Essay | Ivo Andrić e il ponte sui Balcani

Il ponte sulla Drina di Ivo Andric (Mondadori, 2016).

Ivo Andrić pubblica Il ponte sulla Drina (Na Drini cuprija) nel 1945 e viene scritto mentre la Seconda Guerra Mondiale procede verso la sua inevitabile fine.

Fermo nelle sue posizioni, già dal 1941 Andrić, allora ambasciatore della Jugoslavia, fu estremamente critico delle scelte che il suo paese stava prendendo e, anche dopo l’invasione tedesca del ’41, continuò a rifiutarsi di collaborare in qualsiasi maniera, anche la più sottile, con il governo fantoccio dell’invasore tedesco: rifiutò la pensione offertagli dal governo di Nedić, rifiutò la possibilità di raggiungere Zagabria e, già prima, si era rifiutato di trasferirsi nella Svizzera neutrale. Fu grazie alla sua ostinazione e coerenza, quindi, che ebbe la possibilità di iniziare, e poi concludere, in totale auto-reclusione, mentre Belgrado veniva bombardata, uno dei romanzi più importanti per la letteratura balcanica e interazionale.

Raccontando del ponte Mehmed Pasa Sokolović a Visegrad, Andrić costruisce un’epica bosniaca a marchio multiculturale, il cui vero protagonista è il ponte: questi è un silenzioso supervisore, che osserva il passare di umani, animali, intere civiltà, durante crolli e alluvioni, fino ai bombardamenti. Ricco di avvenimenti, spesso violenti, Il ponte sulla Drina racconta (soprattutto, ma non solo) la maniera in cui i Balcani, sin dal XV secolo, hanno visto il mescolarsi di popoli diametralmente opposti, andando a creare comunità coloratissime, concentrate, nel romanzo di Andrić, tutte intorno alle undici arcate del ponte.

Nonostante lo stile visceralmente classico, analitico e freddo, si percepisce evidentemente un qualche tipo di coinvolgimento da parte dell’autore, soprattutto in quella ridondante formula che vede, alla fine di ogni capitolo, il lettore in contemplazione del ponte – come a osservare i cambiamenti della struttura, nel corso dei secoli. Questo si può imputare al suo ruolo nella società balcanica, che era sempre stato quello dell’arbitro imparziale, nell’ottica di prendere sempre la decisione migliore per il proprio paese.

Facendo riferimento a un’altra opera di Andrić, Prica o kmetu Simanu, Marina Antić affronta la stessa questione nella produzione dell’autore bosniaco – evidentemente una “base d’appoggio” che l’autore perpetrava in ogni suo romanzo e racconto:

Notiamo dalle sovrastanti, che la storia di Andrić non è tanto una meditazione sul conflitto fra un serf e un aga, e nemmeno fra il contadino e Hormann, come immaginava Kecmanović. Non è, sicuramente, nemmeno un endorsement al nazionalismo serbo contro l’impero austro-ungarico, da una parte, e ai musulmani serbi, dall’altra. Persino i riferimenti all’assassinio dell’arciduca da parte di Princip sono lontani dall’essere una raggiante approvazione dell’evento. Piuttosto, la storia è, ho dimostrato, una meditazione sull’incontro tra i contadini dei Balcani e la Modernità in sé, con terribile, addirittura mortali conseguenze per gli stessi.[1]

In questo senso, quindi, c’è in Andrić un senso di auto-distacco-forzato, nell’osservazione e nel racconto di eventi pregnanti per la storia di una zona del mondo come i Balcani, ma soprattutto per una nazione (quella jugoslava) su cui tanto si può dibattere, intorno al “come” e al “cosa” determinasse un’identità nazionale unica e riconosciuta dall’alto, ma, concretamente, molto diversa da quella che si pretendeva di far percepire all’esterno. Per questo, non stupisce la posizione presa dall’autore. La stessa Bosnia, dove Andrić nacque, vede, al suo interno, una moltitudine di popoli (bosniaci, bosniaci-serbi, bosniaci-croati, bosgnacchi), di religioni diverse (cattolici, ortodossi, musulmani), stretti all’interno degli stessi confini, a condividere lo stesso territorio. Come affermato da Emily Gunzburger, una discussione intorno all’identità bosniaca, inclusiva di ogni suo aspetto, non è mai stata presa in considerazione, se non dopo l’indipendenza[2] (processo iniziato nel lontano, ma vicinissimo, 1992).

