Essay | Morte del genere: la sovversione dell'io nel post-industriale

Uno degli spartiacque della storia possibilmente letta a più livelli (la realtà non è mai una sola, il tangibile stesso è linguaggio che si auto-corrompe) è certamente la questione dell'industria e il divario che intercorre tra l'età paleo-industriale e la stagione dell'avanzare di una certa industrializzazione di base. Per industria certamente non intendo quell'attività operaia e metallurgica, non intendo i grandi stabilimenti, né intendo la stagione che iniziò in Inghilterra agli inizi del XIX secolo. Per industria mi riferisco all'età della edificazione dell'io – unico e possibile reale pilastro cui potere farne una storia letteraria- dell'ingegnarsi a costituire il contesto, quindi la storia. Un'età che pare nascere – almeno per quanto concerne l'Europa- dalla caduta del latino, quindi del romano e l'avanzamento di un nuovo stile all'insegna dell'io, quella industria (intesa per operatività) di poeti che scrivevano in una nuova lingua e sotto un modo di identificarsi completamente contrapposto all'età paleo-industriale classica. Insomma a un'età precedente. La nascita dell'io moderno, quindi il passaggio sostanziale tra la stagione paleo-industriale e quella dell'identità o industriale, fa sì che la poesia assuma una posizione di prestigio e diventi unico genere magistris possibile: in altri termini, la poesia sola, o meglio la lirica, vivente attorno all'io e a un nuovo modo di esprimersi, a una nuova lingua che dovrebbe costituire per secoli una sua civiltà - e sottolineo dovrebbe. L'io presuppone quindi una scesa di un contesto spazio-temporale ben definito, determina una propria dinamica, prende coscienza della storia e al contempo, forse per un principio di imitazione come direbbe Aristotele, ricrea il tangibile, demistifica il reale.


Tutto sommato oggi questa civiltà – che possiamo definire dell’Io e della costruzione spazio-temporale- è stata soppiantata dal romanzo, nel tempo coevo il genere per eccellenza, che ha soppiantato anche gli altri generi, ne ha smantellato il pubblico, ha omesso l'io poetico e ne ha costruito uno su misura per una nuova civiltà. La cosa oggi, allo stato attuale, volendo proporre una storia letteraria va letta solo mediante la lente ontologica- esistenziale e pare non colmare il divario che passa tra gli altri generi e il romanzo.


La nuova rivoluzione, che in parte si può ricollocare verso un ritorno paleo-industriale, cioè la caduta dell'io, non è altro che il preludio di una nuova età: il post-industriale. L'io omesso, caduto, smantellato (per fortuna) propone un nuovo orizzonte. In questo nuovo universo l'io caduto, che probabilmente diventa un noi, forse un voi, assieme al concetto di storia, pare essersi eclissato perché non più demistificato attraverso un paradosso decostruito.

La decostruzione intesa come mistificazione della storia e dei fatti oggi nella poesia è uno degli elementi di spicco. La poesia stessa, che nel frattempo regge a stento una propria autonomia di genere, non ha più un pubblico, è diventata molto elitaria e quindi se prima era il trampolino di lancio di uno scrittore (la prova ars in cui prima si faceva poesia poi si giungeva alla narrativa e quindi alle altre scritture) oggi non è altro che una seconda possibilità artistica. Lo scrittore che per ragioni di pubblico è costretto – e forse per piacere- a esprimersi nella narrativa, usa la poesia come seconda ipotesi del proprio lavoro.


D'altronde l'attività letteraria, o quella della scrittura in genere, presuppone un pubblico che la sorregga, che la supporti, che con essa interagisce e ne diventi complice. Questa complicità oggi nella poesia non c'è più e quindi la poesia diventa sempre più invisibile. In secondo luogo è anche vero che l'eta post-industriale, la stagione dell'omissione dell'io, la scrittura vive fuori dal genere e i generi in sé si sono amalgamati in un'unica possibilità civile e politica del termina: la narrativa.


Se di fatto la poesia, essendo un esercizio di stile, è usata dallo scrittore quasi come fosse un'attività privata e non più pubblica, può tuttavia incarnare ancora oggi ontologicamente una istantanea di momenti vari – ecco la demistificazione della storia e del tempo- dove la narrativa pare compiersi in un prestigio maggiore e per forza di cose:

A) ha la fortuna di avere ancora un pubblico (nonostante i gravi problemi che affliggono l'editoria e le produzioni);

B) può assumersi le capacità della poesia: il romanzo riesce a mistificare lo stesso e con ottimi risultati;

C) compie da protagonista il passaggio dall'età industriale a quella post-industriale.


La facoltà di essere ancora richiesta, di avere attenzione, di avere un pubblico fa sì che la narrativa – sia contemporanea sia dei classici- trovi un canale di espressione. Un romanzo è facile che venga pubblicato in volume come è facile che trovi una collocazione on-line e quindi oltre a esprimersi con i termini di una propria capacità espressiva, quelli della nuova civiltà letteraria cui sopra, dovuti e nati tramite l'omissione dell'io, determina uno svelamento del proprio essere. Attraverso la propria duttilità il genere narrativo si svela senza grandi problemi, così un classico tramite canali telematici lo conoscono tutti anche se non letto.

Cosa che per la poesia è molto più difficile.


In secondo luogo, la narrativa dissimula quanto la poesia, mistica, imbroglia, ragiona sull'errore storico e assembla elementi distanti apparentemente tra di loro. Questo avviene grazie alla caduta dell'io che ha permesso al genere e alla sua corrispettiva civiltà lo sviluppo di nuove tecniche e di un linguaggio sempre più ibrido.


In terzo luogo, se l'io inteso come poesia dettò le linee del passaggio dall'età pre-industriale a quella moderna, oggi la rivoluzione l'ha compiuta il romanzo. La distruzione o caduta, l'omissione dell'io avviene attraverso la narrativa all'unisono in tutta Europa da Joyce a Céline, da Zola a Verga. Se in un primo momento assume un carattere di scientificità con l'avvento del positivismo europeo, in un secondo momento il suo linguaggio si fa impalpabile. D'altronde negli ultimi tre decenni la lingua stessa è mutata diventando una identità linguistica meta-significante. Fu Pasolini stesso in un suo intervento a dire che la lingua letteraria rimane – si riferiva all'Italia- solo una questione di stile, quindi di prestigio in quanto l'italiano non è più il fiorentino ma la lingua dei grandi centri industriali e quindi quella del consumo e quella – possiamo definirla oggi- della multimedialità.


In conclusione, ben lungi da elargire un intervento storico (non più possibile come visto all'inizio) la poesia vive in un area tutta sua, in un'isola inaccessibile ai molti, sta in bilico su di una soglia in attesa di salpare in mare.


I tentativi che ci sono oggi restano isolati, spesso sommersi, non conosciuti ai più in quanto non ha più un pubblico e i poeti – gli scrittori di versi- sono spesso voci che parlano nel buio.

Tutto sommato, questo non deve allarmarci né deve farci rinunciare alla poesia, ma quando facciamo poesia, quando scriviamo versi, dobbiamo essere coscienti che la civiltà letteraria oggi come oggi resta il romanzo e che facendo poesia accenniamo a quella realtà soggiornando nella sua premessa. 


Michael Kohlhaas, L’etica del libro tra liberismo e libera cultura.

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