Intervista | Fanno dei giri immensi – chiacchierata con Angelo Calvisi su letteratura, vita, ecc.

Aggiornato il: mar 10

Avevo una mezza idea di continuare ancora questa chiacchierata con Angelo Calvisi, ma non credo che saremmo andati molto più lontano di così. Quando mi ha proposto di recensire 'Fanno dei giri immensi e poi ritornano' ho capito subito che non avrei potuto farlo. Il libro, il romanzo se così vogliamo chiamarlo, attinge a un mondo, quello delle canzonette, che per motivi generazionali e personali non potrebbe essermi più distante. Pertanto, una recensione sarebbe stata incompleta – l'intervista mi sembrava meglio. Il libro è il punto di partenza: è estremamente interessante soprattutto perché non resta come una provocazione, ma di fatto prova a creare un altro codice narrativo, una forma nuova che, tutto sommato, funziona. La storia, infatti, pur nella sua semplicità, è più curata di quella di molti romanzi contemporanei che mi trovo a dover leggere, e che hanno pretese ben più consistenti. Ne parliamo in quest'intervista, in cui poi passiamo alla letteratura in generale.



Il romanzo non ha la punteggiatura e l’ispirazione è musicale, ma il modello della canzone è un rimando a una dimensione performativa del testo, una provocazione, o il tentativo di costruire un’apertura nella narrazione tramite la sottrazione di ogni indicatore interpretativo – una proposta quindi per una forma nuova di narrazione?


Fanno dei giri immensi è stato scritto a metà degli anni ‘90. In quel periodo collaboravo con un gruppo che faceva capo alla rivista Altri Luoghi, uscita per qualche tempo a Genova e che radunava scrittori come Marco Berisso, Guido Caserza, Massimo Drago, Marcello Frixione, Paolo Gentiluomo e altri. In quella esperienza la dimensione performativa da te evocata era molto importante, perché i nostri testi (perlopiù poetici) venivano esportati in giro per l'Italia attraverso letture pubbliche in cui non mancavano neppure aspetti propriamente coreografici. Il romanzo, quindi, è stato scritto dentro quel mood e da esso è stato influenzato. E d'altra parte anche il gusto della provocazione mi sembra una componente che possa essere accostata al mio libretto. Ho scritto spesso cose provocatorie dal punto di vista tematico, pensa a Genesi 3.0, pubblicato l'anno scorso da Neo, ma in questo caso la provocazione è soprattutto stilistica, ed è implicita la polemica nei confronti delle scritture tutte uguali, indistinguibili, di molta parte della nostra letteratura. Non so se posso permettermi di proporre una nuova forma di narrazione, non credo di averne l'autorevolezza e la grancassa. Posso però dire che sono cresciuto con Sanguineti, Celati, Malerba, Balestrini… Insomma, il realismo, lo psicologismo, la storia dove ogni cerchio si chiude perfettamente, l’idolatria nei confronti della trama sono tutte componenti che, come scrittore, non mi interessano granché. Mi affascina maggiormente la sperimentazione linguistica e strutturale, i personaggi stralunati e pascolanti (per usare un termine caro a Gianni Celati) e le storie aperte, spiazzanti. Mi pare che, in quest’ottica, Fanno dei giri immensi sia rispettoso del mio programma.


L’antecedente subito evocato sembrava essere Joyce, eppure qui il linguaggio non è tanto artificioso nella tensione di ricostruzione dell’orale – un orale comunque posticcio – o del flusso cogitabondo – risulta quasi non-artificioso, risulta estremamente fluido, tanto da far credere che si debba tornare ancora indietro, a un’idea quasi ancestrale, quella che vedeva la letteratura come traccia del racconto performato a voce dagli aedi. Come ti rapporti col mito?


