Essay | Piero Gobetti : tra rivoluzione e disciplina, la nascita del metodo

Esiste, ed è un dato di fatto, la differenza netta tra la letteratura in libro e quella in rivista.

Oggi questa demarcazione, questa sostanziale e duplice realtà pare confondersi con molta disinvoltura e fisiologicamente questo disordine ha rimescolato le carte del gioco probabilmente nascondendo qualche asso di troppo. Se del mazzo scombinato prima non c'era il timore dei bari, dei pirati che attraverso la loro operosità sul web agitano le acque della comunicazione, oggi il panorama della pubblicistica, e civile e di settore, pare compromettere definitivamente il ruolo della categoria e (causa-effetto) le diverse decine di migliaia di operatori che compongono le testate non possono essere definiti né pubblicisti né letterati. Con un semplice clic infatti possiamo allestire un articolo, una pagina di rivista, possiamo far convivere un semplice blog (che non è una testata) con una pagina di un giornale vero e qualificato.


Da questa esperienza - non destinata a essere di fortuna o temporanea - si innescano una sequenza di dinamiche combinate tra loro che non solo influenzano la disciplina pubblicistica mutandone l'identità, ma addirittura mutano antropologicamente, se il termine può essere indicativo, l'attività editoriale in cui non esiste più l'editore come figura che si contrappone e si realizza con l'autore, ma anzi (per dare davvero un quadro) entrambe le posizioni giacciono nel mare come sommerse o sepolte da un'onda di mareggiata. Si dipanano così in un sistema reticolare pubblicazioni su pubblicazioni, auto-pubblicazioni, recensionisti da strapazzo, titoli fantasma: la letteratura stessa e ancora peggio la critica militante - quella accademica resta nel suo ambito e si guarda bene a mettere il naso fuori dal suo habitat nepotista - sono irriconoscibili.


Improvvisamente, anche l'attività della critica o del letterarismo pare aver indossato la casacca qualunquista innalzando bandiere di bische e movimenti illusionistici.

Tuttavia, detto questo, non conviene allestire una polemica almeno in questo luogo per una mancanza effettiva di portata, la tradizione pubblicistica che per tre secoli almeno è stata la casa della critica militante e un laboratorio letterario e politico di grande vocazione dettando nuove discipline, rigorosi dibattiti, anticipazioni di teorie partitiche e quanto altro, è indubbiamente una lezione eterna sul metodo di analisi. Uno dei pionieri e dei riformatori di questo metodo è stato senza ombra di dubbio Piero Gobetti. L'intellettuale torinese nelle sua breve vita ha sempre agito con trasparenza e per assurdo, con determinazione e capacità, come un acrobata ha camminato cercando un proprio equilibrio sul filo di quella realtà borderline, nel tentativo di compiere una rivoluzione senza precedenti e divenendo il maestro di pensiero di generazioni intere di scrittori futuri.


Già frequentatore del Baretti, vive dagli anni universitari nella Torino di Luigi Einaudi una propria dimensione di uomo di lettere al punto che proprio in quella stagione getta le fondamenta di un metodo letterario e di critica tutto suo. Rigettando le idee illusioniste di un certo astrattismo italiano e abbracciando le idee illuministe dei francesi con l'amico fraterno Antonio Gramsci inizia a parlare di diritti democratici dei lavoratori, intensifica la sua attività pubblicistica e avanza un'idea liberale democratica che è poi, non solo la fonte del suo programma effettivo e della rivista La rivoluzione Liberale, ma dell'intera sua vita.


La letteratura diventa non solo urgenza di comunicazione, ma nel suo pensiero anche uno strumento di agitazione e di lotta concreta: da lui in poi, infatti, non può essere scissa da un moto di azione. In quel tempo a suo modo - consapevole o meno che lo fosse - non solo restaura la pubblicistica in Italia, essendo lui giornalista e quindi da esterno al campo, ma diventandone editore stesso: partendo dal discorso (oggi tanto criticato ma praticato molto più di prima) dell'auto-pubblicazione. Pubblicazioni gestite attraverso il semplice marchio di Gobetti Editore che non erano altro che semplici stampe (edite senza badare a una regola di mercato, attraverso una magra analisi del marketing) che vedranno in pochi anni la pubblicazione di grandi libri, a partire dagli Ossi di seppia montaliani del '25, fino alla stessa rivista de La rivoluzione liberale, dove il giornale non era solo il punto di approdo di un lavoro organico tra l'intellettuale (o meglio l'azionista) e il fruitore, ma diventava il perimetro d'azione della lotta stessa. Copie di quel giornale venivano distribuite clandestinamente nelle fabbriche, tra gli operai intenti alle macchine, scaturivano dibattiti accesi su i diritti civili e la libertà democratica della persona.


La rivista veniva redatta per scopi e di analisi della società e per propaganda politica.