In questo studio di Gunzburger, sarebbe interessante, proprio riguardo Ivo Andrić, Il ponte sulla Drina e la Bosnia, approfondire quanto basta la metafora del ponte, avanzata dalla stessa autrice: unendo diverse declinazioni della metafora in questione, da Maria Todorova a Tsvetana Georgieva, arrivando fino a Simmel e allo stesso Andrić, Gunzgurber costruisce un mosaico variopinto di quelle che sono le conseguenze della viscerale multiculturalità bosniaca – in maniera molto simile a quella che Andrić utilizza in tutto il suo romanzo.

Nel caso bosniaco, a differenza delle metafore di mescolamento, la metafora del ponte suggerisce connessione e unione. Secondo il filosofo tedesco Martin Heidegger, un ponte crea relazione fra cose separate e “causa decisamente in loro stare divisi. Una parte compensa l’altra attraverso il ponte”. Mentre questa posizione estrema potrebbe sembrare non interamente realistica, sia per ponti fisici che metaforici, è determinante per considerare che il ponte in sé gioca un ruolo nella natura della relazione fra ciò che unisce.[3]

Nonostante il “ridimensionamento” che Gunzburger fa delle parole di Heidegger, mettendosi in relazione (appunto) con le parole di Georg Simmel, è comunque resa palese proprio l’idea di unione-separazione che emerge da entrambi: se da una parte lo strumento-ponte unisce le varie etnie in un unico luogo, dall’altra le tiene ben separate per sua stessa natura. “A differenza di un mosaico o di un melting pot, un ponte stabilisce una relazione senza risultare in una mescolanza: ciò che il ponte unisce non diventa mai una cosa sola, e la connessione creata dal ponte non elimina o rimpiazza le identità separate”[4].

Il ponte di Mehmed Paša Sokolović a Višegrad (1900 circa).

Numerosi, nel Ponte sulla Drina, sono gli episodi in cui la convivenza fra i popoli slavi e non risulta difficile, ma Ivo Andrić riesce sempre, come nel resto della sua produzione letteraria, a non banalizzare mai il contenuto di tali episodi, evitando anche di far trapelare qualsiasi tipo di coinvolgimento emotivo forte, che porterebbe il lettore e l’autore stesso a conclusioni o giudizi morali non necessari – offuscamento pur legittimo in un uomo natìo di quella stessa terra, tanto difficile da capire persino per chi l’ha sempre abitata.

Come affermato da Milutinović, Andrić “era un narratore piuttosto che un romanziere”[5] e questo è reso evidente da delle scelte ben precise che vengono protratte nel tempo, in romanzi e racconti, dall’autore stesso: prima fra tutti, la scelta di avere, come protagonista, un luogo.

La kasaba nel mondo dei mercanti e degli atigiani, da qualche parte a metà fra il mondo del villaggio – e della sua fedeltà all’epica – e il mondo della metropoli con il suo individualismo e il romanzo come sua più appropriata espressione letteraria. Non legati alla terra e alla liberazione dalle calene del collettivo, e mitico, che esprime sé stesso in storie epiche di eroi, ma nemmeno alla metropoli metropolitana, in cui la psicologia dell’individuo mobile è l’inizio e la fine di tutto, questi mercanti e artigiani sono per la maggior parte, diretti l’uno all’altro. Sono quelle che Aristotele chiamava politēs, persone che vivono nelle città, gli abitanti della polis – la versione greca della kasaba con tutte le libertà e le limitazioni che comporta.[6]

Sempre riguardo i luoghi che caratterizzano il romanzo di Andrić, quanto la kasaba è importante la kapija – letteralmente “il cancello”. Nella descrizione di quest’ultima, l’autore ha la possibilità non solo di descrivere, all’inizio del romanzo, l’imponente struttura in tutte le sue caratteristiche principali, ma anche, e soprattutto, un ambiente fondamentale per tentare di capire cosa sia veramente il ponte sulla Drina – in primo luogo, da un punto di vista sociale: è un luogo frenetico, vivace, ricco di odori e rumore, un universo condensato, che si presta tanto facilmente a storie, leggende, come quella dei due gemelli e del latte che sgorga dai pilastri del ponte o quella dell’Arabo nel pilastro centrale[7].

Attraverso la descrizione di questi luoghi, che in altri casi sarebbero stati solo pretesti per far agire dei personaggi, Ivo Andrić riesce a raccontare con distacco di una serie di personaggi tutti diversi fra loro, che vanno e vengono, principalmente perché attraversano, fisicamente, il ponte sulla Drina. In un clima di autoregolazione, l’autore racconta di una realtà fondamentali in regioni come quelle balcaniche, che si nutrono – checché se ne dica – della diversità che, pure, ha causato loro conflitti sanguinosi.

