Essay | Annotazioni su un uomo inutile: Vixi et quem dederat cursum fortuna peregi

Aggiornato il: 25 nov 2019

Colui che combatte contro i mostri

deve fare attenzione a non diventare

lui stesso un mostro.

E se tu riguarderai a lungo in un abisso,

anche l’Abisso vorrà guardare dentro di te.

- Friedrich Wilhelm Nietzsche, Al di là del bene e del male.



Siamo dunque arrivati. Il ciclo Annotazioni su un uomo inutile sta per chiudersi, e con lui il nostro più che dovuto omaggio a uno scrittore così particolare quale fu Howard Lovecraft; quindi, almeno per il momento, per l’ultima volta vi dico: bentornati.

Durante questo viaggio insieme abbiamo esaminato a fondo la biografia, l’opera e la personalità di Lovecraft: attraversandone le vicende biografiche, abbiamo passato in rassegna le sue opere giovanili, la sua pur esigua produzione poetica (di cui sono presenti alcuni testi in traduzione su YAWP), i suoi racconti di poco successivi a questa, la sua produzione saggistica di carattere prima filosofico e poi letterario, per poi ripercorrere l’immaginaria storia del «Libro dei Morti». Non ci resta, dunque, una volta chiarito come il Necronomicon sia giunto fino a noi, che tuffarci nei suoi abissi, esplorando gli immondi universi che sono narrati al suo interno e le altrettanto immonde creature che grazie a esso è possibile richiamare da questi universi: esamineremo cinque figure in particolare, che prendono il nome di Great Old Ones, ossia di «Grandi Antichi».

Immergerci negli abissi del Necronomicon e contemplare le figure degli Antichi sarà, per noi, come scavare nella purtroppo disturbata psicologia del suo inventore: il libro, infatti, come specificato nell’articolo precedente, rappresenta tutte le paure e i timori repressi di Lovecraft, cui lui stesso provvide a dare una forma più o meno definita, delineando i tratti di creature note come Esterni, che aveva relegato in un altro universo, non negando loro, tuttavia, la capacità e, talvolta, la volontà di interferire con l’universo conosciuto. Innanzitutto, quindi, dobbiamo chiarire cosa siano gli Esterni, per poi esaminare quale sia il loro rapporto con il mondo terrestre e con l’umanità, arrivando infine a esaminare criticamente e psicoanaliticamente le cinque figure più importanti, cercando di ricondurre i loro mostruosi tratti a caratteristiche della personalità dell’autore: per l’ultima volta, possiamo cominciare.



Gli Dei Esterni e i Grandi Antichi

Come sempre abbiamo fatto in questa rubrica, prima di esplorare un concetto dobbiamo chiarirne la natura.

Quindi, bisogna prima di tutto rispondere a una domanda fondamentale: chi (o cosa) sono, di preciso, gli Dei Esterni (The Outer Gods) e i Grandi Antichi (The Great Old Ones)? Intanto bisogna dire che questa distinzione di categorie non è ben chiara e alcuni studiosi non la accolgono, negando l’esistenza degli Dei Esterni; infatti, questa categoria di creature, soltanto accennata nelle storie del ciclo di Cthulhu, è diventata ben più netta e marcata nell’universo immaginario del gioco di ruolo Il richiamo di Cthulhu, mentre nei Miti di Cthulhu i confini tra Dei Esterni e Grandi Antichi sono molto più sfumati. Agli Dei Esterni, da quel poco che si può ricavare dai racconti di Lovecraft, sarebbe attribuita una potenza molto superiore a quella degli Antichi: questi ultimi, inoltre, non sono considerati di natura propriamente divina, a differenza dei primi. Mentre poi i Grandi Antichi appaiono sotto forma di orribili abomini, gli Dei Esterni appaiono o come vere e proprie divinità (molte delle quali sono tuttora ignote agli uomini a causa della loro indifferenza nei confronti del mondo) oppure come incarnazione di alcune Leggi Cosmiche. Tuttavia, non è questo il punto centrale del nostro discorso: dunque iniziamo subito con il chiarire quale sia la natura dei Great Old Ones.

