecraft in quegli anni: visioni di abomini, di cose non meglio definite o definibili, di creature in putrescenza che inglobano tutto ciò che si avvicina loro. La poesia prosegue con un susseguirsi di immagini simili, in una costante climax. Nella scena finale, Lovecraft dichiara di aver visto cosa si cela sotto la superficie di quel lago immondo. Dopo una descrizione che dimostra, come è solito nell’autore, una grandissima minuzia di particolari, l’autore-personaggio si risveglia dal suo sogno e inizia a pregare:

[…] No ear may learn, no tongue may tell What nameless horror then befell. I see that lake—that moon agrin— That city and the things within— Waking, I pray that on that shore The nightmare lake may sink no more! (Nessun orecchio può udire, nessuna lingua può dire quale indicibile orrore accadde allora. Vidi quel lago, quella luna ghignante, quella città e le cose al suo interno. Svegliandomi, pregai che su quella riva il lago dell’incubo non sprofondasse mai più!)

Analizziamo brevemente il testo in modo critico: innanzitutto, già il titolo, The nightmare lake, richiama immediatamente la dimensione onirica. L’autore, in questo caso, dichiara da subito di trovarsi all’interno di un sogno, e ciò è confermato dal fatto che, alla fine del pezzo, vi è il risveglio. Dal punto di vista stilistico lo schema di rime (distici di ottonari in rima baciata) contribuisce a rendere più incalzante il susseguirsi delle descrizioni, enfatizzando l’accumularsi di immagini le une sulle altre e generando una sensazione di suspense nel lettore, che si ritrova proiettato completamente all’interno del sogno.

La prevalenza dell’elemento descrittivo inoltre è pressoché costante, sebbene le scene risultino, ovviamente, molto diverse tra loro. Ciò che traspare con chiarezza è la complessità dell’universo interiore dell’autore, la portata delle sue visioni (spesso molto ben celata nei racconti) e le emozioni da lui provate durante queste ultime. C’è poi un elemento parzialmente comune con Psychopompos: la preghiera. Sia il balivo che Lovecraft cioè, di fronte a indicibili nefandezze, pregano. Tuttavia, la preghiera di Lovecraft è molto più sconsolata e rassegnata di quella del padre del piccolo Jean. Il poeta è, qui, pienamente consapevole che nulla potrà salvarlo dai suoi orrori notturni, tanto meno una preghiera, che infatti non è rivolta ad alcuna divinità particolare, cosa che denota piena coscienza del fatto che la sua invocazione non susciterà alcuna reazione da parte di qualsivoglia entità divina.



III. Fungi from Yuggoth


C’è un’altra poesia scritta fuori dal decennio poetico: Fungi from Yuggoth. Il testo, in verità, si prefigura come una raccolta, e precisamente una corona di trentasei sonetti, quasi tutti risalenti al biennio 1929-1930. Anche in questo caso le poesie, tranne poche eccezioni come per esempio  The key o Zaman’s hill, sono tutte ispirate da visioni oniriche. Per comprendere appieno l’importanza di questo testo assieme a quel complicato rapporto tra fantasia e potenziale realtà, dobbiamo rispondere ad alcune domande: innanzitutto, cosa significa il titolo? Cosa ci trasmette questa corona? E soprattutto, perché Lovecraft decise di fare un’eccezione così grande, tornando (anche se per un breve periodo) a comporre versi invece di dedicarsi alla narrativa?

Il titolo della raccolta riprende il nome di un immaginario pianeta trans-nettuniano (Yuggoth, appunto) che compare nelle storie del ciclo di Cthulhu, secondo Lovecraft popolato da creature abominevoli. Il casus della composizione della raccolta fu con ogni probabilità la scoperta del pianeta Plutone, avvenuta proprio nel 1929. Quasi 25 anni prima, nel 1906 (a sedici anni!), Lovecraft aveva difeso l’esistenza, allora soltanto ipotetica, di Plutone, in una lettera inviata alla rivista Scientific American, datata 25 agosto, contenente una serie di argomentazioni scientifiche molto precise. Da qui l’ispirazione per la creazione di Yuggoth, e possiamo ben immaginare che effetto possa avere sortito su di lui la conferma, a distanza di decenni, dell’esistenza di un mondo di cui non soltanto aveva difeso la probabilità, ma che, nella sua contorta immaginazione, aveva già creato; un mondo popolato da esseri mostruosi, raccapriccianti, ora provato all’intera umanità, ma che per decenni era stato visibile solo a lui. Fungi from Yuggoth è una rappresentazione di ciò che l’autore da anni immaginava essere presente su Yuggoth-Plutone: gli orrori che pullulavano sulla sua superficie. I sonetti si susseguono in un alternarsi di vicende narrative e scene descrittive, grazie alle quali possiamo comprendere la portata della fantasia allucinata di Lovecraft, la cui presenza è qui forte come non mai. A essere presente, nei versi di Fungi from Yuggoth, non è il Lovecraft autore, come nei racconti, ma il Lovecraft-personaggio, l’uomo (o il bambino, se vogliamo) che sta vivendo direttamente sulla sua pelle l’orrore causatogli da un mondo che lui stesso ha creato e di cui è stata scoperta l’esistenza probabile; qui si palesa il Lovecraft più cosciente della sua impotenza e della sua piccolezza, che tanto da bambino quanto da adulto resta ancora terrorizzato dagli abissi che la sua fantasia allucinata continua a partorire. Il protagonista delle vicende subisce e affronta ogni tipo di trauma, a cominciare dal ritrovamento del «Libro Proibito» (anche di questo parleremo nel settimo articolo), alle visioni di creature esterne al nostro mondo, che si fingono amichevoli e che in seguito lo ingannano, conducendolo a orrori ancora maggiori, che culminano nella visione completa del tetro panorama di Yuggoth e, infine, con il risveglio dall’incubo. Questo, però, non contribuisce affatto a placare l’animo del personaggio-autore, poiché Lovecraft sa benissimo che tutto ciò che ha visto in sogno è vero tanto quanto ciò che vive ogni giorno durante la veglia. Traspaiono allora paura, malinconia, inquietudine, tutte accompagnate da un sentimento di sorpresa dai caratteri volutamente infantili, che Lovecraft prova di fronte alle personali visioni, come se le stesse contemplando per la prima volta nella sua vita.

