Essay | Annotazioni su un uomo inutile: una fantasia precoce e inquieta

Bentornati al secondo appuntamento della rubrica Annotazioni su un uomo inutile, serie di articoli dedicata allo scrittore americano Howard Phillips Lovecraft. Spero che lo scorso articolo vi abbia trasmesso curiosità nei confronti della personalità e della produzione letteraria di un uomo così particolare. Come ricorderete, gli articoli seguiranno una scaletta che avrà l’obiettivo di rendere più fruibile possibile la loro lettura sequenziale. In questo articolo esamineremo l’infanzia e l’adolescenza dello scrittore (il periodo che va all'incirca dalla sua nascita, 1890, al silenzio letterario iniziato nel 1908), prestando particolare attenzione agli eventi che più degli altri condizionarono la sua futura produzione. Per far ciò, credo sia piuttosto utile cercare di immedesimarci nell’autore, entrando in quella che con tutta probabilità deve essere stata la monotona routine di ogni sua giornata.

Che tipo doveva essere il piccolo Lovecraft? Immaginiamo un bimbo, di età compresa tra i cinque e i dieci anni, che vive in una casa che doveva apparire come un fantasma del passato, arredata secondo la moda di due secoli prima e pregna di oggetti che richiamavano la grandezza del popolo americano in ogni sua stanza. La sua famiglia, come ricorderete, discendeva da un nobile ceppo inglese trapiantato in America, ma così fiera delle proprie origini che i nonni e la madre, ancora alla fine del XIX secolo, erano considerati a tutti gli effetti britannici. La dimora di Lovecraft, di conseguenza, era piena di cimeli e oggetti (dai vestiti, alle armi, ai dipinti) risalenti a prima della Dichiarazione d’Indipendenza del 1772. Qui il piccolo Howard si aggira sempre da solo, poiché non ha fratelli, né cugini della sua età, non ha amici ed esce poco a causa dell’iperprotezione della madre. Il suo unico sfogo sono i libri, di cui può disporre in abbondanza (vedi articolo precedente), che gli permettono di immergersi in altri mondi e dimenticare, seppur temporaneamente, la realtà in cui vive (imparò l’alfabeto a due anni e mezzo e a quattro risultò già in grado di leggere correttamente, pur commettendo errori di pronuncia nelle parole più lunghe, che proprio per questo lo affascinavano tanto; a cinque anni iniziò a scrivere). Nel 1896 la morte della nonna getta improvvisamente la casa in un’atmosfera di lutto perenne; tutti i membri della famiglia iniziano a vestire sempre di nero e a tenere le tende tirate e le finestre chiuse. Ciò spegne la vivacità iniziale che il bambino stava dimostrando. La morte del nonno, sopraggiunta nel 1904, lascia Howard totalmente in balìa delle follie della madre che, per quanto frenata nei suoi eccessi nevrotici dalle sue due sorelle, esercita su di lui un’influenza sempre più dominante, alimentando le sue insicurezze e la sua introversione. A partire dalla morte della nonna, il piccolo Howard inizia a soffrire di incubi ricorrenti, sicuramente maturati dalla continua contemplazione dei parenti vestiti perennemente a lutto, che sfocerà nella concezione delle creature da lui stesso denominate Magri Notturni (di cui discuteremo in un articolo successivo).


È in questo periodo che la scrittura diventa, insieme alla lettura, una via di fuga, una cura per gli incubi. La scrittura, infatti, gli consente di trasferire le proprie paure e le proprie visioni oniriche su carta, mandandoli via dalla sua mente. Questo è l’unico modo che Lovecraft trova per fronteggiare gli orrori che attanagliano il suo animo, la sola soluzione alla follia cui, inevitabilmente, lo porterebbero. Tuttavia, del rapporto tra incubo, sogno e scrittura, temi incredibilmente collegati tra loro nell’universo letterario Lovecraftiano, discuteremo in modo molto dettagliato nel quarto articolo. Per ora ci è sufficiente immaginare questa situazione per comprendere come lo scrittore arrivò a sviluppare una personalità molto repressa e introversa, che non a caso inizia a manifestarsi solo a un certo punto della sua precocissima produzione letteraria, iniziata, come detto sopra, all’età di appena cinque anni.