Secondo la mitologia elaborata da Lovecraft, i Grandi Antichi sono esseri semidivini e malvagi di natura non umana, giunti sulla Terra eoni prima della comparsa dell’uomo. Per innumerevoli secoli questi hanno dominato indisturbati sulla Terra, ma quando le congiunzioni astrali mutarono furono costretti a rifugiarsi nelle catacombe della città sotterranea di R’lyeh, dove tuttora una parte di loro giace in uno stato di sonno ben più profondo della morte, attendendo tuttavia il momento in cui gli astri si riveleranno di nuovo propizi per il loro ritorno. Proprio per questo, dal momento che un loro eventuale rituale di resurrezione richiederebbe un intervento esterno, questi Esseri (quando non si mostrano indifferenti ai destini umani) cercano di comunicare con gli uomini (soprattutto attraverso i sogni) adulandoli con promesse di piaceri illimitati o spingendoli al disprezzo del mondo in modo tale da desiderare la sua distruzione.

I Grandi Antichi che dimorano sulla Terra sono soltanto una piccola parte del totale; il resto dimora in degli Altrove non meglio identificati. Queste entità parlano una lingua ancestrale, composta per la maggior parte di suoni consonantici e gutturali, le cui successioni sono spesso impronunciabili dall’apparato fonatorio umano e risultano terribili, se non addirittura latrici di immediata follia, agli occhi e alle orecchie degli uomini. Tutte le divinità benevole create dall’uomo, per Lovecraft, non sono altro che illusioni che l’umanità ha generato al fine di trovare un conforto e una causa per i fenomeni che non riusciva a spiegare, come, ad esempio, la morte. Nessuna entità esterna, divina o semidivina che sia, è benevola, ma tutte sono malvagie o, al più, indifferenti nei confronti dell’uomo. Raramente queste cercano contatti con il mondo umano ma, quando lo fanno, è soltanto per portare dietro di sé un enorme seguito di morte, distruzione e follia.

Cinque sono le figure principali dei Grandi Antichi, cui si affianca una moltitudine di nomi di entità non ben caratterizzate o del tutto evanescenti, presenti nei racconti del Ciclo di Cthulhu, di ognuna delle quali stiamo per procedere all’analisi. La prima non può che essere quella che dà il nome a questo ciclo di storie, divenuta anche la più celebre e la più riutilizzata dopo la morte di Lovecraft.



I. Cthulhu

Non erano fatti di carne e sangue. Avevano una forma... ma quella forma non era fatta di materia. Quando le stelle si allinearono, poterono spostarsi da un mondo all'altro attraverso lo spazio cosmico; ma quando le stelle non furono più allineate, non poterono sopravvivere. Ma anche se non vissero più, non poterono nemmeno realmente morire. Ora giacciono tutti nelle loro case di pietra nella città di R'lyeh, difesa dagli incantesimi del Grande Cthulhu, in attesa di una gloriosa resurrezione quando le stelle e la Terra saranno di nuovo pronti.

Da Il richiamo di Cthulhu


Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn.

(«Nella sua dimora a R’lyeh il morto Cthulhu attende sognando»)


Cominciamo, quindi, con la figura del Grande Cthulhu, il Sacerdote dei Grandi Antichi. La prima apparizione di questo Great Old One risale al 1928, nel racconto Il richiamo di Cthulhu (The call of Cthulhu). Questo Antico si presenta come un gigantesco essere vagamente antropomorfo, con la testa costituita da una enorme sacca flaccida e viscida, simile al corpo di un polpo: infatti da questa gli pendono degli enormi tentacoli, come una mostruosa barba, alla cui giuntura vi è una bocca dotata di tre enormi denti; la pelle del corpo è trasparente, cosa che permette di contemplare le immonde interiora, dai colori cadaverici, e il corpo emana un odore che ricorda i più pestilenziali miasmi marini concepibili dall’uomo; sulla schiena, inoltre, si dispiegano due enormi ali membranacee, simili a quelle dei Magri Notturni, mentre le dita terminano con enormi artigli acuminati; le dimensioni di questa creatura sono inimmaginabili per l’uomo (ne Il richiamo di Cthulhu l’autore lo definisce come «una montagna che camminava e incespicava»).


Cthulhu in una rappresentazione autografa di Lovecraft

Cthulhu, immerso da millenni in un sonno simile a quello della morte, si trova nelle profondità degli abissi marini, nella città di R’lyeh, entrando in contatto con gli uomini prevalentemente in sogno, cercando di convincerli a mettere in atto un rituale di resurrezione, quando le stelle si troveranno di nuovo in una posizione favorevole, al fine di poter riconquistare il dominio sulla Terra. Come tutte le figure degli Antichi, chiunque lo veda o ascolti direttamente la sua voce è condannato alla follia, dal momento che ogni Antico rappresenta una entità troppo grande per poter essere concepita dalla mente umana.