L’assenza di citazioni prese dal testo è intenzionale: la narrazione, infatti, procede (salvo qualche pausa descrittiva) con ritmo incalzante e la trama dell’opera è molto complessa, con diversi cambi di scena improvvisi e pregna di particolari significativi. Mai come in questo caso la lettura integrale dell’opera risulta fruttuosa, e la consiglio vivamente a ognuno di voi, poiché, personalmente (andando contro molta critica letteraria che c’è su quest’opera), la considero una delle opere poetiche più belle che siano mai state composte in lingua inglese, una sincera e totale epifania di un’anima che aveva, all’epoca, già detto molto su di sé, ma che aveva ancora tanto altro da dire.

Resta da rispondere all’ultima domanda: come mai Lovecraft decise, per un breve periodo, di tornare alla poesia? Poteva benissimo scrivere un racconto ambientato su Yuggoth, celebrare in prosa la scoperta di Plutone.

O forse no?

Come ho ampiamente detto in precedenza, le poesie di Lovecraft ci sono particolarmente utili per farci un’idea della sua interiorità, in quanto pressoché prive di filtri (a differenza dei racconti) tra la visione della scena onirica e la sua rappresentazione. Inoltre, sappiamo anche che Lovecraft dimostrò sempre un eccellente spirito autocritico. Dunque, possiamo ipotizzare che lui stesso fosse a conoscenza di questa differenza tra i racconti e le poesie da lui scritti; ragionevole supporre che notasse la trasparenza con cui le proprie emozioni apparivano nelle sue opere in versi, a differenza di quelle in prosa, in cui appaiono filtrate e dove spesso l’accento viene messo non sull’interiorità dell’autore, ma sull’ambiente e sulle vicende esterni. Dunque vista sotto questo aspetto, la composizione di Fungi from Yuggoth diventa una decisione calcolata da parte di Lovecraft, che di fronte a una scoperta come quella di Plutone e alla sua successiva identificazione con il mondo da lui creato, ha sentito il bisogno di esternare le sue emozioni in modo diverso. Non possiamo escludere che la scoperta di Plutone abbia generato un ritorno di alcuni incubi ricorrenti che avevano portato alla genesi di Yuggoth (del mondo onirico di Lovecraft discuteremo in modo approfondito nel prossimo articolo), in qualche modo persuadendo Lovecraft della veridicità delle sue visioni. Forse, in quel biennio, l’autore ha sentito il bisogno di comunicare agli altri le proprie inquietudini, forse ha provato il desiderio di raccontarsi genuinamente. Fungi from Yuggoth diventa, da questo punto di vista, un testamento spirituale, una chiara immagine dei vividi orrori da cui Lovecraft aveva già tratto ispirazione per molti racconti e che, forse, si era stancato di mascherare e voleva una volta per tutte rivelare apertamente al mondo. «Lingue ardenti di fiamma invisibile imprimono il marchio dell’Inferno sulla mia anima esausta», aveva scritto nel 1924, in explicit al racconto The loved Dead. Il Lovecraft di Fungi from Yuggoth è ormai quarantenne, maturo dal punto di vista letterario e, possiamo ragionevolmente ipotizzare, sinceramente stanco di (ri)vivere quotidianamente quei tormenti cui la sua vita traumatica lo ha condannato. Forse ancora, con questa corona di sonetti, l’autore sperava di potere scacciare definitivamente quelle visioni, o forse sperava soltanto di generare un po’ di empatia nei suoi confronti. E per fare ciò, non aveva altro mezzo che la forma letteraria con cui meglio gli fosse mai riuscito di dipingere la sua anima: la poesia.



Matteo Tedesco



Per leggere le poesie in lingua originale consiglio:

Psychopompos Fungi from Yuggoth




Annotazioni su un uomo inutile:

Il solitario di Providence  Una fantasia preoce e inquieta

Nel prossimo articolo ci occuperemo del ritorno alla narrativa successivo al decennio poetico e tracceremo un profilo dettagliato del mondo onirico di Lovecraft, così da scoprire insieme quali orrori ispirarono le sue poesie e, in seguito, i suoi racconti.

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