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Essay | Nella mia ora di libertà, Sergio Endrigo il cantautore dei sentimenti

Quando la sensibilitá si trasforma in musica.

E sono arrivato fin qui,/ Con questa faccia da naufrago salvato/ E questo pigro andare da zingaro felice;/ Valigie piene di ricordi,/ Amici persi e ritrovati,/ Qualche rimorso e pentimento,/ Senza rimpianti e nostalgie. (Altre emozioni, 2003).

Durante la mia adolescenza ho avuto la fortuna di essere iniziato da mio padre alla musica leggera cantautoriale italiana degli anni d’oro compresi tra il ‘50 e la fine degli anni ‘70. Mi sono avvicinato a molti artisti di musica leggera italiana semplicemente imparando a “strimpellare” con la chitarra e accompagnando così mio padre, che si dilettava a cantarli.


Ci creammo presto una piccola biblioteca di libretti di canzoni di quelli che racchiudono i testi arricchiti tra le righe da accordi per chitarra. Per cui mentre lui leggeva i versi, io seguivo gli accordi e intrattenevamo i presenti, che a loro modo partecipavano in coro. In questo modo ho assorbito quella musica, l’ho fatta mia e ho cominciato ad apprezzarne la bellezza. Ricordo che un giorno, sfogliando le pagine di uno di quelle antologie di testi e accordi (il Mille Note, il librone dalla copertina gialla più famoso tra gli “strimpellatori” di chitarra), mi capitò di leggere un titolo di cui apprezzai subito l’originalità: Girotondo intorno al mondo.


La curiosità di un tredicenne mi spinse a leggere il testo, pur non avendo la minima idea della melodia. All’epoca i testi spesso facevano la differenza, non erano aggregati di parole a riempire gli spazi dettati dalla musica, ma spesso provenivano da poesie e quello era uno di questi casi. Ovviamente non ero a conoscenza dell’origine di quelle parole, ma mi colpì la loro semplicità, il loro essere diretto che permetteva anche a un ragazzino come me di immaginare quello che descrivevano: Se tutte le ragazze/Le ragazze del mondo/Si dessero la mano/Si dessero la mano/Allora ci sarebbe un girotondo/Intorno al mondo.


La prima cosa che pensai con stupore fu come un’immagine così comune e semplice potesse diventare un forte simbolo di pace nel mondo. Effettivamente, la poesia cui la canzone è ispirata è un inno alla pace di Paul Fort La ronde antour du monde, riadattata da un giovane ragazzo che, mentre era sotto le armi, studiava tattica e strategia, ma che si dilettava anche con il francese de Les fleurs du mal di Baudelaire. Il ragazzo in questione, istriano di nascita, fino a qualche anno prima non avrebbe nemmeno immaginato quello cui era destinato a diventare: un cantore malinconico dei sentimenti.


Quei sentimenti non prettamente confinati al solito tema dell’amore, ma che spaziavano tra la guerra, i delitti passionali, la memoria di ciò che avevano subito gli italiani d’Istria, ma anche la gioiosità, l’innocenza e la spensieratezza delle filastrocche per bambini. Nato a Pola, capoluogo dell’Istria, da una modesta operaia e il figlio di uno scalpellino che si dilettava però anche con la pittura e il canto lirico, Sergio Endrigo subì quasi subito, all’età di sei anni, un forte lutto, perdendo suo padre a causa della tubercolosi.


Sua madre dovette rimboccarsi le maniche e trovò lavoro in una fabbrica di lucchetti, la quale chiuse agli esordi della Seconda Guerra Mondiale, quando la madre patria Italiana necessitava del ferro per le armi. Del periodo fino a quel momento, Sergio ricorderà l’odore di ferro sulle mani della madre quando lo carezzava. Madre che, a suo dire, si è sempre sacrificata e non gli ha mai fatto mancare nulla. Ma le doti canore del giovane Endrigo facevano già parte di lui, quando da piccolo sua madre lo mandava nell’osteria sotto casa a comprare il vino e l’oste puntualmente lo obbligava a cantare, in piedi sopra il bancone, La Donna È Mobile per una ricompensa di due lire.


