Essay | Annotazioni su un uomo inutile: un pacifico materialista conservatore

Bentornati. Siamo ormai al quinto appuntamento con Annotazioni su un uomo inutile. Lo scorso articolo ha rappresentato il giro di boa per lo sviluppo della rubrica, che comprenderà otto articoli in totale. Questo pezzo e il successivo saranno dedicati infatti alla produzione saggistica di Lovecraft: in particolare, qui analizzeremo più in profondità la Weltanschauung dello scrittore, mentre nel prossimo prenderemo in esame la personale concezione della letteratura e della scrittura, scoprendo i criteri teorici e tecnici con cui si approcciava alla composizione.


Lovecraft, come avrete dedotto, oltre ad avere scritto racconti, poesie, “romanzi” e (tante!) lettere, fu anche un saggista. La sua produzione in questo senso, come quella di ogni altra forma letteraria in cui si cimentò, spazia tra moltissimi argomenti. Prenderemo allora in considerazione una piccola antologia di lavori, utili per fare luce sulla concezione e sull’opinione che lo scrittore aveva della sua epoca e, più in generale, del mondo. Nello specifico, i titoli a cui faremo riferimento sono: Alle radici; Merlino redivivo; Tempo e spazio; Idealismo e materialismo: una riflessione; Il materialista oggi.

La prima parte dei lavori che esamineremo scaturisce da una contingenza storica: la Grande Guerra. La cosa non stupisce affatto: sappiamo bene come le due guerre mondiali provocarono dei cambiamenti e delle innovazioni radicali nel mondo della cultura, generando nuove riflessioni alla luce di quegli orrori ai quali si credeva (a torto purtroppo) che l’umanità non sarebbe mai stata in grado di arrivare. Quindi, una mente attiva come quella di Lovecraft non poteva certo restare indifferente a un evento come la Prima guerra mondiale, che lo portò ad assumere un atteggiamento di profondo sconforto nei confronti del suo tempo e, più in generale, di ogni tempo, generando in lui una reazione conservatrice.



I. Alle Radici

«Per coloro che guardano dietro la superficie, la Guerra Mondiale attualmente in corso porta mirabilmente a galla più di una verità antropologica. E di queste verità nessuna è più profonda di quella che riguarda l’essenziale immutabilità dell’umanità e dei suoi istinti».

Con questi due lapidari periodi inizia il saggio Alle radici, datato 1918. Qui, Lovecraft esegue un’indagine di ciò che, a suo parere, è alla base delle attività umane: un’emozione, un pensiero o forse un istinto che, presente fin dai primordi dell’umano, continuerà sempre a muovere i passi di ogni uomo che abbia mai camminato, cammini attualmente e camminerà sulla Terra - una sorta di «archetipo dell’inconscio collettivo», come lo definirebbe Jung. Questo stesso motore, per Lovecraft, è «l’asservimento alla violenza e all’istinto primitivi», il quale, a suo parere, negli ultimi decenni prima dello scoppio del conflitto mondiale è stato messo da parte in nome della concordia e degli scambi interculturali, internazionali e interrazziali; tutti questi scambi, a detta di Lovecraft, sono stati degli «errori biologici», perché chi li ha promossi auspicava a una vita del genere umano dettata soltanto dalla ragione e non, come invece è imprescindibile che sia, anche dall’istinto:

«Tali errori, che erano il fondamento del pacifismo e di altre forme perniciose di radicalismo politico e sociale, riguardano la fede nella capacità dell’uomo di evolversi mentalmente dal suo stato primigenio di asservimento alla violenza e all’istinto primitivi, e di condurre i suoi affari e le sue relazione internazionali e interrazziali sulla base della ragione e della buona volontà».

Con la Grande Guerra, dice Lovecraft, l’umanità sta raccogliendo i frutti di una ingenuità condivisa. Tuttavia il passato è passato e, voltandosi a guardarlo, non si può fare altro che dolersi della propria stupidità. Ciò per cui invece bisogna attivarsi è lo studio critico di questi eventi passati, individuando, senza lasciarsi trasportare dalle emozioni ma applicando un freddo metodo analitico, le cause che hanno portato alle tragedie di cui il mondo intero ha pagato le conseguenze, al fine di non commettere gli stessi errori. Per Lovecraft, la causa principale del Primo conflitto mondiale è stata, come detto, il tentativo dell’uomo di rinunciare a una sua parte imprescindibile: l’istinto. Istinto che, per sua natura, tende alla violenza, istinto che dominava le prime popolazioni che si facevano la guerra tra di loro così come domina poi l’uomo del XX secolo. La posizione qui assunta dall’autore è quella di un pessimismo cosmico di natura antropologica: Lovecraft, cioè, è profondamente disilluso nei confronti della natura umana, non soltanto quella dell’«uomo del suo tempo» (per citare un testo relativo all’altro conflitto mondiale, ma che professa la stessa ideologia del saggio qui considerato), ma quella degli uomini di ogni tempo.

«Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo», scriverà Quasimodo nel 1946; «dobbiamo comprendere che la natura umana rimarrà sempre la stessa, finché l’uomo resterà uomo […] Gli istinti che dominavano gli Egizi e gli Assiri dominano allo stesso modo anche noi», scriveva Lovecraft nel 1918. Alla discreta indignazione di Quasimodo, al termine del secondo conflitto mondiale, si opponeva, già trent’anni prima, una disillusa sfiducia antropologica verso la creatura umana. Lovecraft stava già applicando, nella sua analisi, quel freddo metodo scientifico che avrebbe di lì a poco sperimentato anche nella penetrazione di sé stesso, al fine di mettere per iscritto quelle personali paure mascherate nella forma racconto, e che tutta l’umanità avrebbe dovuto imparare ad applicare nei confronti della propria storia, al fine di comprendere i propri errori e porvi rimedio. Rimedio che l’autore americano individua, nel caso specifico del conflitto mondiale, con l’isolamento e la difesa nazionale. Il parere di Lovecraft è che lo smantellamento degli armamenti al termine del conflitto non sia una soluzione adeguata, anzi l’autore la giudica addirittura pericolosa. Gli armamenti avrebbero dovuto essere mantenuti per la difesa dei confini nazionali, supportata da un adeguato piano internazionale post-bellico che tenesse in considerazione la natura primordiale dell’uomo e si operasse per impedire velleità espansionistiche da parte di questa o quell’altra nazione. Una soluzione, questa, che ai lettori odierni di Lovecraft sembra decisamente discutibile, per non dire fallace. Tuttavia, l’autore stesso si rese conto dei suoi difetti. In conclusione al saggio, infatti, l’autore scrive:

«Non sarà una soluzione perfetta, perché l’umanità non è perfetta, né abolirà la guerra, perché la guerra è espressione di una naturale predisposizione umana. Ma consentirà almeno una certa stabilità delle condizioni sociali e politiche, e preverrà la minaccia che il mondo intero venga sconvolto dalla cupidigia di una delle sue nazioni».

Minaccia che, come sappiamo, pur per ragioni del tutto diverse, di lì a vent’anni si sarebbe tramutata in un nuovo e ancora più efferato conflitto mondiale.



II. Merlino redivivo

Collegato alla contingenza storica della guerra è anche il saggio Merlino redivivo, che apre la strada alle riflessioni di natura etica, morale e ideologica sull’uomo e sul significato della sua presenza nel mondo. Qui, Lovecraft considera la Grande Guerra come la causa più frenante nella secolare lotta dell’uomo per emanciparsi dalle proprie superstizioni. È inevitabile, sostiene l’autore, che una crisi sociale come quella scaturita dalla Guerra Mondiale porti a un intorbidimento della razionalità a favore dell’irrazionalità, generatrice di dottrine superficiali nel migliore dei casi, distorte e “psicopatiche” nel peggiore:

«Eccitata da un irrefrenabile desiderio di comunicare con il grande numero di morti gloriosi, incapace di accettare il pensiero che quelle anime onorate siano scomparse per sempre dalla terra, la gente si è rivolta, con l’irrazionalità tipica del dolore profondo, alle frodi selvagge e alle illusioni dei secoli più crudi, e ha prestato orecchi ansiosi ai ciarlatani e ai mistificatori, i cui appelli ad una nuova interiorità spirituale verrebbero normalmente respinti con un sorriso».