Non è difficile capire cosa questo Antico rappresenti per una personalità introversa come quella di Lovecraft: la figura della divinità che, attraverso il suo richiamo instillato nella mente degli uomini, aspetta il momento propizio per poter tornare sulla Terra e prenderne nuovamente il comando, illustra (o almeno potrebbe: la sicurezza con cui ho aperto il paragrafo è già scomparsa) il frustrato desiderio di affermazione di sé nella società che dovette travagliare l’autore per tutto il corso della sua breve e disturbata vita.




II. Shub-Niggurath


Iä! Shub-Niggurath! Il nero Capro della foresta dalla prole innumerevole!

Da Colui che sussurrava nelle tenebre


La seconda figura preminente tra i Grandi Antichi è Shub-Niggurath, «il Capro Nero dei boschi dai mille cuccioli», una entità dalla sessualità non ben delineata, considerata da molti una dea e da alcuni persino androgina o ermafrodita: è la divinità della fertilità empia. Shub-Niggurath appare per la prima volta nel racconto L’ultimo esperimento, del 1927; a differenza del Grande Cthulhu, nelle opere di Lovecraft non sono presenti descrizioni di questa divinità (che vennero poi fornite da altri autori che ripresero il pantheon lovecraftiano nelle loro opere).

Bisogna infatti chiarire un punto a riguardo: benché il nome di Shub-Niggurath appaia, nell’opera di Lovecraft, sempre accostato all’appellativo «Nero Capro», non è detto che l’autore alludesse, con questa espressione, all’aspetto della divinità; è possibile, infatti, che il Capro e il Dio (o la Dea?) siano due entità distinte, o che il primo sia soltanto l’immagine terrena mediante la quale gli uomini adorano Shub-Niggurath. Nel suo saggio The Question of Shub-Niggurath, Rodolfo Ferraresi afferma che Lovecraft stesso, in alcuni suoi racconti, avrebbe provveduto a separare le due entità: in The whisperer in darkness, per esempio, il Nero Capro viene chiamato Lord of the woods, «Signore dei boschi»; in questo caso, la fonte di ispirazione di questa figura sarebbe senza dubbio la mitologia classica e, più precisamente, il dio Pan, che attraverso la mediazione della simbologia cristiana verrebbe identificato con la figura di Satana. Il satiro e la capra, inoltre, nel mondo classico, che Lovecraft conosceva benissimo, erano associati a un temperamento sessuale particolarmente sfrenato, poiché dotati entrambi di naso camuso (basti pensare ai primi versi della X ecloga di Virgilio, in cui il poeta afferma di voler cantare gli amori infelici di Cornelio Gallo dum tenera attondent simae virgulta capellae, ossia «mentre le caprette camuse brucano teneri virgulti», in cui la presenza dell’animale richiama alla mente del lettore l’elemento sensuale ed erotico dell’amore tra Gallo e Licoride). Inoltre, nel racconto Dall’abisso del tempo, quando descrivere il personaggio di Thog, Lovecraft usa queste parole: «Sommo sacerdote di Shub-Niggurath, oltre che guardiano del tempio di rame del Capro dai mille cuccioli»; si può notare come anche qui le due entità sembrino distinte, e non è escluso che il Capro Nero sia uno dei figli di Shub-Niggurath, con il quale la divinità provvede regolarmente ad accoppiarsi incestuosamente per generare la sua prole immonda. Secondo Robert Price, il nome del Dio o della Dea sarebbe stato ispirato da Sheol Nugganoth, un Dio che compare in un racconto di Lord Dunsany. Oltre alle ovvie assonanze tra il nome della divinità di Dunsany e quella di Lovecraft, degno di nota è il fatto che il termine Sheol, in ebraico, sia usato per indicare l’aldilà, elemento ulteriore di accostamento tra la figura del Capro associato a Shub-Niggurath e Satana.


Anche in questo caso, l’interpretazione psicanalitica della figura risulta abbastanza immediata (o almeno credo): sappiamo ormai bene quali e quanti problemi relativi alla sfera sessuale dovette affrontare Lovecraft nel corso della sua vita; la repressione della sessualità, unita all’ambiente estremamente purista e conservatore in cui crebbe (la Providence del primo ‘900) e alla demonizzazione di tutto ciò che era legato al sesso, trasformarono questo istinto stigmatizzato in un mostro, che racchiudeva in sé tutte le più indicibili aberrazioni sessuali: androginia, forse ermafroditismo, pratiche incestuose e prole immonda.



III. Nyarlathotep

E alla fine dal profondo dell’Egitto venne

Lo strano essere oscuro cui i Fellah si prostravano;

silenzioso e snello e misteriosamente orgoglioso,

e avvolto in tessuti rossi come la fiamma del tramonto.

