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Essay | Gli untori dell’ingiuria, l’altra faccia del Naturalismo planetario

Aggiornato il: apr 1

Se si considera il Naturalismo come corrente letteraria e non solo risalente alla metà dell’ottocento con nomi prestigiosi quali Flaubert, Zola,Balzac e ancora i fratelli Goncourt e di riflesso in Italia attraverso la rivisitazione del Verismo di Verga e De Roberto, come della Serao e della Deledda, tendenza sorta dietro la scia dell’universo teorico socialista, non necessariamente marxista (il Socialismo è stato soprattutto quello utopista e in Italia laico e azionista) da una parte, mentre dall'altra, per influenza del Positivismo e dal Determinismo, sarebbe opportuno chiederci se un altro Verismo c’è stato rispetto a quello convenzionale e in che modo.

Ovviamente, partendo da questo presupposto, possiamo sostenere che l’altra faccia del Naturalismo c’è stata, è veramente esistita.


Si tratta di una tendenza cospicua che redige un appello formidabile di scrittori e che per buona sostanza trasgredisce i canoni convenzionali del movimento e trascende per età cronologica.

Se storicamente il Naturalismo lo si può collocare tra il 1842, anno in cui Honorè de Balzac dà alle stampe la La Comédie humaine stilando l’introduzione – manifesto alla corrente con testuali parole:


«il romanziere deve ispirarsi alla vita contemporanea, studiando l'uomo quale appare nella società e aveva rappresentato la società capitalistica, con un nuovo interesse per il fattore economico, di cui aveva messo in rilievo l'importanza predominante nei rapporti fra gli uomini, tenendosi vicino anche nel linguaggio e nello stile alla realtà del mondo rappresentato» ed Émile Zola rafforza la teoria del collega nel saggio Le roman expérimental dichiarando «una conseguenza dell'evoluzione scientifica del secolo; esso è, in una parola, la letteratura della nostra età scientifica, come la letteratura classica e romantica corrispondeva a un'età di scolastica e di teologia[…]Il romanziere muove alla ricerca di una verità... È innegabile che il romanzo naturalista, quale ora lo intendiamo, sia un vero e proprio esperimento che il romanziere compie sull'uomo, con l'aiuto dell'osservatore» e il 1910 circa, l’antagonista, l’altro Naturalismo si sviluppa in un arco di tempo più vasto e, a mio avviso, sopravvive a lungo almeno per un secolo abbondante.


Ma quali sono i canoni che ci inducono a definire il Realismo storico?


Conviene da subito per sgombrare il campo dall'equivoco suddividere in due il

movimento battezzando il convenzionale storico e l’altro Naturalismo umanistico.

I canoni della corrente storica, come accennato sopra, propongono una letteratura e nello specifico una narrativa – escludendo la poesia, genere non contemplato- scientifica in cui nel romanzo confluisce tutta quella realtà in stato di natura- sociale, storica, economica, psichiatrica- e lontana da ogni sorta di soggettivismo. In pratica si propone come fautore di una narrativa sociale che ristabilisce certe tecniche implicite al testo e riassumibili in pochi ma determinanti stilemi:


-ritrarre la società attraverso le proprie caratteristiche partendo da una lettura sociologica e determinista


-far confluire nel romanzo l’emarginazione letta non più tramite un’ottica romantica ma scientifica e psichiatrica


-il romanzo deve essere il ritratto del contesto sociale facendo emergere le classi subalterne per una lettura rigorosa e clinica


-la narrazione in terza persona dei fatti per un ritratto non compromesso dalla sfera emotiva


-la lingua deve essere una lingua di cronaca, lontana da stilemi letterari, che tutti possono comprendere e deve essere intessuta attraverso una miscellanea tra lingua standard e tecnicismi scientifici (a seconda dei casi).