Tuttavia, non è questo che lascia Lovecraft basito; nei momenti di crisi infatti le genti di tutto il mondo si sono sempre rivolte a superstizioni e credenze irrazionali a scapito della ragione. Quello che invece lo stupisce sinceramente, è il modo in cui, anche tra le classi colte, la razionalità stia perdendo piede, a favore delle dottrine irrazionalistiche e delle superstizioni. E, per Lovecraft, la più grande superstizione che si sta facendo largo nel mondo della cultura è lo spiritualismo, definita nel saggio «la dichiarata resa della capacità di giudizio alle vaghe impressioni soggettive». La volontà dell’uomo di vedere al di là della razionalità stava facendo mettere cioè da parte alla comunità scientifica i principi razionali più ovvi, trascinandola in un mondo di illusioni. In questa concezione distorta, teorie che normalmente verrebbero derise vengono invece accolte con entusiasmo. La speranza di Lovecraft, arroccato ancora una volta in una posizione discretamente conservatrice, è che «il buon senso e il conservatorismo anglosassone possano salvare i nostri confini da uno sfacelo intellettuale tanto esecrabile».

Già da questi elementi è possibile renderci conto della posizione e, più in generale, della forma mentis di Lovecraft - possiamo comprendere, insomma, il motivo del titolo dell’articolo. Lo scrittore non era, infatti, attratto dall’idea della guerra, anzi la ripudiava; le sue posizioni politiche e ideologiche tendono molto verso il conservatorismo, perfettamente spiegabile se analizziamo la sua biografia: nato, cresciuto e morto in una delle bomboniere della provincia americana bianca, insofferente, durante il brevissimo soggiorno a New York, della babele di lingue ed etnie della città dei primi decenni del Novecento e, per questo, rimpatriato quasi subito a Providence. Tuttavia, il suo conservatorismo non sfocia mai in quelle pratiche razziste a lui contemporanee; è vero, non è difficile trovare cenni testuali alla supremazia intellettuale della razza anglosassone, e non mancano nei suoi racconti definizioni tutt’altro che lusinghiere verso gli uomini di colore o i nativi Americani. Tuttavia Lovecraft disprezzò molto i provvedimenti razzisti applicati dalle varie nazioni europee nei primi decenni del Novecento, manifestando particolare orrore per il trattamento riservato agli Ebrei, trattamento di cui la morte gli impedì di vedere il tragico esito finale.

Il saggio Merlino redivivo ci permette inoltre di riagganciarci a riflessioni di carattere più esistenziale che antropologico, anche queste condotte da Lovecraft con un acuto spirito scientifico, da cui lasciò fuori ogni componente emozionale. Potremmo dire che, nella sua indagine del mondo, l’autore americano abbia applicato lo stesso metodo con cui analizzò sé stesso e i propri timori: cercò di eliminare quanto più possibile l’emozione, che gli impediva di cogliere l’oggetto della sua riflessione con uno sguardo oggettivo. Una volta raggiunto un punto di vista obbiettivo, l’autore sarebbe stato in grado di rivolgerlo anche alle cose (non meglio identificate) più terribili, dal momento che l’eliminazione della componente sensitiva avrebbe comportato anche la soppressione della paura e dello sgomento. Con questo occhio, dicevamo, Lovecraft ha guardato anche alle filosofie materialista e idealista, confrontandole nelle loro componenti essenziali e affermando la logica prevaricazione della prima sulla seconda.



III. Tempo e spazio

Per comprendere quanto Lovecraft fosse concorde alle filosofie razionalistiche e meccanicistiche, dobbiamo obbligatoriamente fare una rapida rassegna del suo saggio Tempo e spazio. In esso, oltre alle due forme del senso, interno ed esterno (per dirla con Kant), l’autore esprime anche il suo giudizio sulla Natura e sul ruolo dell’uomo nel mondo e nell’Universo, accennando inoltre (e questa è, forse, per noi, l’informazione più interessante, poiché si connette subito alla sua scrittura) alla possibile esistenza di mondi alternativi ed esterni a quello conosciuto, ipotesi da lui giudicata scientificamente probabile. Ma procediamo con ordine.

Il saggio parte con un encomio alla moderna astronomia, che ha avuto il merito di infliggere il colpo di grazia a qualsiasi illusione o presunzione di importanza che l’uomo potesse avere verso sé stesso. La scoperta di spazi infiniti (o almeno allora ritenuti tali) e di lassi di tempo illimitati (o comunque troppo estesi per essere compresi dalla nostra mente) hanno disturbato profondamente «il nostro radicato egoismo e l’importanza che attribuiamo a noi stessi», sostituendovi «la consapevolezza […] dell’insignificanza assoluta che assume la posizione dell’uomo rispetto al tempo e allo spazio». L’uomo, insomma, farebbe bene a prendere coscienza, dice Lovecraft, della piccolezza e dell’insignificanza che il tempo e lo spazio della sua vita assumono, se paragonati ai tempi e agli spazi cosmici. Mai come ora, si rivelerà utile la trascrizione integrale di un passo abbastanza consistente dell’opera:

«Tra qualche miliardo di anno – un mero secondo, rispetto all’eternità – il Sole e i pianeti saranno destinati a perdere il calore donato loro dalla nebulosa madre, roteando gelidi, bui e deserti, nello spazio. Perciò l’esistenza stessa della vita e del pensiero non è che una faccenda di un attimo, rispetto al tempo illimitato, il caso più incidentale della storia dell’universo. Un’ora fa esistevamo: tra un’ora cesseremo di esistere. Pensando allo spazio infinito, rimaniamo né più né meno che paralizzati da pensieri che non sono alla portata del nostro spirito. Scopriamo che questa Terra apparentemente sconfinata non è che un piccolo pianeta, rispetto al sistema solare, e rispetto all’universo circostante vediamo che l’intero sistema solare non è che una molecola senza alcuna importanza».

Tuttavia, queste consapevolezze non devono scoraggiare o deprimere l’uomo, in quanto le proprie azioni e il proprio ruolo all’interno di quella macchina perfetta che è la Natura (organismo inconsapevole e che ha il solo scopo di mantenere intatte le sue leggi, volte alla sua conservazione), è ben determinato, per quanto infinitesimale. Sono parole di grande effetto, che ci rievocano facilmente un sostrato culturale ben presente in tutti noi (credo) e che, con tutta probabilità, doveva essere presente anche a Lovecraft: se, forse, è un po’ azzardato ritenere che la concezione della Terra come «punto» sia una citazione dell’«oscuro / granel di sabbia» che troviamo nella quarta strofa della Ginestra, dal momento che non abbiamo prova di una conoscenza così approfondita da parte di Lovecraft dell’opera leopardiana, meno azzardato è certamente il rimando alla concezione che una certa parte del mondo classico aveva verso la Natura, perfettamente affine a quella che troviamo nel saggio. Ancora meno azzardato voglio dire, poiché coerente con la formazione dell’autore, alle Epistulae morales di Seneca, e alla celebre sentenza «punctum est quod vivimus et adhuc puncto minus» (l’estensione della nostra vita è un punto, anzi anche meno di un punto); questi elementi ci torneranno molto utili a breve, quando discuteremo dell’opinione di Lovecraft sul moderno dibattito tra materialismo e idealismo.

Il momento per noi più interessante del saggio è tuttavia un altro, e si trova subito dopo l’estratto sopra riportato:

«Che cosa penseremo, allora, nello scoprire che tutto quell’universo non è che una copia di un numero incalcolabile di identici ammassi stellari, soltanto più vicino al nostro raggio visivo in questa porzione di spazio? E oltre a tutto ciò, dobbiamo ricordare sempre che lo spazio non ha confini, che abissi illimitati si estendono senza fine oltre la nostra vista e la nostra comprensione, forse la regione apparentemente infinita dell’etere luminifero, e fuori dal controllo delle leggi del moto e della gravità. Quale mente osa tentare di immaginare quei regni lontani dove forma, dimensioni, materia ed energia, possono essere soggetti a mutamenti impensabili e fenomeni grotteschi?».

Improvvisamente, in un saggio apparentemente di astronomia/filosofia, ci troviamo di fronte a un’affermazione che può essere fortemente connessa alla scrittura di Lovecraft. Quei mondi che lui, da quando era bambino, aveva visto dentro di sé e disegnato, ecco che adesso li riconosce come possibilmente esistenti e soggetti a leggi ora affini ora diverse da quelle del nostro mondo. Ci troviamo di fronte a una sorta di giustificazione su base scientifica (e non sulla base di superstizioni, da lui tanto criticate in Merlino redivivo, tanto meno sulla base di suggestioni inconsce, come quelle che generarono Fungi from Yuggoth) della parziale veridicità della sua opera, forse la più esplicita che si possa trovare nella sua produzione dopo il passo tratto dalla chiave d’argento riportato nell’articolo precedente.



IV. Idealismo e materialismo: una riflessione e Il materialista oggi

Tenete bene a mente questa teorizzazione, perché ci tornerà utile nel prossimo articolo. Ora, resta soltanto un aspetto della saggistica lovecraftiana da esaminare: il dibattito tra materialismo e idealismo moderni. Idealismo e materialismo: una riflessione e Il materialista oggi contengono un’analisi acuta della storia delle due filosofie, che non vedremo integralmente per ragioni di brevità. I due saggi, infatti, sono di lunghezza considerevole, eccessiva per poter essere analizzati integralmente in questa sede. Tuttavia, sulla base anche di alcuni elementi presenti nei saggi analizzati in precedenza, è molto semplice formarsi un’idea di quale fosse il pensiero di Lovecraft a riguardo delle due scuole filosofiche.