Credo che Fanno dei giri immensi possa prestarsi a una lettura pubblica (a voce alta, intendo) e dunque mi pare che tu, parlando dell’attività degli antichi aedi, abbia colto un aspetto condivisibile. Così come è condivisibile stabilire dei distinguo relativamente al modello joyciano. Non solo per la sua inarrivabilità, quanto perché la mia lingua vuole accordarsi su un registro basso del tutto deletteraturizzato, se esiste il termine, e nel contempo assai distante dalla ricostruzione dell’orale, come tu stesso hai detto. Per quanto riguardo il mito, be’: il mio rapporto con esso è il rapporto di un essere umano nato nel 1967, e quindi di qualcuno che ha assistito più che altro al crollo dei miti. La nostra generazione, infatti, non ha conosciuto il ’68 ed era fanciulla nel ’77. Non ha partecipato al dibattito sull’Autonomia e ha memorie vaghe degli Anni di Piombo. Ha accettato senza battere ciglio la grande narrazione (la grande minchiata) del crollo delle ideologie e quindi è come se avesse passato la mano di fronte alla Storia. Ci hai fatto caso? In Italia non ci sono grandi politici della mia età (non ci sono grandi politici in generale, ma i cinquantenni sono proprio dei desaparecidos), non ci sono grandi intellettuali… La mia è una generazione di onanisti compulsivi, gente che si pasticciava ogni sera dalle 20.30 alle 1.30 guardando Colpo Grosso e Drive In… Su che cosa si è polarizzata l’aspirazione della nostra comunità? Sui calciatori? Anche. Sugli autori di canzonette? Certo. In questo senso si potrebbe dire che Fanno dei giri immensi sia un libro che, oltre a mettere una pietra tombale sul postmodernismo (mi riferisco alla insistita tecnica del collage “canzonettistico” che lo contraddistingue), affondi davvero le sue radici nel mito impoverito di questi tempi miserabili.


Ciò è molto interessante. Mi sembri in disaccordo con l'idea che la storia sia finita, che il romanzo sia finito con lei – in questo senso però, rapportandoti al degradato mito-di-questi-tempi, la canzone, e contestandola, non la stai in qualche modo legittimando?


Non parlerei di legittimazione. Come dicevo, ho scritto il romanzo ben più di venti anni fa e devo confessare che, al di là dell’interesse che ho sempre avuto per la musica leggera, non ricordo l’urgenza da cui ero mosso. Di certo, però, consideravo questa operazione come uno sberleffo alla narrativa di consumo che imperava allora e che imperversa tuttora. Nel rileggere le bozze, prima della pubblicazione, mi è sembrato anche di cogliere qualcosa di parodistico. La parodia di una lingua, quella delle canzonette; la parodia di un mediumla musica popolaree dei suoi idolatrati protagonisti; la parodia del tema amoroso, virato su un rosa che più rosa non si può. Per quanto riguarda la fine della Storia e del romanzo, non saprei rispondere. Tenderei a pensare che non siamo alla fine di un bel niente. Al limite, stiamo attraversando un lungo momento di transizione.


Si tratta di un testo non-finito? L’assenza di uno degli elementi fondamentali dello scritto è da intendersi come un declassamento dell’autore, una sua rinuncia a completare il testo, abdicando in favore del lettore?


Nella maniera più assoluta, sì. Non esiste altra possibilità, oggi, che scrivere in prima persona. E qui la prima persona è moltiplicata per quattro. Già in questo io vedo un’eclissi dell’autore. Non solo. Nel caso di Fanno dei giri immensi è il lettore che sceglie come leggere il libro. Seguire la storia? Farsi stordire dall’impianto citazionistico? Al limite uno può leggerlo come un gioco a premi: indovina la citazione del brano che hai estratto a caso. Oppure come un libro di poesie. Apri a metà il volumetto e vedi se c’è qualcosa che fa al caso tuo. E poi è un testo non-finito anche come trama, visto che, ancora una volta, tutte le vicende dei quattro personaggi rimangono sostanzialmente aperte.


Ma la versatilità del libro, la stessa che soggiaceva a Rayuela (e altri), è un topos concettuale e uno strumento narratologico del postmodernismo, che mi sembrava esecrassi.