Della sua prima produzione abbiamo una piccola raccolta di testi. Sappiamo tuttavia, da una sua lettera, che essa fu molto maggiore di quanto ci è pervenuto: infatti, nel 1908, distrusse tutto quello che aveva prodotto fino a quel momento (il motivo di questa scelta lo vedremo nel prossimo articolo). Ci restano comunque alcuni racconti brevi, che sarà opportuno dividere in due fasi: quella precedente e quella successiva alla morte della nonna. Della sua produzione precedente alla morte della nonna abbiamo soltanto un racconto, The little glass bottle. In realtà esso risale al 1897, quando la nonna era già deceduta; tuttavia il poco tempo trascorso dal suo decesso non permise agli influssi negativi, che l’atmosfera luttuosa della casa materna iniziò a esercitare sul piccolo Howard, di manifestarsi. Infatti, il racconto non presenta alcuna traccia dei tratti stilistici e tematici che caratterizzeranno tutta la sua produzione successiva; esso anzi risulta a tratti umoristico e spiritoso, indizio di una vocazione letteraria, oltre che precocissima, tutt’altro che tendente all’orrido. Il racconto successivo, The secret cave, risalente al 1898, introduce invece un tema che sarà ricorrente nella sua produzione successiva: la presenza di un mondo “altro” rispetto a quello conosciuto (a volte interplanetario, a volte extradimensionale, a volte, come nel caso specifico di questo racconto, sotterraneo), totalmente autosufficiente, di cui l’uomo nulla sa e all’interno del quale si trova smarrito, e che, a causa delle sue leggi totalmente diverse da quelle del mondo noto, è spesso causa, per gli uomini, di una perdita di punti di riferimento, che solitamente sfociano in eventi tragici (nel caso del racconto la morte della piccola Alice, la sorellina del protagonista), eventi che ovviamente esso non causa di proposito. I mondi esterni, infatti, per quanto spesso vengano concepiti come creature senzienti, non vengono rappresentati come malvagi. Tuttavia, essi si dimostrano entità il cui unico scopo è l’autoconservazione e, qualora un’entità proveniente da un altro mondo rischi di diventare una minaccia o, semplicemente, violi (volontariamente o meno) le sue leggi, essa viene prontamente eliminata. Mistery of the graveyard, risalente allo stesso anno di The secret cave, apre la strada alla tematica del paranormale, mantenendo tuttavia una componente investigativa, propria più del genere giallo, che nella successiva narrativa lovecraftiana scomparirà. Questo racconto è forse il più vicino alla definizione di fantastico fornita da Todorov: una situazione in cui il protagonista e/o il lettore non capiscono se si trovano davanti a una situazione paranormale o no. Può accadere che il protagonista si trovi immerso in una situazione apparentemente paradossale, che cerca tuttavia di spiegare razionalmente; oppure può accadere l’inverso, ossia il protagonista può trovarsi davanti a una situazione apparentemente spiegabile in maniera razionale, in cui però c’è sempre qualcosa che non quadra, che lascia aperta la possibilità dell’evento paranormale. Segue un piccolo componimento risalente al 1901, The mysterious ship, incredibilmente atipico persino rispetto alla allora ancora misera produzione letteraria del giovane Howard. Un semplice racconto fiabesco, privo di elementi fantastici, che narra la storia di un gruppo di marinai che riescono a trovare una vita migliore rispetto a quella di mare.

Gli ultimi due testi pervenutici meritano una trattazione a parte. Il primo, Beast in the cave, risale al 1905-1906, mentre il secondo, The alchemist, al 1908-1909. Entrambi sono prodotti di un Lovecraft più maturo, se si può utilizzare questo termine per definire le opere di uno scrittore che, comunque, aveva solo quindici e diciotto anni quando le compose.

Beast in the cave narra la storia di un uomo che, durante un’escursione, si allontana di nascosto dal suo gruppo per addentrarsi in una caverna. La guida aveva vivamente esortato tutti i membri del gruppo a tenersi lontani da quel luogo, sul quale si mormorava una strana leggenda. Si diceva, infatti, che una colonia di tisici vi fosse morta cercando nelle arie fresche e salubri della grotta un sollievo alla loro malattia. Il protagonista si mostra sempre iperrazionale e mantiene una calma e una lucidità mentale fuori dal comune, persino quando inizia a speculare (dopo aver realizzato di essersi totalmente perso nella vastità delle gallerie sotterranee) su quella che sarebbe stata la causa della sua morte, qualora non fosse riuscito a trovare una via d’uscita. Ma persino la sua iperrazionalità (tratto fortemente autobiografico, comune a molti personaggi della successiva produzione Lovecraftiana) risulta sconfitta davanti alla visione di ciò che quella caverna cela. Tutt’a un tratto, il protagonista inizia a sentire dei passi, appartenenti a un essere quadrupede. Colpito dalla strana natura di quel suono e del respiro della creatura, crede di aver trovato la bestia che uccise la colonia di tisici e cerca (ricorrendo, finanche in preda al panico, alla sua razionalità) di attibuirle un’origine, ipotizzando che possa essere un animale (plausibilmente una scimmia) che, in seguito al suo prolungato soggiorno in un habitat così ostile (pressoché privo di risorse alimentari, acqua e luce) sia orribilmente mutata per adattarsi alla sua nuova dimora. Terrorizzato, afferra il sasso più grande tra quelli che trova per terra e, non appena riesce a scorgere cosa si sta muovendo verso di lui (che viene descritto come una sorta di gorilla coperto da una folta pelliccia bianca), glielo scaglia contro con tutta la sua forza, colpendo la bestia sulla testa e vedendola accasciarsi a terra; subito dopo, sente le urla della guida che lo sta cercando. Si dirige quindi, correndo all’impazzata, verso la fonte di quelle grida e, una volta trovata la guida, le si getta piangendo ai piedi e inizia a farfugliare frasi sconnesse riguardo la sua recente esperienza. La guida, per rassicurarlo, credendo che la paura e l’ambiente ostile gli abbiano causato allucinazioni, decide di accompagnarlo al luogo dove sostiene di aver visto la creatura, ed è qui che avviene il punto di svolta del racconto. Infatti, una volta arrivati lì, la bestia giace ancora prona, evidentemente morta, sul pavimento della caverna. Quando i due decidono di girarla, scoprono con orrore che essa conserva ancora le tracce di quello che, un tempo, doveva inequivocabilmente essere stato un volto umano. A quel punto il racconto si interrompe, lasciando il lettore alle proprie riflessioni.



