Essay | Semb Ca'Pinz, il protrarsi dell'età classica in Basilicata terra di magia

È una sensazione strana ogni volta parlare della Lucania, perché penso che inevitabilmente l’aspetto storico si intrecci con quello biografico e quindi con suggestioni legate agli odori, in senso proustiano del termine; ai sapori, ai cieli azzurri distesi come vuoti a perdersi sulle colture del metapontino, e infine alle visioni dalle tavole palatine e il mare Jonio (il mio mare), alle donne serrate dalla fatica e dal lutto di sempre dell’entroterra. D'altronde la storia di questa terra, come ebbe a dire Carlo Levi nel Cristo si è fermato ad Eboli, è una questione a sé anche per quanto riguarda il Mezzogiorno, pur essendo il cuore del sud e per ragioni geografiche e per ragioni culturali, e la peculiarità, la disquisizione trova difficoltà a incentrarsi all'unisono su di punti e coordinate. Dunque, Lucania non è la storia del sud, anche se ne fa parte, non è la storia dell’Appennino e non possiamo relegarla a esso per diverse ragioni.


L’Appennino varia, e con esso variano le civiltà contadine e poi quelle letterarie, divise tra oralità e scrittura, a seconda del dorso che vediamo: la dorsale settentrionale, quella ligure emiliana e toscana è diversa da quella pontificia così come l’Appennino Sannita e poi Appulo-Lucano e infine Calabro. Dunque una storia antropologica partendo da una posizione geografica ci è negata. E allora da dove partire? La domanda non è retorica ma di servizio e può - anzi deve - avvalersi di due realtà per ottenere una risposta concreta e dagli esiti sperati: la civiltà contadina da una parte – fonte di ispirazione del romanzo antropologico di Levi- e la costellazione colta di certi letterati e antropologi – Ernesto De Martino e il suo viaggio - a cui questa terra pare essere stata un barlume cui attingere luci e ombre. D'altronde un’area la si può leggere anche tramite l’ottica linguistica ma non mi addentro in questa faccenda, mi limito a farne una questione escatologica ed estetica nella convinzione, se vogliamo idealista, del Croce per cui la bellezza coincida con l'etica.


In primo luogo penso non si possa inaugurare un viaggio di lettura ontica sulla Lucania senza considerare la civiltà contadina e con essa l’insieme di stati di cose che ne formano la presenza. Una civiltà che dette origine con una certa veemenza al romanzo antropologico di Carlo Levi e dal quale d’attorno si è sviluppata anche una certa costellazione letteraria. Si tratta di un universo magico in sé che serba in seno rituali trascendenti, basta pensare alle fasciane[1], le donne maghe che toglievano le fatture, al canto funebre – forma primordiale della canzone che nasce in Lucania attraverso l’esorcizzazione della morte del congiunto, all’uso costante della scure come e strumento di lavoro – il disboscamento delle campagne per il pascolo - e di rispetto e potere – l’accetta equivale al coltello di altre zone d’Italia. Ma altri aspetti costellano la lunga collana di questa civiltà (torno a ripetere strettamente connessa alla poesia imagista di certi autori) che possiamo solo accennare per ragioni di economia in quanto in questa sede sarò pleonastico spinto da intenti propedeutici più che ermeneutici.


Si tratta di aspetti che non trascendono il corpo della civiltà contadina ma che da essa nascono, si tratta di comportamenti e fisici e morali che dissentano da usi e costumi del resto d’Italia. A questo scopo non è pleonastico citare dell’uso del caminetto che in quest’area geografica, già a partire dalle propaggini degli Alburni, siamo in Vallo di Diano alla periferia del Cilento, hanno una loro caratteristica essendo bassi, incassati nel muro e a filo pavimento. Ora è logico pensare che il caminetto oltre che come mezzo di riscaldamento, oltre ad avere una funzione spicciola qui nella nostra terra, assuma una valenza anche simbolica; il focolare diventa il lare della casa: una sorta di Munacidd[2] -  fantasma di un bambino che indica il tesoro quindi a ricoprire un ruolo quasi regale tra magia e suggestione. Il caminetto basso, il loculo della civiltà affettiva e rurale oltre a elargire una funzione spicciola assume quindi aspetti trascendenti il cui rapporto con la persona diventa fisico e con esuberanze di carattere latente. In altre parole, il focolare non solo è il centro operativo e pulsante della casa ma è uno dei tanti elementi che compongono il puzzle, al punto che in Lucania possiamo affermare la storia sia da sempre fisica, di carne e non metafisica o escatologica. Questa peculiarità non è marginale e non va sottovalutata. Il passaggio dal metafisico al fisico non è altro che una conseguenza, un riflesso, un rimando di quel protrarsi dell’età classica, e aggiungerei ellenica che De Martino lesse approdando con un dibattito antropologico inedito in Italia.