Postmodernismo vuol dire un sacco di cose. Il tratto che accomuna le varie declinazioni di questo termine mi pare sia la consapevolezza di essere arrivati a un punto di svolta, o meglio ancora a un punto di non ritorno. Quando prima parlavo di pietre tombali non volevo esprimere fastidio nei confronti di questa corrente di pensiero, ma intendevo dire che il collage con cui ho composto Fanno dei giri immensi ha portato alle estreme conseguenze un discorso che avevo già cominciato con Il principe di Persia (un mio libro del 2009 che da qui al 2021 dovrebbe essere ristampato), e quindi quel tipo di sperimentazione e quel tipo di esperienza è da considerare esaurita proprio a livello personale. Da questa prospettiva, quindi, non c’è esecrazione. Semmai un’attenzione partecipe verso tutto quello che si propone di smuovere le acque. C’è chi, come gli autori del progetto TINA promosso da Meschiari, si sofferma sulle nuove tematiche che necessariamente dovranno essere affrontate da una letteratura che voglia stare al passo con i tempi. Su un versante anche dialetticamente e forse politicamente opposto ci sono Gli Imperdonabili di Giulio Milani, che hanno da poco stilato un decalogo per una narrativa di qualità, qualunque cosa si voglia significare con questa espressione. Sono iniziative che mi incuriosiscono e che da qualche parte arriveranno. Per quanto mi riguarda, sono fedele a un adagio di più di cinquant’anni fa, coniato da quel gran genio di Edoardo Sanguineti: dimmi come parli e ti dirò chi sei. È sempre una questione di stile, a mio avviso. Di stile e di lingua. Ed è curioso che di lingua egemone si parli, per esempio, in sociologia e non se ne parli più (o se ne parli meno) in ambito letterario…


Naturalmente, si sarà capito, apprezzo molto il fatto che questo testo sia sfuggente, non convenzionale – non che questa ovviamente sia una cosa intrinsecamente positiva: non tutti gli sperimentalismi hanno qualcosa da proporre – e quindi ti chiedo: pensi che i tempi siano maturi perché il romanzo esca dal romanzo? Il turbocapitalismo che prevede un continuo e incessante scambio di dati finirà per frustrare le lungaggini dell’industria letteraria fino a costringerla a recuperare quell’immanenza della performance che del turbocapitalismo è l’unico antidoto? Si tornerà cioè alla lettura collettiva, ai poemi in ottave?


Non so se arriveremo all’esplosione di un romanzo veicolato oralmente così come siamo arrivati all’esplosione della moda (mi dispiace chiamarla così, ma un aspetto modaiolo confesso di vedercelo) del poetry slam. Se penso a una dimensione collettiva mi vengono più che altro in mente esperimenti di scrittura, mi riferisco all’esperienza della SIC organizzata da Santoni e al progetto TINA, a cui ho già accennato. Tuttavia, sul versante dello sperimentalismo vero e proprio, mi sembra al contrario che - almeno in Italia - i tempi siano maturi per una certa qual riesumazione del grande romanzo ottocentesco, senza peraltro avere, di quell’epoca, il tessuto storico-sociale e la maestosità delle penne. Al rito necrofilo partecipano in tanti, quasi tutti. Critici, autori, editori indipendenti e non. Insieme a ranghi compatti. È il mercato che lo chiede. Storie solide, trama realistica e personaggi classicamente definiti nel migliore dei casi. L’altra faccia della medaglia è l’abominevole psicologismo, lo scimmiottamento reciproco, l’assenza di inventiva. A me dispiace che tra i maestri delle nuove generazioni non ci siano i nomi che facevo prima, mi riferisco agli scrittori delle avanguardie degli anni ’60. Secondo me con questo ritorno all’ordine perdiamo qualcosa e specialmente non siamo, come dire, aderenti al tempo che viviamo, non lo rappresentiamo. Insomma: l’autore ha abdicato all’intrattenimento, niente di male, per carità, ma io credo che il compito della letteratura sia diverso. Quello di cambiare la società? Forse. Di sicuro discuterla, metterla alla berlina, soprattutto attraverso la critica ai suoi cliché e agli appiattimenti a cui veniamo quotidianamente costretti.


Ma il ritorno all'ordine non può essere interpretato come la conseguenza del fallimento di coloro che invece l'ordine volevano abbatterlo/cambiarlo? Se il mercato ha vinto, qualcuno deve aver perso...


Messa così la risposta è scontata. Illuso e perdente è chi pensava che con la letteratura si potesse sovvertire il mondo. Però chissà, forse siamo solo alla fine del primo tempo. La storia, anche quella della letteratura, è piena di giravolte e ciò che oggi troviamo sugli altari troveremo domani nella polvere. E poi l’importante è uscire dal campo con la maglia sudata, no?




Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità, la frequenza dei post non è prestabilita e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale o una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 07/03/2001. Tutti i diritti sono riservati – barbaricoyawp.com; la redazione di YAWP prima di pubblicare foto, video o testi ricavati da Internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti d'autori o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso di materiale riservato, scriveteci a yawp@outlook.it e provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.