La critica letteraria viene dunque riformata dal giovane Piero che ne decostruisce il senso, ne scompagina la logica, ne travolge la dinamica in un primo momento, per costruire un nuovo metodo generazionale subito dopo. Dalle colonne della Rivoluzione, dal rigore di critica non solo letteraria ma sociale, dallo strascico dell'abito nuziale escono autori e intellettuali nuovi che di quel metodo, cioè del metodo gobettiano, ne sono figli. Ecco allora nomi come Carlo Levi, Mario Pannunzio, Nelio e Carlo Rosselli (fautori del socialismo liberale), Marco Pannella, Ernesto Rossi, Arrigo Benedetti. Intellettuali, voci-contro che anni dopo apriranno a loro volta nuove strade e letterarie e giornalistiche e politiche. Sarà la volta di Pannunzio e i radicali con la nascita del Mondo, sarà il caso di Pannella che con prepotenza soverchia il partito liberale gestito dalla presidenza di Benedetto Croce per fondare la grande galassia radicale della sinistra riformista e civile. Sarà il caso di Carlo Levi che grazie al metodo del maestro Gobetti cambierà le sorti del romanzo in Italia proponendo e teorizzando nel concreto l'idea del Romanzo antropologico.


In Gobetti infatti l'idea di una letteratura che scinde dall'azione, e con essa di una critica statica e accademica, non è possibile. La letteratura oltre a essere letteratura deve essere metodo e il metodo deve essere anche azione. Ecco allora che accanto al discorso pubblicistico, il giovane Piero nel corso della sua breve vita entra con prepotenza nelle fabbriche e insieme a Gramsci istruisce gli operai a una lotta che si fa sempre più universale e verte non solo nel ribadire e nel codificare certe idee su determinati diritti, ma getta le basi di un nuovo concetto di identità democratica. Il metodo gobettiano non può prescindere dall'azione come dall'azione non può prescindere una vasta conoscenza letteraria del mondo, allo stesso modo non ci può essere società se non viene riscritta e ripensata l'idea del soggetto e dello stato nel nome di una libertà individuale. Libertà pensata tra il concetto di stato e soggetto, di uno stato maturo e sempre meno statalista che vede Piero Gobetti stendere una galassia attorno a sé di pensatori per una nuova teoria politica e di questa, non solo l'amico fraterno Gramsci, ma anche Carlo Cattaneo autore della Società umana, il quale per primo - coautore e discepolo del nuovo metodo generazionale di Gobetti - avanza l'idea di un federalismo politico ed europeo.

La lotta di Piero Gobetti pare non fermarsi e, nella rinascita del metodo della critica militante e dell'azione politica in quanto letteratura come azione a prescindere, avvia una forte polemica con Palmiro Togliatti che non tarderà a bollarlo come l'idealista astratto e rosso mal pelo che ha avuto l'ardire di rifiutare la direzione consigliata da Gaetano Salvemini de L'Unità.


Se è vero come direbbe Carmelo Bene che non si può fare letteratura con la letteratura, Gobetti sovverte questo ardire dell'artista salentino, al punto che il metodo nuovo pare cimentarsi nel contrapporre critica su critica, riviste di propaganda per una inedita classe politica su giornali di propaganda. Il metodo diventa metodo per eccellenza. Tramite queste azioni Piero, con l'aiuto della sua amata Anna e di certi suoi amici in parte citati prima, fa della Torino degli anni venti un vero laboratorio culturale in un epoca in cui il lavoro collettivo di un autore era sottomesso dall'idea individuale del fare letteratura. Gobetti da editore porta a compimento una rivoluzione per certi versi senza precedenti, e lo fa sia per la pubblicistica con Energie nuove prima e La Rivoluzione liberale dopo, sia con l'editoria del libro; pubblica infatti per il suo marchio oltre agli Ossi di Seppia, libri come La filosofia politica di Vittorio Alfieri, dal bolscevismo al fascismo.

Traduce: e la sua attività di traduttore è parte di un unico grande progetto, di quella galassia che dopo la sua morte avvenuta nel '29 non stenteremo a chiamare la rivoluzione gobettiana, certi autori minori dalla letteratura russa e che edita sempre per il suo marchio.


E quindi è la volta de L'abisso dello scrittore russo Leonìd Andrèev, del quale Gobetti traduce i racconti avanzando una analisi del tutto nuova del poeta post-realista, al punto di considerarlo come il capostipite del simbolismo russo. Il metodo della traduzione che applica non si limita solo a traslare da una lingua a l'altra un testo ma ad analizzarlo. Ecco allora che il simbolismo russo che prende avvio dopo la grande tradizione realista che tutti conosciamo, deve in parte la definizione a Piero Gobetti. E il metodo porta a una scelta precisa: di Adrèev traduce i racconti e non il teatro perché nella produzione narrativa rispetto a quella drammatica dello scrittore russo rintraccia quella rivoluzione mistico-illuminista che lui stesso sta compiendo in Italia. In sostanza di Andrèev pubblica e traduce la narrativa perché la sua opera romanzesca è più moderna e inedita rispetto al teatro, dove il giovane Leonìd presenta una posizione più tradizionalista e per i contenuti e per la forma.


Il pensiero del grande letterato e la sua rivoluzione sono dunque attuali più che mai e non soltanto per le lettere ma per un insieme di cose, a partire dai mezzi di divulgazione di un testo. L'editoria stessa che oggi è in sofferenza dovrebbe essere (e necessita di essere) rivista tramite l'ottica gobettiana che, in una certa misura, l’ha rivoluzionata cambiandone il metodo e la sorte.

Infine, ma non per ordine di importanza, penso che a Gobetti dobbiamo molto e quindi non solo la nascita di una nuova critica militante, non solo una inedita forma di pubblicazione dell'opera e il relativo concetto di stampa-libro, ma l'essenza antimperialista e antistatalista per cui la eticità alberga nella bellezza e non ci può essere bellezza in termini di estetica scissa da ogni accenno o parvenza di etica.


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