Cos’era quella creatura? Era lei che tempo fa aveva ucciso la colonia di tisici? Oppure la colonia non era morta, ma la permanenza in quell’ambiente aveva provocato una sorta di mostruoso adattamento del corpo alle nuove condizioni di vita? Era l’unica della sua “specie”? ce n’erano altre? Si erano riprodotte? Vivevano tutte vagando nei corridoi sotterranei, oppure quella caverna nascondeva qualcosa di ancora più orribile? Magari una città, un regno, un mondo?

Tutte domande, queste, a cui l’autore volontariamente non risponde, lasciando il lettore sgomento in seguito al colpo di scena finale.

In questo penultimo racconto giovanile, il giovane Lovecraft dimostra già una notevole maturità tematica e stilistica rispetto a quella che sarà la sua produzione successiva. Viene ripreso, anche se in modo piuttosto marginale, il tema del mondo nascosto, la cui esistenza non viene né confermata né smentita; si accenna alla possibilità di contrarre, in particolari condizioni ambientali, mutazioni orribili e grottesche, cui sono suscettibili anche gli esseri umani; prende vita uno stereotipo di protagonista che sarà molto comune nella produzione lovecraftiana, ossia una figura caratterizzata da una esasperata razionalità, che si illude, finanche nella follia, di mantenere il controllo sulla situazione e di poter spiegare razionalmente gli orrori inconcepibili che sta vivendo. Insomma, ormai ci sono tutte le premesse per la genesi di una produzione consapevole e matura, premesse che troveranno un’eccellente conferma nell’ultima sua produzione giovanile: The Alchemist.

Il racconto narra la storia dell’ultimo membro di una famiglia di conti, sulla quale sembra pendere una grave maledizione: tutti i suoi ascendenti erano morti prima di compiere trentadue anni. Stando alle leggende raccontate ad Antoine (questo il nome del protagonista) la maledizione era stata scagliata in seguito all’uccisione, da parte di un suo antenato, di nome Henri, dello stregone Michel, detto Le Mauvais, ossia “il malvagio”. Questi, infatti, aveva rapito il figlio di Henri, Godfrey, al fine di usarlo come vittima sacrificale per un rituale. Una volta che il figlio di Michel Mauvais, Charles le Sorcier (“Charles lo Stregone”), scoprì dell’assassinio del padre, si avvicinò pacatamente ad Henri e gli lanciò questa maledizione: May ne’er a noble of thy murd’rous line/ survive to reach a greater age than thine! (Che mai un nobile della tua stirpe assassina/ possa vivere tanto da raggiungere un’età più anziana della tua!). Venuto a conoscenza di ciò, il giovane Antoine inizia a dedicarsi allo studio delle Arti Occulte, sperando di trovare un modo di sfuggire alla maledizione. Dopo oltre dieci anni di studio, Antoine è ormai arrivato quasi all’età prescritta per la morte dei membri della sua casata. Durante una delle sue tante esplorazioni del castello, si ritrova in una specie di cripta, che non ricorda di aver mai visto prima. Entratovi, si ritrova al cospetto di “un uomo vestito con una papalina e una lunga tunica medievale di colore scuro”, i cui “lunghi capelli e la barba fluente erano di una tinta terribilmente e intensamente nera, e incredibilmente folti”. La figura, in seguito, inizia a parlare in latino (reso familiare al protagonista dal lungo studio delle Arti Occulte), descrivendo quella che sarà la vendetta di Charles Le Sorcier. A questo punto Antoine, vincendo la paura che fino a quel momento lo aveva paralizzato, lancia la sua torcia infuocata contro l’uomo, che prende fuoco e lascia cadere l’ampolla di veleno che aveva tenuto in mano fino a quel momento, rompendola. Ucciso l’uomo, Antoine avanza nella cripta e scopre al suo interno il laboratorio di un alchimista, da lui riconosciuto, di nuovo, grazie allo studio delle Arti Occulte. Quando esce dal laboratorio, si ritrova davanti alla sagoma, completamente carbonizzata, i cui occhi tuttavia risplendono ancora di un bagliore di vita. L’uomo, in un ultimo afflato, esclama queste parole: Fool, can you not guess my secret? Have you no brain whereby you may recognise the will which has through six long centuries fulfilled the dreadful curse upon your house? Have I not told you of the great elixir of eternal life? Know you not how the secret of Alchemy was solved? I tell you, this is I! I! I, that have lived for six hundred years to maintain my revenge, FOR I AM CHARLES LE SORCIER! (Sciocco, non riesci a indovinare il mio segreto? Non hai abbastanza cervello per riconoscere la volontà che per sei secoli ha permesso che la terribile maledizione di abbattesse sulla tua stirpe? Non ti ho detto del magnifico elisir della Vita Eterna? Non sai come è stato risolto il segreto dell’Alchimia? Te lo dico, sono io! Io! Io, che ho vissuto per seicento anni per perpetrare la mia vendetta. PERCHE’ IO SONO CHARLES LE SORCIER!).