Un protrarsi che fa sì che il Medioevo e quindi l’età moderna - che in Europa si apre con la scoperta dell’America-  in Lucania pare non esserci stato o almeno non in termini massicci e profondi come nel resto del paese; al punto che se la storia nel resto dell’Italia ha assistito a un passaggio dal fisico allo spirituale, all’escatologico, «la terra del Rimorso» (definizione di De Martino) ne resta fuori e in essa abbiamo il trionfo infinito dell’età classica. Anche se in quest’area il Medioevo c’è stato – nessuna parte d’Europa ne è esclusa o può esserlo - dopo di esso l’età moderna con il Rinascimento fiorentino e napoletano pare non avere intaccato lo strato antropologico della civiltà contadina e quest’ultima pare uscirne indenne.


La questione si constata dall’uso di certe pratiche cui accenno brevemente e che pare siano determinanti per il protrarsi perpetuo di un carnalismo, una fisicità storica; l’uso della scure non è casuale: come il focolare domestico l’accetta ha una duplice funzione, una pratica l’altra simbolica. Con l’accetta posso disboscare, ripulire, tagliare i ciocchi di legna, ma posso anche elargire un senso di rispetto e di potere. La scure diventa così un’arma bianca di difesa della persona, un po’ come nel resto del sud nel quale si fa un uso del coltello (è il caso della Sardegna della Barbagia e della Gallura, della Sicilia e delle Calabrie sino agli Abruzzi e al Sannio – Molise e beneventano). Ma la fisicità storica, la repulsione a un fasto escatologico viene espressa anche da stagioni più antiche: in quest’area geografica pare infatti che l’uso della sepoltura fosse in posizione fetale e non supina, almeno dai reperti che sono usciti alla luce nella zona degli Alburni e in Val d’Agri.


Infine – e debbo elencare per sommi capi con gran dispiacere- pare che le prime forme del canto nascono in Lucania attraverso l’uso del canto funebre. Elemento che il De Martino sottolineò a suo tempo e per – ancora una volta - la duplice funzione – il congiunto compianto mediante l’esorcizzazione del canto, e il lamento come presa di coscienza del sé che trascende per un oltre - e per ribadire in modo schiacciante e inconfutabile la faccenda del tutto territoriale e di natura culturale della dimenticanza del Medioevo e del Rinascimento e del perpetrarsi di un senso fisico e ellenico delle cose e della vita. Una particolarità non riscontrabile in altre parti d’Italia se non solo in Lucania e Salento e che non hanno una natura dovuta all’ignoranza e alla povertà come succede il più delle volte ma una origine del tutto inedita: la sorgente pare avviarsi da una dimenticanza, da un passaggio mancato. Il passaggio dallo stato fisico a quello colto e spirituale.


Tuttavia, se dal punto di vista storico e antropologico si ha questo stato di cose, questo inoltrarsi all’infinito e a posteriori di un certo classicismo, dall’ottica letteraria in parallelo alla civiltà contadina si sviluppa una nuova costellazione: quella dell’imagismo poetico. Una corrente letteraria che dal fondo della provincia, dal fondo del regno federiciano, dalle spoglie dune di argilla emerge con voce dai toni universali. Una voce che prende avvio con il romanzo e l’esperienza sul campo di Carlo Levi e che si sviluppa in progressione per tutta l’area. A cominciare dal discepolo prossimo del medico torinese Rocco Scotellaro: primo giovane giornalista d’inchiesta di cultura marxista che non solo avanza una propria dimensione poetica ma questa – quasi a rimando del sogno gobettiano portato anch’esso in Lucania da Levi - non scinde dalla pratica e l’aspetto materiale è la lotta dei braccianti nei confronti dei latifondisti di cui Rocco Scotellaro ne diviene il portavoce. In tempi diversi un’altra voce universale pur restando attinente alla provincia è quella di Leonardo Sinisgalli, l’ingegnere di Montemurro che tra Roma, Milano e Firenze, legato alla stagione degli ermetici da Quasimodo a Ungaretti sino ad Alfonso Gatto e oltre, canta le gesta della terra di Lucania con un certo patema lirico tipico dei colleghi corregionali.