Le folle lo accerchiavano, impazienti dei suoi ordini,

Ma andando via, non poterono dire cosa avevano udito;

mentre tra le nazioni si diffondeva la notizia orribile

che le bestie selvagge lo seguivano e gli leccavano le mani.

Presto dal mare ebbe iniziarono a generarsi cose velenose:

terre dimenticate con guglie d’oro avvolte dalle alghe;

il suolo si ruppe, e aurore folli sparsero la loro luce

giù sulle cittadelle tremanti dell’uomo.

poi, distruggendo ciò che aveva modellato per caso nell’argilla,

il Caos idiota soffiò via la polvere della Terra.

Da Fungi from Yuggoth, Nyarlathotep


Udibile nelle urla, delirante in silenzio, solo gli Dei che furono possono dirlo. Un’ombra sensibile, nauseata che si contorce in mani che non sono mani, e vortica ciecamente attraverso peste notti spettrali di creazioni in putrefazione, cadaveri di mondi morti con piaghe che erano città, venti di ossario che sfiorano le pallide stelle e che le fanno risplendere flebilmente. Oltre i mondi, vaghi fantasmi di cose mostruose; colonne intraviste di templi sconsacrati che giacciono su rocce senza nome al di sotto dello spazio e si distendono sui vuoti vertiginosi sopra le sfere di luce e oscurità. E attraverso questo cimitero rivoltante dell’universo un soffocato, esasperante rullare di tamburi, e un flebile, monotono gemito di flauti blasfemi da cavità inconcepibili, tenebrose al di là del Tempo; il detestabile rullare e fischiare in cui danzano lentamente, sgraziatamente, e in modo assurdo i giganteschi, tenebrosi Dei Ultimi – i ciechi, muti, insensati gargoyle la cui anima è Nyarlathotep.

Da Nyarlathotep



Veniamo ora a una delle più complesse figure del pantheon lovecraftiano: Nyarlathotep, «il Caos strisciante».

Questa divinità è molto diversa dal grande Cthulhu e da Shub-Niggurath per molti aspetti, a cominciare dalle sue fattezze, per continuare con il suo scopo e il suo rapporto con la Terra. Se le altre entità del pantheon di tenebra appaiono come mostruosi abomini, Nyarlathotep assume le sembianze di un uomo alto e magro: inoltre, a differenza delle altre divinità che spesso si circondano di fedeli seguaci, sembra essere a sua volta un servitore degli altri Antichi. Quest’entità discende molto spesso sulla Terra (e su tutti gli altri eventuali mondi dotati di vita) al solo scopo di compiere l’azione che, più di tutte le altre, genera in lui piacere: portare follia, distruzione e morte. La sua presenza sulla Terra viene difficilmente scoperta grazie al fatto che, diversamente dagli altri dei, è in grado di comprendere e parlare tutti gli idiomi; il suo scopo ultimo è quello di ridurre l’intera umanità allo stato di follia.


Le origini di questa divinità sono da ricercare, come spesso accade, in un incubo che Lovecraft ebbe, di cui abbiamo testimonianza grazie a una sua lettera a Reinhardt Kleiner, del 1921; in questa, Lovecraft descrive il suo incubo, che poi servirà come base ispiratrice per il racconto da cui è estrapolato l’estratto che si trova in apertura del paragrafo. Proprio qui la divinità viene descritta come «un uomo alto e magro dalla pelle scura», simile a un faraone, il quale attraverso strane apparecchiature apparentemente magiche recluta dei seguaci, che arriveranno ben presto a perdere la cognizione del mondo che li circonda e a convincersi che la realtà, così come loro la conoscono, è molto vicina all’implosione. Non è escluso che a ispirare questa visione possa essere stato uno spettacolo itinerante del fisico Nikola Tesla, attraverso cui molto spesso mostrava i nuovi prodigi di cui erano capaci le sue apparecchiature elettriche, all’epoca giudicate alla stregua del magico. La figura del faraone egizio torna ne La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath, mentre in un racconto del 1933, La casa delle streghe, Nyarlathotep viene descritto come una specie di raffigurazione del diavolo. Per quanto riguarda l’origine del nome, ci viene di nuovo in aiuto l’ipotesi di Robert Price, secondo cui Lovecraft avrebbe anche qui preso ispirazione da Lord Dunsany, questa volta fondendo insieme i nomi di due personaggi di due sue storie: Alhireth-Hotep, nome che compare ne Gli Dei di Pegana, e Mynarthitep, divinità maligna presente ne Il dolore della ricerca.