La trama si presenta, almeno esaminando la produzione precedente pervenutaci, decisamente innovativa e originale. Nel prendere in esame l’opera di Lovecraft dobbiamo infatti considerare che molte cose che a noi sembrano scontate all’epoca non lo erano affatto. A un qualsiasi mediocre conoscitore del mondo del Fantastico e del Fantasy risulterebbe infatti incredibilmente banale una storia incentrata su un Elisir di Lunga Vita grazie al quale un alchimista riesce a vivere oltre i limiti imposti dalla natura umana. La stessa cosa non si poteva certo dire nei primi anni del Novecento, in quanto la letteratura del Fantastico (che per Lovecraft si fonde con la letteratura del terrore) era incagliata in un monotematismo che si era protratto per secoli. Il giovane Lovecraft dimostra, già in adolescenza, una notevole originalità tematica e una altrettanto notevole maturità stilistica nel suo racconto.

Come ultimo passo, può risultarci utile il confronto tra questo racconto e Beast in the cave. La prima differenza fondamentale che notiamo è la personalità del protagonista. Anche il conte Antoine è molto razionale, ma la sua è una razionalità diversa da quella dell’escursionista. Antoine ha una gran fiducia nella veridicità delle Arti Occulte, che studia con interesse, considerandole il suo solo mezzo di salvezza, mente difficilmente ci aspetteremmo una cosa del genere dal protagonista di Beast in the cave, poco incline persino a credere nella leggenda della colonia di tisici e che risulta del tutto sconvolto dal suo incontro con la bestia. Antoine, invece, risulta impaurito, sì, dal suo incontro con Le Sorcier, ma non risulta sconvolto, tantomeno incredulo. È genuinamente terrorizzato, poiché sa esattamente cosa gli sta succedendo e cosa lo aspetta; sa che la maledizione sta per abbattersi anche su di lui, e sa che deve farsi forza e trovare un modo per impedirlo. Il colpo di scena finale, tuttavia, permane, rappresentato nel primo racconto dalla visione del volto della bestia, e nel secondo dal baluginio di vita presente negli occhi dell’alchimista carbonizzato, in cui probabilmente sono ancora attivi gli effetti dell’Elisir, che ne impediscono la morte. Da notare come entrambi i personaggi siano caratterizzati da una componente autobiografica (pressoché costante nei protagonisti dei racconti di Lovecraft), il primo con la sua enorme fiducia nelle potenzialità della ragione (che ben presto verrà meno nella narrativa lovecraftiana), il secondo con la sua passione per lo studio e con la sua infanzia difficile, caratterizzata dalla solitudine e dall’assenza delle figure genitoriali.

Questo è tutto ciò che ci resta della produzione letteraria di Lovecraft anteriore al decennio 1908-1917. Seppur esigua, essa è tuttavia sufficiente a delineare dei tratti distintivi, già in età così precoce, che ritorneranno nella sua narrativa successiva, sulla quale, tuttavia, non torneremo nel prossimo articolo, ma nel quarto. Il prossimo articolo sarà invece dedicato a un tema abbastanza controverso: la produzione poetica di Lovecraft.



Matteo Tedesco



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