Si tratta quindi di un movimento che nasce in seno a una moltitudine di realtà culturali che in quel periodo iniziavano a farsi avanti, comunque a delinearsi dalla Psichiatria alla scienza finanziaria sino alla sociologia. La letteratura quindi non poteva esimersi a fronte di questo cambiamento e di queste novità.


Le lettere, spogliate da ogni mantello romantico o pre-ontologico, si avviano ad essere messaggere di scienze. Per la prima volta – ma il mio è solo un ragionamento d’insieme e non per singoli casi- la letteratura e parte dei suoi generi (il romanzo in primis) diventano discepoli di una tendenza intellettuale fortemente legata al Nazionalismo e al Patriottismo. E lo diventa partendo dal rivoluzionarsi nel suo interno inglobando in sé un linguaggio appunto scientifico, oggettivo, lontano dagli archetipi letterari.


Se quindi sul piano della forma acquisisce una lingua standard e sul piano contenutistico narra realtà sociali ecco che per un aspetto ontologico scardina la persona a favore di una collettività – l’io in sostanza diventa un voi tutti- tanto da assumere una coscienza di massa. L’io che sinora si era retto tramite una fenomenologia di sorta, attraverso un tentativo di formulazione dell’individuo, adesso non è più neppure un ma semplicemente un voi: una moltitudine indistinta di io, una somma, una folla.


Non è quindi sfacciato sostenere che con il Naturalismo in Francia e il Verismo in Italia nasce in letteratura il concetto sinora pressoché inedito di Folla. Identità di massa, di classi subordinate, sia riguardo il proletariato sia del sub proletariato, che è figlia della grande Rivoluzione francese e che prosegue e si ingrandisce in età napoleonica sino alla grande stagione patriottica delle unità nazionali.


Ecco allora che il Naturalismo con il proprio Scientismo, mediante il linguaggio clinico, delle scienze – da quelle sociali a quelle psichiatriche sino a quelle filosofiche- rompe il filo di una ontologia preesistente e autentica, industriale nel senso etimologico del termine, per una identità di massa quindi non più individuale ma collettiva. È in questo tempo, in questa stagione storica che si passa dall’età paleo industriale (nascita e ottimizzazione dell’io) a quella post-industriale (lacerazione e caduta dell’io).


Assistiamo quindi a una disintegrazione dell’io per un voi, di una oggettività assoluta e meno umanistica. Si tratta di una riforma conscia la cui forza tettonica è totalizzante:


-l’io è morto


-la lingua e il linguaggio sono trasformati


-la soggettività viene prevaricata dall'oggettività.


In pratica nasce la stagione della massa. I romanzi, la narrativa, intimidita e remissiva sotto le sferzanti mareggiate del Positivismo, si ammala di genere sino a diventare un affresco abitato da masse da Balzac a Verga, da Zola a De Roberto. Quasi a sostenere, volendo sintetizzare che con il romanzo scientifico prende avvio l’età del romanzo della folla. Da Mastro don Gesualdo a Il Vicerè, sino ad arrivare alle Illusioni perdute, e poi ancora sino a Nanà il protagonista, oltre al singolo o alla sola famiglia, è la moltitudine.


Possiamo quindi affermare, spogli da ogni orpello o da retorica di sorta, che il Naturalismo fu una tendenza letteraria e artistica dovuta a ragioni politiche le quali hanno compromesso le lettere al punto di avanzare ad hoc un modus operandi sinora inedito.

Tuttavia, e questo è lo scopo della mia lettura, è urgente segnalare che tale fenomeno, almeno nella letteratura, ebbe vita alquanto limitata, cronologicamente constatabile in un arco di tempo di una trentina di anni circa, mentre invece il Verismo umanistico sopravvive, indelebile e non certo intaccato da interferenze di sorta.


A differenza del convenzionale o storico, l’umanistico prosegue per lungo tempo trasformandosi nel suo interno tanto da allargarsi persino in zone culturalmente lontane dal suo luogo di origine. Da Verismo si trasforma in Realismo e cambia in sé interi stilemi rispetto alla sua posizione originale. Lo stesso Regionalismo che il fenomeno si identificava in Italia aspira adesso a una dimensione maggiore e dall’asse italo- francese va oltre sino agli Stati Uniti.


