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Essay | Il romanzo antropologico di Carlo Levi, l'universo della civiltà liberale di sinistra

La figura letteraria di Carlo Levi nel panorama culturale italiano è fuori discussione per la sua atipicità in una stagione che, se pur intensa, in pochi casi – prevaricata da una mareggiata marxista- si può definire di natura liberale. L’attività letteraria – per la maggiore narrativa- dell’illustre scrittore e intellettuale torinese è figlia di quella matrice ideologica che vede in Piero Gobetti il capostipite.


Prima, infatti, dell’avvento alla narrativa da parte del giovane Carlo, allievo di Gobetti e di Felice Casorati, avvenuto solo nel’ 45, l’artista piemontese esordisce come pittore in quella parte del Piemonte - antimonarchico e anticonservatore - in cui gravitano personaggi, oltre al già citato Gobetti - il grande progressista - come Pavese, Fenoglio, Segre.


Ed è proprio in questo periodo che la figura e, di conseguenza, il pensiero di Gobetti, si sviluppa tramite una serie di riviste e giornali, a partire dalla Rivoluzione liberale, che inevitabilmente ne diviene determinante per il futuro degli scrittori citati.


In particolare la lezione liberale - da intendersi come un liberalismo di ala sociale - pare gettare le basi non solo al pensiero del Levi intellettuale, ma anche del grande romanziere che, proprio in merito all’amicizia fraterna di Gobetti, inizia a interessarsi di problemi sociali, oltre che artistici, collaborando al giornale diretto dal giovane letterato; che fu un laboratorio non solo di interscambio di idee e di dibattiti: ma una vera scuola anche e soprattutto per una nuova letteratura. Una letteratura che prende coscienza della società e che non poteva più estromettersi dai problemi sociali del contesto italiano.


In sostanza si tratta di un concetto di ars letteraria che già Antonio Gramsci affrontava nei Quaderni del carcere e nella riflessione sul materialismo storico. La letteratura (il discorso è generico e non si concentra, almeno in un primo momento, sulla questione dello stile) diventa quindi uno strumento di denuncia da una parte e di alfabetizzazione dall’altra.


Se di fatto in primo luogo la narrativa nella fattispecie diventa un documento di analisi, un ritratto reale sullo stato delle cose e politiche e di costume, e al suo interno si ridefinisce nelle varie categorie; in secondo luogo, approvata la sua identità, cerca di alfabetizzare le masse che proprio in quegli anni furono provate politicamente e socialmente dal fascismo.


Il ruolo quindi che assume, grazie alla lezione di Gobetti da una parte e dal Gramsci dall’altra - e non è un caso che i due intellettuali a loro volta interagivano propagandando per le fabbriche la nuova coscienza dei diritti e della libertà - lo vede protagonista al fine di non essere più relegato a un contesto artistico o oggetto di disquisizioni da salotto borghese, ma come strumento di istruzione di una nuova libertà.


Da qui a pochi anni, come sappiamo, nascerà quello che fu battezzato il neorealismo e che vide una intera generazione di scrittori impegnati in questa nuova avventura.

Nel caso di Carlo Levi, ed è qui il nocciolo della questione, il mezzo narrativo assume un aspetto atipico che se da una parte risente della lezione teorica del maestro, il giovane ragazzo dai capelli rossi, Gobetti, dall’altra assume una propria identità per cui a livello e di contenuto e di stile vivrà una propria esistenza lontana dai cliché in voga in quella stagione.


Se infatti per romanzi neorealisti si intende una sequenza di opere per determinate caratteristiche – il quadro d’insieme ad esempio, la nascita del romanzo corale e l’attenzione per il popolo e per il proletariato, comunque non più per ambienti di classe media- Levi pare, a mio avviso, non prevaricare ma superare queste iconografiche e palesi caratteristiche avanzando un romanzo che non è difficile definire antropologico, e che resta l’unico e irripetibile sperimento nel panorama letterario italiano.


Si tratta in sostanza di una narrativa con caratteristiche sue, oserei affermare speciali, che nel quadro europeo dettano una rivoluzione a loro volta dopo aver acquisito e metabolizzato l’altra rivoluzione, quella gobettiana: per cui rivoluzione genera rivoluzione. E se una rivoluzione serve per scompaginare una logica convenzionata per sostituirla a una nuova prestabilita identità, quella liberale di sinistra nel mare magnum del laboratorio tornese è atta non a sostituire, ma a vivere costantemente in un’ansia di ricerca e di ribellione e contro lo stato clientelare e contro ogni fascismo.