Come già detto, Andrić fu ambasciatore, prima che scrittore, e questo gli diede un inevitabile sguardo neutro nei confronti di tutte le vicende che (anche qui: come già detto) avrebbero portato qualsiasi altra persona, a un trasporto emotivo molto più forte. Questo è da considerarsi, in un certo senso, come un presupposto per la costruzione di un’entità come il Ponte, ne Il ponte sulla Drina, il vero protagonista della storia. Monumentale mostro divino, che osserva il proseguire della vita intorno a lui, non è in grado di intervenire nella vita degli esseri umani che lo popolano e, nonostante il loro avvicendarsi intorno a lui, dal 1516 al 1914, nessuno è mai veramente in grado di impossessarne; come un grande formicaio pieno di minuscoli operai, il ponte resiste mentre tutto intorno a lui cambia.

Sui ponti passano gli uomini per recarsi gli uni dagli altri, per parlarsi, per capirsi e per amarsi, e forse quella mutilazione del ponte sulla Drina che ha fatto morire Alihodža non è una ferita, ma è uno spazio lasciato libero all’intervento di un angelo, che ricongiunga i due tronconi ad un livello più elevato, per una umanità futura più concorde e più stabilmente legata da vincoli di affetto […][8].

Leggendo questo imponente romanzo, c’è sicuramente la necessità di acquisire, per fruirne al meglio, di uno sguardo d’insieme: il lettore è costretto a guardare tutto da sopra, prendendo, nella maniera a lui più congeniale, un punto di vista ancora più “alto” dello stesso ponte. Solo così, chi legge Il ponte sulla Drina potrà effettivamente vedere cosa accade in quel punto preciso del mondo: dal governare turco all’invasione austriaca, fino alle vicende più infime, come quella di Alihodža o Lotika – due personaggi del romanzo di Andrić. D’altra parte, però, non si può distinguere davvero la vicenda più breve da quella più ampia: ogni individuo, per definizione, contribuisce alla narrazione più grande, di cui è parte integrante e imprescindibile, ma, nella stessa maniera, le più grandi vicende geopolitiche influiscono profondamente sulla vita di ogni singolo abitante del ponte – nel bene o nel male.

Nel suo Failures of Community: Andrić in Andrićgrad, Nataša Kovačević sottolinea proprio la maniera in cui uno spazio così vivo, come quello del ponte Mehmed Pasa Sokolović sul fiume Drina, potesse essere anche luogo delle più grandi atrocità – esecuzioni, sacrifici e via discorrendo. Sono compresi, in tale luogo, quei due opposti del vivere umano: la solidarietà e la violenza. “Da una parte, il ponte può certamente essere compreso come un artefatto trans-storico che rappresenta ‘la buona eternità modernista’, un simbolo di bellezza e perfezione, [ma è] in bilico fra le forze distruttive della modernizzazione utilitaria (Milutinović, 222). Ad ogni modo, sono più interessata nel ponte come artefatto idealizzato che sta per il legame (assente) della comunità, che permette al narratore di storicizzare e interpretare alternate, ma interconnesse occupazioni imperiali, culminate nella morte di imperi tradizionali e liberazione nazionale”[9].

I cambiamenti storici, come già detto, sono un’altra costante nel Ponte sulla Drina: il protagonista (il ponte) è agente e vittima del mutare temporale della storia, con ripercussioni fondamentali sul popolo e sulla conformazione, non solo, della quotidianità dei personaggi, ma anche della maniera in cui questi interagiscono con i luoghi che abitano – per fare un esempio, si può citare il capitolo in cui si racconta della famiglia di contadini che, non avendo mai visto un treno, quando arrivano in stazione per andare a Sarajevo, tentano di salire su ogni vagone che vedono o sentono transitare in stazione.

Riguardo a questa profonda separazione che Andrić pone fra sé e le vicende che racconta, non bisogna però ragionarne come se l’autore andasse a creare racconti vuoti, narrazioni prive di quello che rende un romanzo diverso da un manuale, cioè la vita che vi viene imposta da chi la racconta. Come affermato da Walter Benjamin in Il Narratore:

La narrazione che prospera per molto tempo nel mezzo del lavoro – quello rurale, quello marittimo, e quello urbano – è esso stesso una forma artigianale di comunicazione. Non punta a trasmettere la pura essenza della cosa, come le informazioni o i report. Lascia sprofondare la materia nella vita del narratore, così da portarla nuovamente al di fuori dello stesso. Così tracce del narratore aderiscono alla storia nella maniera in cui le impronte delle mani del vasaio sprofondano nei recipienti di argilla.[10]

Ivo Andric nel suo studio, di Stevan Kragujević.