Quale aspetto della psicologia lovecraftiana potrebbe rappresentare Nyarlathotep? Questa divinità è (plausibilmente, si intende) metafora del fascino misterico che l’irrazionale esercita sempre sulla ragione, adulando l’uomo con teorie allettanti e mistiche (rappresentate dagli strumenti e dalla musica che sempre accompagnano Nyarlathotep) e attirandolo verso di sé: tuttavia, proprio come l’Antico di Lovecraft conduce l’uomo alla pazzia e alla perdita di coscienza del mondo che lo circonda, così l’irrazionalità nasconde un’infida trappola sotto le sue belle e affascinanti sembianze, che porterà i suoi seguaci, prima o poi, alla follia e dalla quale, quindi, gli uomini faranno bene a tenersi alla larga.



IV. Yog-Sothoth

[…]Grandi sfere di luce ammassate all'entrata, e non solo queste, ma la rottura dei globi più vicini, e la carne protoplasmatica che ne fluiva fuori per unirsi e formare quel soprannaturale orrore abominevole dello spazio esterno, quella stirpe dell'oscurità del tempo primitivo, quel tentacolare mostro amorfo che era il guardiano della soglia, la cui maschera era un agglomerato di bubboni luminescenti, il nocivo Yog-Sothoth, che trasuda come brodo primordiale nel caos nucleare al di là degli avamposti più remoti dello spazio e del tempo!

Da Il guardiano della soglia


Era un Tutto-in-Uno e un Uno-in-Tutto di illimitata essenza e sé — non meramente una cosa di un continuum Spazio-Tempo, ma connesso all'ultima essenza animante dell'intera sterminata curva dell'esistenza — la curva finale, completa che non ha confini e che raggiunge allo stesso modo sognatori e matematici. Era forse quello che alcuni culti segreti della terra avevano sussurrato come YOG-SOTHOTH, e che era stata una divinità sotto altri nomi; ciò che i crostacei di Yuggoth adorano come l'Oltre, e che i cervelli eterei delle nebulose a spirale conoscono attraverso un Simbolo intraducibile.

Da Attraverso i cancelli della chiave d’argento


Yog-Sothoth conosce la porta. Yog-Sothoth è la porta. Yog-Sothoth è la chiave e il guardiano della porta. Passato, presente e futuro sono tutt’uno in Yog-Sothoth. Egli sa dove gli Antichi irruppero in tempi remoti, e dove irromperanno un’altra volta. Egli sa dove essi hanno calcato i tempi della Terra e dove ancora li calcheranno, e perché nessuno può contemplarli mentre camminano.

Da L’orrore di Dunwich


La penultima delle cinque figure dei Grandi Antichi che stiamo per analizzere è quella di Yog-Sothoth; a questa divinità sono associati molti epiteti: «La cosa che si nasconde sulla soglia», «il Tutto in Uno e l’Uno in Tutto», «La chiave e la porta», «l’Altrove». L’Antico si presenta come un ammasso informe di globi luminescenti, che si trova in un universo esterno da quello in cui è ubicata la Terra, benché la sua natura lo porti a essere considerato contiguo a ogni spazio e a ogni luogo: Yoh-Sothoth è, come si può comprendere dagli estratti riportati sopra, connesso alla porta che, probabilmente, conduce ai mostruosi Altrove in cui risiedono gli altri Antichi.