Per cui in Carlo Levi i romanzi, che da qui in poi usciranno per Einaudi, avranno questa caratteristica; di essere fuori dal genere, coniando per natura caratteriale quello stile nuovo che sta tra il reportage politico e il romanzo sociale. Facendo questo, non solo la letteratura di Levi non si deve considerare neorealista, ma deve essere letta sotto una lente come soggetto di interazioni culturali e sociali, come un corpo a sé in cui se da una parte abbiamo l’intento narrativo, dall’altra c’è un chiaro tentativo intellettuale di esporre scientificamente i fatti di un popolo e di una nazione.


La sua narrativa è quindi una operazione a cavallo tra il saggio politico e la riflessione poetica. I due elementi, politico e poetico, hanno una risposta della proprio origine che non stenta a materializzarsi: Gobetti, il maestro, vive infatti nel pensiero del contenuto, del rivedere il cittadino come soggetto politico combinato con lo stato, mentre l’aspetto poetico proviene dall’attività pittorica che Carlo porta avanti per tutta la vita.


E ancora se il contenuto della sua narrativa, quello politico, è opera del giornalista e dell’intellettuale- Levi come membro del Partito d’azione sarà direttore della Nazione del Popolo e dell'Italia Libera, oltre che redattore di Ordine Nuovo e protagonista di una intensa attività pubblicistica- che pone non solo le sue distanze dal fascismo e da ogni stato clientelare; lo stile, che fa della narrativa una prosa d’arte in bilico tra reportage e racconto realista, è frutto della pittura, al punto di polarizzarsi attraverso le parole, mediante la costruzione del testo, in una chiara iconografia pittorica. Le sue prose diventano una pittura, le sue pagine vengono costruite da Carlo come fossero degli oli su tela.


Così, nel 1945 esce il suo capolavoro letterario che tenta di renderlo il Levi non più italiano, non più europeo, ma universale. Nel’45 in un tentativo di ricordare e inchiodare su bianco e nero il suo confino in Basilicata esce per gli struzzi: Cristo si è fermato ad Eboli.


E la rivoluzione è già compiuta. Levi superando il neorealismo come superando ogni lettura meridionalista dà alle stampe l’opera delle opere; il romanzo di una generazione che è il manifesto della nuova letteratura teorizzata dal suo maestro Gobetti e da Gramsci: il romanzo antropologico.


Si tratta di una inedita forma stilistica, atipica sotto certi aspetti che atipico rendono il Levi non più italiano, non più antifascista, non più intellettuale gobettiano, ma uno scrittore generazionale, un riferimento per molti; il narratore che forse per primo è l’esploratore di un’altra civiltà, quella contadina, e delle quale ne diviene il rappresentante, il cantore. Il romanzo diventa così un reportage giornalistico, un diario di viaggio che non si limita a descrivere la realtà se non nel comprenderla.


La penetra, (ecco l’occhio del pittore), mantenendo e integrando letture sociali di intenso impatto emotivo. Mai come prima – e nelle cose c’è sempre un dopo- un romanzo si poteva definire antropologico, subendo un taglio enciclopedico che racchiude nel quadro d’insieme società e passione, rigore di studio e attitudine civile dove civile è sinonimo di liberale.


Nel Cristo si è fermato ad Eboli non solo avviene questa nuova ed inedita sperimentazione stilistica, ma il libro – la stesura avvenne poco prima del’45 tra Firenze e Roma- anticipa certe teorie politiche e antropologiche che sono un decennio dopo portando l’antropologia in Italia Ernesto De Martino avrebbe compiuto e allestito definendo quella regione come la terra del rimorso.


E bene, nella terra del rimorso, da esiliato antifascista, Levi incentrerà la sua idea di liberale convogliando nell’opera le lezioni di Gobetti e di Cattaneo. Il libro stesso è un trattato per certi versi di teorie politiche, di scienza sociale. La suddivisione stessa della società divisa tra luigini (i baroni) da una parte e contadini dall’altra, non solo rende universale la questione meridionale, la sicilitudine come la chiamò Sciascia, ma il sud diventa Italia e poi Europa.


I luigini infatti sono le caste, i sistemi clientelari mai tramontati neppure sotto il fascismo; sono i ladri del presente e del futuro mentre i contadini sono tutto il resto, la media borghesia, il sottoproletariato: quella massa informe che non ha uguaglianza iniziale che non conosce meritocrazia che vuole ribellarsi ma non ha voce per dimostrare la propria individualità.


Individualità che Levi intravede nel concetto di soggetto, non più inteso come attore sociale, ma come individuo che sente e ha la capacità di vivere in una autocoscienza per cui lo stato sarebbe solo una possibile riorganizzazione collettiva. In sostanza, per Levi, lo Stato diventa una somma di individui che improntano una civiltà fatta di soggettivismo e di autocontrollo.