L’opera in questione è pensata, da Benjamin, rispetto a uno scrittore ben preciso, Nikolai Leskov, che, come citato dall’autore, afferma che la sua scrittura fosse, per l’appunto, un mestiere, piuttosto che un’arte. In questo senso, nonostante Benjamin non ragionasse sul Ponte sulla Drina (per forza di cose) si può sicuramente vedere un riflesso dell’argomentazione benjaminiana.

Con quest’ultimo, l’autore realizza la cronaca puntualissima di un luogo e della sua popolazione, con una necessaria terza persona. Un universo che è anche un unico brodo primordiale, in cui ci si immerge all’inizio del Cinquecento e se ne esce all’inizio del ventesimo secolo, in un intreccio costante di inizio e fine, vita e morte, sul quale nessuno ha potere (né i protagonisti, né il lettore, né l’autore) se non l’insieme degli stessi avvenimenti, la Storia.

Come l’autore, siamo costretti a osservare ciò che ci viene proposto come da una finestra, senza avere nemmeno l’opportunità di allinearci ai sentimenti e alle sensazioni. Soprattutto nel finale, quando Alihodža muore insieme al ponte, sotto i colpi di un bombardamento: l’autore descrive l’allontanarsi del personaggio, a pochi passi dallo spirare, e la traumatica fine del mostro architettonico che, fino ad allora, era sembrato eterno. Nonostante questo, Andrić distoglie subito lo sguardo e, mentre ci dice del corpo agonizzante del personaggio, ci sta già allontanando dalla scena, per permettere l’archiviazione dell’informazione e il rivolgersi della nostra attenzione altrove.


Note. [1] M. Antić, Historicizing Bosnia. Kosta Hörmann and Bosnia’s Encounter with Modernity, p. 18. Libera traduzione dell’autore dell’articolo. [2] Cfr. E. Gunzburger, Representing multinational Bosnian identity: the bridge metaphor and Mostar’s Stari Most, presentato alla conferenza Con/De7Recon-struction of South Slavic Architecture, History of Architecture and Urbanism Program, Cornell University, March 2001. [3] In Ivi, p. 5. Libera traduzione dell’autore dell’articolo. [4] Ibidem. [5] Z. Milutinović, The wisdom effect: Ivo Andrić the storyteller, Central European University Press, 2009, pp. 17 – 39, p. 17. [6] In Ivi, p. 18. [7] Cfr. I. Andrić, Il ponte sulla Drina. [8] B. Meriggi, Ivo Andrić, in Ivo Andrić, edizione speciale del Club degli Editori su licenza della A. Mondadori editori e della casa editrice V. Bompiani, 1970, p. xxxi. [9] N. Kovačević, Failures of Community: Andrić in Andrićgrad, in Claiming the Dispossession. The Politics of Hi/storytelling in Post-imperial Europe, Leiden, Brill, 2017, pp. 177 – 193, p. 179. Libera traduzione dell’autore dell’articolo. [10] W. Benjamin, The Storyteller, in The Novel: An Anthology of Criticism and Theory 1900 – 2000, Malden (Mass.), Blackwell Publishing, 2006, pp. 362 – 378, p. 367. Libera traduzione dell’autore dell’articolo.

Bibliografia.

ANDRIC, I., Ivo Andrić, edizione speciale del Club degli Editori su licenza della A. Mondadori editori e della casa editrice V. Bompiani, 1970.

ANTIC, M., Historicizing Bosnia. Kosta Hörmann and Bosnia’s Encounter with Modernity.

MILUTINOVIC, Zoran, The wisdom effect: Ivo Andrić the storyteller, Central European University Press, 2009, pp. 17 – 39.

KOVACEVIC, N., Failures of Community: Andrić in Andrićgrad, in Claiming the Dispossession. The Politics of Hi/storytelling in Post-imperial Europe, Leiden, Brill, 2017, pp. 177 – 193.

BENJAMIN, W., The Storyteller, in The Novel: An Anthology of Criticism and Theory 1900 – 2000, Malden (Mass.), Blackwell Publishing, 2006, pp. 362 – 378.

Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità, la frequenza dei post non è prestabilita e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale o una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 07/03/2001. Tutti i diritti sono riservati – barbaricoyawp.com; la redazione di YAWP prima di pubblicare foto, video o testi ricavati da Internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti d'autori o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso di materiale riservato, scriveteci a yawp@outlook.it e provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.