Ma in che cosa nello specifico il Realismo si differenzia dal Verismo iniziale e quali sono le sue caratteristiche?


Diciamo, volendo esprimersi in un contesto figurato, che la nuova tendenza è più universale e nel linguaggio e nella forma, è autosufficiente e non legato alle scienze o ad altre interferenze culturali e le sue posizioni – tanto da non potersi più considerare movimento- sono riassumibili in pochi elementi:


-la riappropriazione dell’io, che riacquista una propria autonomia


-forme e linguaggio letterarie e non più scientiste


-caduta o non indispensabile narrazione in terza persona


-appropriazione di una propria ontologia.


Partendo ad analizzare il primo punto possiamo appunto affermare che il Realismo pur restando fedele alla realtà, o comunque alla descrizione del reale, tende comunque a recuperare un aspetto individuale, l’io appunto se pur a confronto con la società e non autoreferenziale o idealista come nella stagione romantica.


Si tratta di un io nuovo calato nel proprio tempo che ha coscienza del contesto sociale e che si alimenta di quest’ultimo per natura. È il caso di una serie di scrittori che metaforicamente si possono definire gli untori dell’ingiuria dove per ingiuria in senso lato si identifica la contrapposizione al Determinismo e al Positivismo.



Tra gli untori di questa nuova tendenza, di questa intransigenza di sorta, possiamo annoverare la statunitense Maria Susanna Cummins con il romanzo Il lampionaio (1854) e ancora, in un salto di tempo, l’americano William Kennedy nel caso dell’enciclopedico ed epico Ironweed (1983).


Così possiamo considerare con prove non solo interessanti ma determinanti ai fini del nostro discorso Mario Pratesi, lo scrittore fiorentino de L’eredità (1942), del genovese Remigio Zena, al secolo Gaspare Ivrea con il romanzo La bocca del lupo (1892) e poi gran parte del Realismo storico e non solo napoletano a partire da Salvatore Di Giacomo le cui poesie sono poi state musicate diventando classici della canzone da Spingole francese a Marechiaro, così come nel caso del partenopeo Libero Bovio da ricordare per certe sue poesie diventate brani musicali come Signorinella, Guapparia, Zappatore, Passione e Tu can un chianne.


E ancora proseguendo, se pur in ordine sparso, è degna di note la canzone Fenestra ca lucive attribuita a Vincenzo Bellini su testo del poeta e librettista Giulio Genoino.

Nello specifico la canzone è un chiaro esempio per il suo bellissimo testo di Realismo che si riappropria del proprio Io. Il brano parla del dolore di un innamorato che piange la notizia della morte della propria amata.


Fenesta ca lucive e mo nun luce...

sign'è ca nénna mia stace malata...

S'affaccia la surella e che me dice?

Nennélla toja è morta e s'è atterrata...

Chiagneva sempe ca durmeva sola,

mo dorme co' li muorte accompagnata...

"Cara sorella mia, che me dicite?

Cara sorella mia che me contate?"

"Guarde 'ncielo si nun me credite.

Purzi' li stelle stanno appassiunate.

E' morta nenna vosta, ah, si chiagnite,

Ca quanto v'aggio ditto e' beritate!"

"Jate a la Chiesia e la vedite pure,

Aprite lo tavuto e che trovate?

Da chella vocca ca n'ascéano sciure,

mo n'esceno li vierme...Oh! che piatate!

Zi' parrocchiano mio, ábbece cura:

na lampa sempe tienece allummata..."

Ah! nenna mia, si' morta, puvurella!

Chill'uocchie chiuse nun l'arape maje!

Ma ancora all'uocchie mieje tu para bella

Ca sempe t'aggio amata e mmo cchiu' assaje

Potesse a lo mmacaro mori' priesto

E m'atterrasse a lato a tte, nennella!