Lo stato quindi diventa solo un organo di partecipazione politica e non un divoratore di possibilità. Inoltre, il popolo acquisirebbe così non solo la sua identità scippata, ma si autogestirebbe in merito alla proprio cultura, al proprio territorio. Ecco allora che volendo Levi propone una teoria federalista di stampo sociale riscontrabile non solo in Cattaneo della Società umana, ma in una lente più europea nel Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli e altri suoi compagni di lotta.


Con il Cristo si è vista la rivoluzione e come già ribadito la rivoluzione può generare solo rivoluzione. In Lucania, infatti, la lezione di Levi servì a Rocco Scotellaro a compiere nel nome di un socialismo contadino a sua volta una sua presa di posizione mediante e la lotta in poesia e le inchieste sociali. Il libro che sia stato poi universale e generazionale è confermato da una serie di scrittori e intellettuali che presto – almeno nell’arco di una dozzina di anni- si rifecero a Carlo Levi considerandolo un maestro. È il caso non solo di Scotellaro nel romanzo L’uva puttanella, ma dell’attrice Elsa De Giorgi nella sua autobiografia degli anni giovanili I coetanei, la cui epigrafe è una dedica allo scrittore torinese.


L’esperienza del romanzo antropologico, tuttavia, per Levi non si conclude nel libro del’45: pare invece andare oltre e attraversare tutta la sua attività di scrittore. L’antropologia serve infatti al buon Carlo a leggere un popolo, a interpretarlo al punto di farsi tentativo ermeneutico come avvenne nel caso della Sardegna con l’opera Tutto il miele è finito, della Sicilia con Le parole sono pietra, la Germania per La notte dei tigli.


Si tratta di un’esperienza formidabile che fa di lui il capostipite del romanzo di inchiesta in Italia e molti scrittori saranno costretti a seguire questo esempio di narrativa come nel caso di Sciascia, il già citato Scotellaro, e poi Jovine e Silone, sino ad arrivare a Tomizza per la Slovenia e il Friuli; un’esperienza che come dicevo non si esaurisce nel’45 ma che subito dopo, sempre con l’occhio allenato del cronista, lo vede impegnato nella stesura di un altro grande romanzo: L’orologio - in questa occasione sulla caduta del governo Parri, in cui Levi descrive lo stato d’animo delle ultime ventiquattro ore del governatore repubblicano, essendo stato lui stesso protagonista in quella Roma papalina da direttore di un importante quotidiano italiano.


Nel’50 dopo essere stato esule in Francia a Parigi e aver proseguito da oltralpe la questione politica italiana esordisce per la seconda volta con un romanzo di inchiesta che va oltre l’operato e del giornalista e dello scrittore. Il romanzo del’50, l’Orologio, si presenta al pubblico italiano sotto forma di diario giornaliero, un secondo libro enciclopedico; dalle cui pagine emerge non solo il rapporto del cittadino con i governi, non solo l’antitesi tra soggetto e stato, ma soprattutto quell’affresco unico di una Roma che da sempre pare essere affetta dal malaffare e invischiata da sistemi clientelari.


La Roma di Levi è quindi quella città maleducata che incanterà Flaiano e Fellini nella figura della prostituta delle Notti di Cabiria; è la Roma pronta a tradire il prossimo nel nome di un riscatto al potere. E quel vischio del suo di dentro pare essere un’ infezione antica che getta le radici di un sistema malato e reticolare tra potere e caste, mafia e politica; un sistema che mai morirà e che farà dell’Italia un campo contrapposto di luigini e contadini in una partita il cui risultato è già saputo.


Tante sono le riflessioni che si possono avanzare sull’opera rivoluzionaria di Carlo Levi e tante altre sorgono spontanee come fiori di campo e leggendo le sue pagine e visitando la sua sepoltura nel cimitero comunale di Aliano in Basilicata, dove lo scrittore riposa per sue volontà tra i calanchi e i poggi di arenaria.


Ma una cosa è certa: per tutta l’intensa attività letteraria di Levi mai come prima di lui avevamo tentato di imbastire un discorso del genere, una lettura ermeneutica e mai, almeno in Italia, il romanzo ebbe questa funzione sociale. Mai prima di lui la funzione dello scrittore fu così politica e non si tratta di capire se l’apostolo era un liberale di sinistra o un marxista, penso che la questione sia un’altra e ben altre ragioni ancora oggi siano fondamentali nel renderlo unico ed un eterno partigiano ideologico.


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