Allo stesso modo, tornando al materano, l’esperienza di Albino Pierro dimostra a pieno il passaggio mancato della storia mediante l’uso vernacolare di Tursi. Un passaggio mancato, affermo, che non solo Benedetto Croce avvallò come ipotesi a De Martino, e questo poco importa adesso alla nostra analisi, quanto in poesia si viene a tradurre mediante un certo imagismo che accomuna tutti questi autori. Si tratta di una sensibilità letteraria ibrida a cavallo tra un naturalismo verghiano e il grande affresco della grande tradizione foscoliana adattato su di una poetica del tutto particolare, che nasce di provincia (essendo protesta e elargizione di dolore) e che diventa europea. Così non è complicato riscontrare in certi brani di Scotellaro alcune sfumature di poeti russi come Esinin (Memorie di un teppista, ad esempio).


Non è difficile riscontrare in certi versi di Sinisgalli – «i fanciulli battono le monete rosse sul muro» - quell’ampio respiro tipico di una certa poesia slovena o friulana. Questo per ribadire che l’imagismo nasce dal tradurre in poesia e in letteratura una certa sofferenza fisica, la dimenticanza di un certo e mancato passaggio storico. L’opera letteraria diventa quindi antropologica, sia essa in versi o in narrativa, dovuta da una dimenticanza ontica.

Si tratta infine di una sfumatura portante che diventa universale e che presto lascia ai margini del canto stesso, dell’architettura poetica quella forma di dimenticanza del principio per vestirsi di una cucitura del tutto universale. Si tratta quindi di una pratica che Carlo Levi riporta in auge in quest’area tramite la sua esperienza di esiliato e grazie alla lezione torinese di Gobetti ma che in realtà pare essere già utilizzata nel cinquecento da Isabella Morra. La poetessa di Valsinni fu infatti la pioniera di una certa poesia che non è sufficiente se non tramite l’apporto della faccenda pratica.


Un aspetto magistrale che coniuga azione e pensiero e che mentre nel caso della cara Isabella il pratico corrisponde al biografico (è sufficiente leggersi certi madrigali e i sonetti), cioè mettere in versi il proprio vissuto, nei contemporanei allievi della lezione leviana la pratica sta nella lotta politica. Ecco allora le lotte di cui sopra di Scotellaro, ecco allora la poesia lirica e naturalista di Sinisgalli; come ecco la realtà affrescata di Tursi di Pierro, ecco la Potenza allunata e sognante di Vito Riviello. Tuttavia, si tratta di una pratica che è figlia di un certo tempo, di una bellezza antica e come dicevo poco sopra di un estetismo che coincide con l’etica. Una pratica di una sensibilità antropologica che non solo traduce un passaggio dimenticato ma che non scinde l’azione dal pensiero.


Un uso pratico della letteratura che mescola di continuo la sapienza poetica con l’esperienza della vita. Ecco allora che anche la saggistica è oggetto di una soggettivazione traslata da un piano cronistico a un piano letterario. È il caso di Contadini del sud, un libro del tutto rivoluzionario e in cui gli aspetti narrativi prevalgono quelli saggistici al punto di diventare un’opera e pratica (la cronaca delle lotte dei braccianti contro i latifondisti) e narrativa.

Si tratta infine di una letteratura, di una civiltà intellettuale che nasce in seno di una costellazione contadina, da una dimenticanza mai realizzata; sulla via dei briganti e della loro guerra civile (1860/1863) soffocata dalla legge Pica per il governo regio. Insomma, si tratta di un mondo, di un universo diviso tra cielo e terra, tra bellezza ed etica, tra empirismo e pratica: di un lembo di terra strappato dal vento gonfio di magia e dal quale l’età classica mai si è congedata, accennando tra  pietre e valli riarse il suolo della celebre via lattea.

                                                               

[1] Donne che segnavano il malocchio o toglievano fatture a morte.

[2] Monacello, spirito di un bambino al quale se tolto il cappello ti indica il tesoro. In realtà è una sorta di lare, uno spirito buono narrato anche da Carlo Levi nel suo libro e che cambia a seconda della leggenda da zona a zona della Basilicata.

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