Ovviamente il ragazzo non ha avuto mai un’iniziazione al canto, nonostante il padre (autodidatta) avesse cantato con successo al Teatro dal Verme di Milano tra il 1922 e il 1924. Tuttavia, come accennato, la guerra scoppiò, gli italiani vennero cacciati dall’Istria ed Endrigo si trasferì a Brindisi, a frequentare un collegio per profughi giuliani e dalmati, dal quale fu espulso a diciassette anni per insubordinazione dopo aver rifiutato di seguire la traccia di un tema con il quale non era d’accordo.


Già da questo si percepiva la personalità di questo ragazzo, che non era tipo da abbassare la testa, ma che nonostante la sua spiccata introversione, sapeva far valere le sue idee quando dovuto. Si trasferì quindi a Venezia per ricongiungersi con la madre, che lavorava come domestica per un maresciallo della Guardia di Finanza, a quale aveva venduto la collezione di francobolli per comprare la sua prima chitarra. Non continuò gli studi, ma fece molti lavori: fattorino alla Mostra del Cinema, lift-boy per un hotel ed ufficiale di censimento. Decise di partecipare ad un concorso canoro, al quale si classificò secondo, ma che gli permise di essere notato da un fisarmonicista.


Gli propose di cantare regolarmente in un locale del Lido alla modica cifra di duemilacinquecento lire, ossia quasi il doppio del suo salario. Endrigo accettò (non certo per la musica!) inconsapevole che il suo vero destino si stesse delineando.

Continuò la vita tra i locali, finché, accortosi della mancanza di un futuro di quel cammino, decise di tentare la carta da solista nel mondo discografico. Si ripromise che se non fosse andata come voluto, sarebbe espatriato in Canada o Australia.


Fortunatamente la giocata di quella carta funzionò, perché ottenne il contratto con la Ricordi, entrando in contatto con colleghi contemporanei come Bindi, Paoli, Jannacci, Gaber e soprattutto Tenco, che all’epoca (parliamo del 1960) stavano portando alla ribalta la musica cantautoriale della scuola genovese. Sergio non si considerava un cantautore, ma il seme in lui era già presente. Fu Nanni Ricordi a farlo germogliare, quando gli chiese a bruciapelo se scrivesse canzoni. Endrigo ovviamente negò, ma quello stesso pomeriggio, con la sua chitarra, compose il suo primissimo singolo: Bolle di sapone.


Ballata d’amore che utilizza la metafora delle bolle di sapone per raccontare la fine di una storia. Il tutto contornato da un arrangiamento che caratterizza lo stile di Endrigo, nel quale sono quasi sempre presenti gli archi, che ben si accostano al caratteristico vibrato della sua vocalità. La strada, quindi, era ormai spianata. Vennero fuori altri pezzi di rilevo come Vent’anni, La Rosa bianca (altro esempio di canzone adattata da una poesia di José Martí) e Via Broletto, 34, tutti accolti però con tiepido successo. Via Broletto, 34 è esempio di come i temi trattati da Endrigo non cadessero sempre nel banale sole-cuore-amore.


Si può dire, anzi, che le rime baciate fossero fortemente bandite dal giovane istriano, cosa inusuale nel contesto in cui viveva e certamente da apprezzare. Il pezzo tratta del delitto passionale di una prostituta in una casa chiusa prima della legge del ‘58 che ne obbligò la chiusura. L’episodio è raccontato con una semplicità e una poeticità disarmante da Sergio Endrigo («Se passate da via Broletto/Al numero 34/potete anche gridare, fare quello che vi pare/l’amore mio non si sveglierà/ora dorme e sul suo bel viso/c’è l’ombra di un sorriso/ma proprio sotto il cuore/c’è un forellino rosso/rosso come un fiore») e traspare la passione e il dolore, l’amore e il rimpianto che si combattono nella stessa persona per l’accaduto.


Il tono del narratore è decisamente quello di un pentito che si rende conto troppo tardi di ciò che ha compiuto istintivamente e il caratteristico vibrato della voce ne accentua la drammaticità, senza che si percepisca, però, alcuna forzatura interpretativa. Era questa, sicuramente, la capacità e il talento espressivo di un personaggio come Endrigo, che semplicemente intonando una melodia riusciva a trasmettere esattamente quello che sentiva dentro con il minimo sforzo.

Dopo anni di tiepida fama, nel 1962 firma con la RCA e arriva il primo successo, la canzone che rappresenta il suo cavallo di battaglia: Io che amo solo te.