Di questa divinità troviamo non soltanto testimonianze nelle opere di Lovecraft: Yog-Sothoth, infatti, è una delle poche entità del pantheon lovecraftiano che sappiamo per certo aver procreato mescolandosi alla razza umana. Nel racconto L’orrore di Dunwich, infatti, incontriamo il personaggio di Wilbur Whateley (già accennato nell’articolo precedente come uno dei cercatori del Necronomicon), sul quale è molto utile, a questo punto, soffermarci brevemente. Wilbur era nato a Dunwich il 2 febbraio (festa dei Candelora, anticamente dedicata a Birghid, una dea della fertilità) del 1913, da una madre semideforme, non sposata, che tuttavia non fece assolutamente niente per disconoscere il figlio, mostrandosene anzi incredibilmente orgogliosa. Stando alle voci del villaggio, «echeggiò un urlo orribile […] la notte in cui Whateley nacque […]. I vicini non seppero nulla di lui fino ad una settimana più tardi». Com’era fatto Wilbur? Da neonato appariva come un «bambino scuro, dall’aspetto caprino, che tanto contrastava con il suo (scil. della madre) albinismo malaticcio e con i suoi occhi rosa»; in seguito, con la crescita, le sue caratteristiche bestiali emersero sempre di più, a cominciare dalla rapidità del suo sviluppo; infatti, «nel giro di tre mesi a partire dalla sua nascita, aveva raggiunto una taglia e un vigore che di solito non si trovano nei bambini sotto l’anno di età», mentre a sei iniziò a camminare da solo; a dodici mesi iniziò a parlare. Il suo sviluppo continuò in questo senso, e all’epoca del viaggio alla ricerca del Necronomicon, il ragazzo era ormai alto quasi due metri e quaranta, e si profilava sempre di più come un essere maggiormente caprino che umano». Un connubio tra uomini e Antichi è accennato in più di un’opera di Lovecraft, tuttavia Whateley è forse l’esempio più celebre e icastico che abbiamo di questa pratica. La progenie degli Antichi, naturalmente, è funzionale alla loro resurrezione; Wilbur, infatti, una volta cresciuto intraprende la missione per cui è stato generato: trovare il Necronomicon per compiere il rituale di resurrezione del padre. Facendo leggere il testo del «Libro Maledetto» a un ibrido piuttosto che a un umano, infatti, preserva uno dei più grandi rischi legati alla sua lettura, ossia il fatto che il lettore arrivi alla follia prima ancora di aver concluso il testo e, quindi, di mettere in pratica il rito di resurrezione.

Per quanto riguarda l’interpretazione psicanalitica di questa divinità, le fonti sono poche e controverse: è probabile, comunque, o quanto meno mi pare così, che il guardiano degli Altrove che tenta di procreare con gli uomini affinché la sua progenie possa riportare sulla Terra tanto lui quanto gli altri Antichi, rappresenti una sorta di impulso all’affermazione del Sé che cerca di imporsi sull’irrazionale e su ciò che si percepisce come ostile o degno di biasimo.



V. Azathoth

Se nella terra dei nostri sogni, si sarebbe ragionevolmente potuto raggiungere; ma soltanto tre anime umane dall’inizio dei tempi avevano attraversato e riattraversato i neri golfi immondi verso altre terre oniriche, e di quei tre due erano tornati indietro decisamente folli. C’erano, in simili viaggi, pericoli locali imprevedibili; come quello sconvolgente pericolo finale che sussurra cose indicibili fuori dall’universo ordinario, dove nessun sogno arriva; quell’ultima nebbia amorfa di confusione assoluta che bestemmia e gorgoglia nel centro dell’infinità – lo sconfinato demone-sultano Azathoth, il cui nome nessun labbro osa pronunciare a voce alta, e che digrigna famelico in inconcepibili, buie stanze al di là del tempo tra i colpi soffocati, portatori di follia, di empi tamburi e la lieve, monotona nenia di flauti maledetti; ai cui detestabili colpi e sibili ballano lentamente, mostruosamente e assurdamente gli immensi, ultimi dei, i ciechi, muti, tenebrosi, insani Altri Dei la cui anima e il cui messaggero è il caos strisciante Nyarlathotep.

Da La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath


Davanti ai suoi occhi apparve un raggio caleidoscopico di immagini spettrali, tutte che si dissolvevano a intervalli nell’immagine di un vasto, avulso abisso notturno in cui v’erano soli roteanti e abissi di un’oscurità ancora più profonda Pensò alle antiche leggende del Caos Ultimo, al cui centro si espande il dio cieco e idiota Azathoth, Signore di tutte le cose, circondato dalla sua orda inetta di danzatori ottusi e amorfi, e cullato dal lieve e monotono lamento di un flauto demoniaco tenuto tra zampe senza nome.

Da L’abitatore del buio


C’è un motivo per cui ho scelto di trattare in ultimo la figura di Azathoth: questa entità, infatti, è quella a cui con più sicurezza potremmo attribuire l’epiteto di Dio Esterno più che di Grande Antico. Anzi, Azathoth potrebbe benissimo essere definito il più potente tra gli Dei Esterni, talmente onnipotente che si narra che fu lui a generare l’intero universo, dove ora risiede addormentato. Il suo trono si trova in un luogo non identificato noto come Corte di Azathoth, intorno alla quale tutti gli altri Dei Esterni danzano in una ridda forsennata e suonano strumenti a fiato e a percussione producendo melodie irriproducibili. Non si sa di preciso il perché di questo orrido concerto e di questa danza, ma molto probabilmente servono a impedire il risveglio della divinità: infatti, secondo alcuni, se Azathoth si svegliasse, così come lo ha creato, potrebbe desiderare la distruzione dell’universo; secondo altri, invece, l’interno universo non sarebbe una creazione volontaria, ma un sogno di Azathoth, e il suo risveglio farebbe sì che questo cessasse di esistere.