Addio fenesta, rèstate 'nzerrata

ca nénna mia mo nun se pò affacciare...

Io cchiù nun passarraggio pe' 'sta strata:

vaco a lo camposanto a passíare!

'Nzino a lo juorno ca la morte 'ngrata,

mme face nénna mia ire a trovare!

Si tratta di forme di poesie lontane dal Naturalismo o dal Verismo dei maestri, che si sgancia da dinamiche scientiste per tornare ad essere pura espressione poetica, talvolta drammatica, e lontana dal grande romanzo sociale. Qui infatti la commedia umana è molto diversa e non è più manifestazione di intenti sociali se non strettamente letterari. Così come conviene segnalare il testo di Bovio di Tu ca nun chianne assai significativo per un discorso di appropriazione dell’io.


Comm'è bella 'a muntagna stanotte

bella accussí, nun ll'aggio vista maje!

N'ánema pare, rassignata e stanca,

sott''a cuperta 'e chesta luna janca

Tu ca nun chiagne e chiágnere mme faje,

tu, stanotte, addó' staje?

Voglio a te!

Voglio a te!

Chist'uocchie te vonno,

n'ata vota, vedé!

Comm'è calma 'a muntagna stanotte

cchiù calma 'e mo, nun ll'aggio vista maje!

E tutto dorme, tutto dorme o more,

e i' sulo veglio, pecché veglia Ammore

Tu ca nun chiagne e chiágnere mme faje,

tu, stanotte, addó' staje?

Voglio a te!

Voglio a te!

Chist'uocchie te vonno,

n'ata vota, vedé!

Si tratta infatti anche in questo caso del lamento di un innamorato nei confronti della propria amata che non ricambia il sentimento d’amore.

Lungo sarebbe ancora il discorso e non è sufficiente un articolo per trattare l’argomento a dovere. Tuttavia possiamo dire che l’appropriazione dell’aspetto ontologico rispetto al Verismo classico, presuppone anche il recupero della poesia e non solo.


Il Verismo classico, quello dei capostipiti, tendeva a candidare il romanzo come genere assoluto e se guardiamo bene nel periodo del Naturalismo la poesia fu quasi del tutto emarginata. Mentre invece il Realismo la contempla quanto e al pari del romanzo, come nel caso di un certo tipo di teatro (pochi sono stati infatti le prove teatrali e limitate al melodramma).

Il recupero della poesia al di là di Bovio e degli altri partenopei che inaugurano la grande stagione napoletana è sicuramente totalizzante e integrale tanto da indurci a concludere l’osservazione prendendo atto della rinascita dell’arte dei versi.


A questo scopo è interessante notare come Piero Gobetti, inventore di un nuovo metodo di critica e di analisi come ho avuto modo di riferire in altri interventi, oltre che immenso teorico politico, contribuisce da letterato e editore a questa rinascita traducendo lo scrittore russo Leonid Andreev.

Insomma si tratta di un Realismo che si contrappone a tutti gli effetti a quello classico e che pare lasciare un segno indelebile e continuo nel tempo. Per concludere uno dei pochi elementi di congiunzione con il Verismo classico è sicuramente l’aspetto politico, socialista per l’esattezza. È infatti l’alba del Socialismo che desta una nuova coscienza e che segnerà per intere stagioni la vita di tutti.

Il Socialismo è stato infatti promotore della scienza, dei diritti umani, della civiltà contemporanea. Possiamo quindi sostenere che il Socialismo così come non è stato solo massimalista è stato una tendenza universale di promozione della civiltà e che la letteratura gli deve molto soprattutto buona parte di quella ottocentesca.


Ma comprendo che si tratta di un’altra storia. Conviene quindi lasciarsi sulla strada dei nostri untori di ingiurie, tra le pieghe del grande mare della poesia, nella Valle della Luna.

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