La struttura semplice non lo convinceva, mentre invece fece impazzire Nanni Ricordi, soprattutto grazie al maestoso tocco di archi che compose Luis Bacalov, suo storico collaboratore. Scritta e musicata in venti minuti da Sergio, è dedicata ad una segretaria di cui si era invaghito (C'è gente che ha avuto mille cose/ tutto il bene e tutto il male del mondo/ io ho avuto solo te/ e non ti perderò, non ti lascerò/ per cercare nuove avventure). Il tono è decisamente quello di un ragazzo innamorato, che dedica sé stesso alla persona desiderata, la quale lo appaga in tutto ciò che gli occorre.


È interessante notare un concetto che nel leggere ed ascoltare i versi, spesso passa inosservato. Ci si sofferma alle parole d’amore, ma mai abbastanza al significato intrinseco degli incipit dei versi: «c’è gente che ha avuto mille cose e c’è gente che ama mille cose». Se da un lato il giovane Endrigo le utilizza come termine di paragone per ciò che prova per la ragazza, dall’altro sono un chiaro rimando a ciò che ha vissuto. È stato detto che Endrigo non proveniva da una famiglia agiata, che ha sempre dovuto umilmente vivere e arrangiarsi. Quello stato di necessità lo ha, però, ricompensato, lo ha formato, insegnandogli a vedere le cose come altri non riuscivano, cosa che ha intelligentemente riversato nei suoi testi.


Arriva il 1966 e Sergio Endrigo inizia la sua esperienza veterana con una carrellata di ben nove presenze nel festival più famoso d’Italia. Si presenta con il brano Adesso sì, che ha come tema centrale l’amore, ma nel suo senso più ampio. Leggendo le liriche, questo sentimento può essere inteso sia come la fine di una storia, ma (e da qui la bellezza dei suoi testi) anche come quello di un genitore che lascia la propria prole ad affrontare la vita. Da sottolineare il ritmo moderato e un meraviglioso accompagnamento di archi e tromba. L’anno successivo è la volta di Dove credi di andare. Il 1968 arriva finalmente il primo posto in coppia con Roberto Carlos ed uno dei suoi brani più conosciuti e coverizzati: Canzone per te.


Struggente, disarmante, intensa. L’edizione del 1968 (di cui abbiamo già parlato) del Festival di Sanremo fu caratterizzata dalla diatriba tra Celentano e Don Backy per Canzone, nonché da pezzi divenuti veri capisaldi della musica italiana, come Casa bianca (sempre di Don Backy) e la famosissima La voce del silenzio di Tony Del Monaco. Brani, insomma, di una certa caratura. La vittoria non era affatto scontata, ma Endrigo la portò meritatamente a casa con un brano strutturalmente ottimo, dal testo facile da memorizzare perché non profondo, ma neanche banale. Il cambio di chiave da minore a maggiore nel ritornello che apre e slancia la canzone, la rendono davvero un classico raffinato. Il 1969 è l’anno dell’ennesima partecipazione al Festival di Sanremo, nel quale presenta, con Mary Hopkin, un altro dei suoi futuri cavalli di battaglia: Lontano dagli occhi.


Sfortunatamente il brano gli regala il secondo posto dietro Zingara del duo Solo-Zanicchi. L’anno successivo partecipa ancora in coppia con la vincitrice della precedente edizione e si classifica terzo con L’arca di Noé, brano relativamente noto, a differenza dei meno famosi che hanno caratterizzato le successive partecipazioni: Una storia in collaborazione con i New Trolls e il loro rock progressive (1971), Elisa Elisa (1973), Quando c’era il mare (1979) e Canzone italiana (1986). Tra queste ultime, indubbiamente, degno di nota è il brano del 1973, ripreso in francese anche da Dalida con il titolo di Julien, che permise a Endrigo di vincere sia il premio come miglior testo che quello come miglior interprete.