Una descrizione “fisica” della divinità è impossibile: sebbene quando venga evocata assuma delle sembianze ben definite, nella sua forma naturale questa appare come un enorme ammasso caotico e informe di materia organica non meglio definita. Al 1919 risale un appunto di Lovecraft che recita semplicemente: «AZATHOTH: hideous name» (AZATHOTH: nome spaventoso); al di là del frammento incompiuto Azathoth, La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath è il primo racconto compiuto di Lovecraft in cui appaia il nome di questa divinità. Un’ultima volta, per comprenderne l’origine del nome e il ruolo di quest’entità, ci torna in aiuto Robert Price, secondo cui il nome sarebbe derivato dalla fusione delle parole Anathoth (la città natale del profeta Geremia) e Azazel (un demone del deserto non estraneo alla produzione lovecraftiana). Price, inoltre, sostiene che il ruolo di Azathoth sia, ancora una volta, stato suggerito a Lovecraft da una divinità presente nell’opera di Lord Dunsany: Mana-Yood-Sushai. In The Gods of Pegana, infatti, questa entità viene rappresentata come il Dio supremo creatore dell’universo, attorno al quale danzano e suonano tutti gli altri dei, poiché sanno che, se Mana-Yood-Sushai dovesse svegliarsi, distruggerebbe tutto ciò che ha creato.

Dobbiamo ora pensare a cosa potrebbe rappresentare Azathoth nell’inconscio lovecraftiano.

Il dio cieco e idiota che, addormentato in qualche luogo dell’universo, gorgoglia e borbotta senza senso mentre altre divinità lo tengono addormentato, potrebbe raffigurare la vera immagine del Sé: quest’immagine, proprio come il Dio, viene tenuta nascosta e sopita dalle costruzioni sociali che le vengono erte intorno, rappresentate dalle altre divinità, e se per disgrazia dovesse, un giorno, risvegliarsi ed emergere, tutto ciò che di noi è stato creato o trasmesso al mondo verrebbe immediatamente distrutto, proprio come l’universo qualora Azathoth si destasse. Così come l’universo non è altro che una creazione, o un sogno, di Azathoth, allo stesso modo la nostra immagine altro non è che una immagine, o un sogno, della nostra vera essenza, che deve rimanere celata affinché la nostra identità sociale non ne risulti immediatamente distrutta.



Considerazioni conclusive

«Di grande in Lovecraft c'è proprio questo aspetto; sembra sempre che ti dica: «Ho questa cosa orribile per le mani ma non posso descrivertela, se te la descrivessi diventeresti pazzo all'istante e quindi non lo farò». E per me è come se dicesse: «È successo qualcosa, ed è stato incredibilmente sexy. Oh, Dio mio se è stato sexy! Se lo sapessi ti metteresti a correre per strada ululando, ma non posso dirtelo perché non voglio che tu cominci a comportarti in quel modo». Provoca senza eccedere, senza fare un passo in più. Cosa che può lasciare il lettore nello stato d'animo di chiedersi: «Beh, Lovecraft si comportava così perché stava bluffando e cosa fosse l'orrore davvero non lo sapeva». «H.P. Lovecraft era geniale quando si trattava di raccontare il macabro, ma come scrittore di dialoghi era uno strazio. Doveva saperlo, perché dei milioni di parole che scrisse, meno di cinquemila sono quelle dedicate al dialogo. [...] Lovecraft era indiscutibilmente uno snob affetto da timidezza patologica [...] quel tipo di scrittore che mantiene una corrispondenza voluminosa ma ha difficoltà a stabilire rapporti personali diretti con il prossimo; fosse vivo oggi, è probabile che la sua presenza sarebbe più vibrante soprattutto nelle varie chat-room di Internet. Scrivere bene i dialoghi è un'abilità che acquisiscono le persone più inclini a parlare e ascoltare gli altri, in particolare ascoltare, cogliendo accenti, ritmi, dialetto e slang. I lupi solitari come Lovecraft sono spesso carenti in questo settore, lo riproducono male o con la cura con cui si scriverebbe in una lingua che non fosse la propria lingua madre».