La filosofia idealista e, più in generale, tutte le filosofie irrazionaliste, sono considerate da Lovecraft niente più che superstizioni. Esse nacquero, anticamente, dall’impossibilità dell’uomo di trovare una spiegazione ai fenomeni naturali. Non sono, perciò, differenti dalle religioni, ugualmente deprecate dall’autore, che le considera dei sedativi per l’attività razionale; e proprio come le religioni, le filosofie irrazionaliste vengono considerate ormai anacronistiche, non più praticabili in un’era in cui la ricerca scientifica ha ormai ampiamente dimostrato la possibilità di spiegare tutto attraverso la ragione. Non che la scienza abbia poi chiarito tutto davvero, ovviamente: tuttavia, come l’uomo ha trovato, in passato, una spiegazione razionale per dei fenomeni che per migliaia di anni gli erano apparsi prodigiosi, è perfettamente ipotizzabile che anche quegli avvenimenti apparentemente straordinari agli occhi degli uomini del primo XX secolo abbiano delle leggi razionali alle loro spalle, che semplicemente, non erano ancora state individuate in quella contemporaneità – ma che per Lovecraft sarebbero sicuramente arrivate. Visto da questa prospettiva, qualsiasi irrazionalismo, religioso o filosofico che sia, appare come una proiezione esterna dei limiti interni all’uomo. Questo, infatti, attribuisce a degli esseri superiori la causa di eventi che la sua ragione non riesce a comprendere, ma che non per questo non hanno una spiegazione logica e razionale alla loro origine. Tutte le religioni e le dottrine idealiste hanno una caratteristica comune: la centralità del ruolo dell’uomo e della sua sfera emotiva. Nessuna illusione, per Lovecraft, potrebbe essere più fuorviante. Già nel saggio Tempo e spazio abbiamo avuto prova della concezione lovecraftiana dell’uomo, considerato un essere minuscolo, la cui presenza su un altrettanto minuscolo pianeta, inserito in uno solo dei potenzialmente infiniti universi presenti, non ha alcuna rilevanza nell’ordine e nella successione delle leggi cosmiche. Una mente come la sua, quindi, non poteva che sviluppare una concezione estremamente materialista del mondo e, più in generale, dell’universo. Le filosofie idealiste, dice l’autore, nell’età moderna si sono generate a causa di una caratteristica peculiare dell’uomo: la tendenza al conflitto. Avere riconosciuto il materialismo come la dottrina più adatta alla spiegazione del mondo ha causato, per reazione naturale, la rinascita e la riaffermazione dell’idealismo, in cui l’uomo continua a rifugiarsi pur di non accettare l’idea della propria insignificanza. Secondo Lovecraft, solo una mente forte può accettare serenamente la sua piccolezza di fronte alle enormità del cosmo. L’idealismo, quindi, assume le sembianze di una forma di debolezza (come le religioni), in cui possono rifugiarsi gli uomini che altrimenti verrebbero soverchiati dall’immensità che li circonderebbe qualora accettassero l’idea della loro infinita piccolezza.

Un pensiero, quello lovecraftiano, che può ispirare molti collegamenti con autori antichi e moderni (Seneca e Leopardi innanzitutto). Un’ideologica che troverà una sua singolare applicazione anche nei racconti dell’autore, in cui effettivamente la piccolezza dell’uomo e la sua impotenza di fronte alle immensità di mondi sconosciuti e inconoscibili viene resa con grande empatia (e su questo fulcro si incentreranno tutte le storie relative al ciclo di Cthulhu). Il lavoro saggistico di Lovecraft non si presenta, quindi, come slegato dal resto della sua produzione; ne rappresenta, piuttosto, la giustificazione teorica e la teorizzazione tecnica. Con la coscienza del contenuto dei saggi sulla concezione del mondo e di quelli sulle tecniche di scrittura del soprannaturale, che saranno oggetto del prossimo articolo, saremo pronti finalmente ad addentrarci nei meandri delle storie del ciclo di Cthulhu e della leggenda del libro maledetto. Alla prossima.



Matteo Tedesco






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