Il brano, comunque, è una struggente poesia d’amore, delicata e dalla struttura tipica degli altri che caratterizzano la sua discografia: inizio meditativo con soli archi e pianoforte in tonalità minore per creare pathos, che si apre nel ritornello in maggiore con l’entrata di chitarra, batteria e cori. Tuttavia, Elisa Elisa è un inno d’amore per una donna, lo esalta in modo sublime, ma è particolare in quanto ingannevole: la strofa si apre dando l’impressione che colui che parla volesse troncare la loro storia, ma nel ritornello elenca una serie di metafore semplici ed efficaci («Elisa mare, Elisa fiore, Elisa pace, Elisa casa, Elisa amica e casa mia...») che evidenziano il sentimento e dunque spiazzano la percezione dell’ascoltatore.


Di pari effetto è un altro brano non apprezzato forse come meriterebbe, Ti amo, che si caratterizza non tanto per il significato del testo d’amore, quanto per la geniale idea di puntare su vari cambi di chiave ad ogni fine strofa che, in poco più di due minuti, fanno aprire il brano in un grido passionale alla propria amata come un fiore che sboccia e fiorisce in tutta la sua bellezza. C’è poi da menzionare la famosa 1947, il suo inno alle origini istriane e al dolore dei molti italiani che furono costretti ad abbandonare quelle terre quando l’Istria fu assegnata alla Jugoslavia.


Un brano che non ha nulla da invidiare ai malinconici chansonnier francesi. Le parole, ma soprattutto la voce di Endrigo trasudano come gocce quella malinconia e quel dolore, li sbattono in faccia all’ascoltatore, quasi come se fosse quest’ultimo a provare quelle emozioni in prima persona («da quella volta non l'ho rivista più/ cosa sarà della mia città/ ho visto il mondo e mi domando se/ sarei lo stesso se fossi ancora là»). È questo l’ennesimo esempio della particolarità della voce di Endrigo, che (a suo dire) non ha mai preso lezioni di canto, ma che ha sempre istintivamente saputo trasmettere con il suo vibrato naturale ogni singola emozione richiesta dal testo delle sue canzoni. Un tono molto melodico che controllava con rilevante capacità. Qualità fondamentali per un veicolo di emozioni come un cantautore e di certo rare (soprattutto nei tempi attuali...).


Endrigo si è dedicato molto anche ai bambini, musicando le poesie di Gianni Rodari (con canzoni come Il pappagallo, L’Arca, La Pulce) e si è fatto conoscere in molte parti del globo, soprattutto in Brasile, terra a cui si era legato molto e che gli ha regalato molte soddisfazioni. Ha provato a esordire nel mondo della letteratura con un romanzo thriller negli anni ‘90, ma scelte sbagliate lo hanno presto escluso. Ha avuto un’esperienza cinematografica in gioventù come protagonista del lungometraggio Tutte le domeniche mattina di Carlo Tuzii dalla quale traspare il suo carattere introverso e all’apparenza burbero, emotivamente instabile perché forse troppo sensibile, che è stato sempre bilanciato dalla presenza della moglie Maria Giulia Bartolocci, rimasta con lui fino alla morte nel 1994.


Sebbene non siano stati adeguatamente sponsorizzati, Endrigo ha continuato a produrre canzoni fino alla sua morte avvenuta nel 2005. Ne è prova la struggente e bellissima Altre emozioni, brano molto ottimista, dal suono molto degregoriano (mi si passi il termine) e degno di lode per quella maturità spirituale raggiunta da un ragazzo che ha dovuto sempre imparare ad arrangiarsi e farsi strada da sé. È andato via senza rimorsi, Sergio, soprattutto senza remore nei confronti di sua madre, alla quale ha regalato una vecchiaia degna di quell’amore materno che l’ha sempre protetto e incoraggiato a diventare l’uomo che conosciamo.


Ancora oggi Sergio Endrigo viene ricordato molto spesso, molti coverizzano le sue canzoni, molte sono i premi a lui dedicati, segno che ha decisamente lasciato una traccia indelebile nella musica italiana. Resta, però, innegabile la capacità che aveva nel mettere su carta quelle emozioni che la sua profonda semplicità e sensibilità provocavano e stimolavano, prima ancora di interpretarle con la sua voce. Quelle emozioni che lui probabilmente percepiva nei bambini, nella loro semplicità, nella loro innocenza e spensieratezza e ai quali ha dedicato parte della sua discografia. Quelle emozioni che ha saputo trasmettere anche ad un anonimo tredicenne “strimpellatore di chitarra” delle notti estive, che ancora oggi si commuove alle note di Lontano dagli occhi.

Alessio De Luca

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