Queste due citazioni sono tratte entrambe dal saggio On writing, autobiografia di un mestiere, scritto da Stephen King e pubblicato nel 2000. Entrambi questi estratti, che rappresentano uno il pregio più grande e uno il più grande difetto della scrittura di Lovecraft, possono ben fungere da conclusione a questo viaggio. Sia l’una che l’altra citazione sono pienamente condivisibili (sarebbe ben azzardato affermare il contrario) da chiunque abbia letto qualche opera di Lovecraft in lingua originale. Le sue descrizioni del macabro e degli indicibili orrori che si trovano nei suoi racconti, infatti, sono a dir poco sublimi, così accuratamente e precisamente sfumate e indefinite, che lasciano capire come ogni parola sia stata soppesata e disposta secondo un disegno ben preciso, volto a suscitare sensazioni progressivamente crescenti nell’animo del lettore. Gli abomini da lui rappresentati, sembra che non vengano descritti al lettore per pura pietà della sua mente, per un atto di compassione che l’autore, ormai impazzito dalla loro prolungata e attenta contemplazione, compie nei confronti del destinatario della sua opera: un effetto, questo, che produce emozioni davvero intense e che ben si conciliano l’una con l’altra. Viceversa, i dialoghi delle opere di Lovecraft sono, effettivamente e innegabilmente, scritti male; non c’è altro da aggiungere.

L’esempio più lampante ed efficace sono i dialoghi del racconto The color Out of Space. Tutti i personaggi di quest’opera parlano davvero come dei libri stampati, senza un minimo di caratterizzazione individuale o di emozionalità nei loro discorsi. La lettura dei racconti di Lovecraft, già di per sé non facile per chi non abbia una più che buona conoscenza di inglese aulico e non sia pratico di arcaismi (nel terzo articolo abbiamo già detto che l’autore era solito scrivere più come un Britannico del XVIII secolo che come un Americano del XX), diviene ancora più faticosa laddove siano presenti dei dialoghi che, invece di contribuire a dare un guizzo di dinamicità alle scene e alle vicende, riescono, se possibile, a renderle ancora più statiche e faticose. Il che non è, ovviamente, una colpa: si trattava semplicemente di uno strumento, quello del lessico proprio della lingua parlata, di cui Lovecraft non disponeva, avendo sempre avuto pochissima pratica con la comunicazione orale e avendo utilizzato la corrispondenza come principale mezzo di relazione con il mondo esterno. Così come una persona, nel momento in cui scrive, inserisce all’interno della sua produzione il sostrato delle sue esperienze e utilizza, più o meno liberamente, tutti gli stilemi di cui dispone, così Lovecraft, avendo pratica quasi soltanto con la lingua scritta, tendeva a far sì che gli stilemi propri di quest’ultima influenzassero anche le parti dialogiche, per scrivere le quali non disponeva delle competenze necessarie.

Stavolta siamo davvero arrivati alla conclusione del nostro viaggio all’interno dell’opera e della mente di Howard Phillips Lovecraft. L’autore cui abbiamo reso il nostro piccolo omaggio è talmente vasto, e la sua opera è di una complessità tale, che ci sarebbe materiale per altri cento articoli. Tuttavia, mancandone il tempo e lo spazio necessari, per il momento possiamo considerare terminato il nostro percorso. E proprio la sua posizione di chiusura è il motivo per cui questo articolo reca il titolo che avete letto in apertura. Avrete sicuramente notato che, a differenza di tutti gli altri articoli, la parte introduttiva non è dedicata alla spiegazione del titolo. La mia non è stata una dimenticanza, ho destinato apposta questo momento alla parte finale. Il titolo dell’articolo è una citazione di Virgilio, autore molto caro sia a me che a Lovecraft, più precisamente Aen., IV, 653; fa parte del discorso che Didone, dopo la partenza di Enea, pronuncia subito prima di togliersi la vita. Ebbene, questa frase, se privata dell’accezione negativa del suo contesto e intesa in senso positivo, di crescita, di termine naturale del corso degli eventi, potrebbe benissimo essere pronunciata da un’eventuale personificazione di questa rubrica, la quale, terminato il suo compito, arrivata serenamente alla sua conclusione, esce di scena con queste parole:

«Ho vissuto e ho portato a termine il percorso che il destino mi aveva assegnato»



Matteo Tedesco



Annotazioni su un uomo inutile:

Il solitario di Providence  Una fantasia precoce e inquieta Che massa di robaccia mediocre e miserevole! Sedibus ut saltem placidis in morte quiescam Un pacifico materialista conservatore Il Copernico della letteratura del terrore That is not dead which can eternal lie, and with strange eons even death may die

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