• Antonio Merola

Intervista / Interview | Peter Robinson

Aggiornato il: mar 21


© photo by Nadja Guggi

Peter Robinson era già apparso su Yawp Poesia per via di una nota di lettura che aveva scritto appositamente in Italiano per Tom Phillips. La sua è una vita randagia: nato in Inghilerra, si sposta prima in Italia e poi in Giappone. Quando gli chiedo come convivono nella sua scrittura tre case diverse, Robinson mi risponde: «Con difficoltà: cioè come un amore non corrisposto, o un equivoco, o un’ambivalenza materna […] un lungo tentativo di sentirmi a casa nel mondo – che significa, ovviamente, avere una conoscenza dei tanti modi in cui ci si può sentire non a casa». Qui da noi per ora è conosciuto grazie alla traduzione di un unico libro, da cui ha preso spunto grande parte della nostra intervista: L'attaccapanni (Moretti & Vitali, 2004). Robinson in realtà è però attivissimo nella poesia anglosassone da molto tempo e ha fatto molto anche per la nostra, di poesia. Conosce dal vivo Vittorio Sereni, ne rimane folgorato e decide di tradurlo: «Marcus Perryman, si era trasferito da Milano a Verona, dove era anche la sede della Plain Wrapper Press, che aveva pubblicato la prima edizione di Stella variabile. Quell’anno Marcus ed io ci siamo dilettati a tradurre una piccola scelta di poesie dall’Allegria di Ungaretti da usare come regalo per i clienti della casa editrice, e abbiamo detto al suo direttore che avevamo tradotto anche qualche poesia di Sereni. Richard Gabriel Rummonds ci organizzò un incontro a Verona, e poi un anno dopo eravamo di nuovo insieme a Segrate, presso gli uffici della Mondadori nella campagna fuori Milano per discutere le nostri versioni». Sarà lo stesso Sereni a presentargli poi Maurizio Cucchi e tramite Cucchi Robinson legge le copie dell'Almanacco dello Specchio. La sua è una poesia però che ci racconta anche del profondo equivoco che sono le lingue, come in questo passaggio: «“Buon lavoro!” non significa “Good Work!”/ neppure “friendly”, “amichevolmente”». Durante l'intervista saranno citate altre poesie e forse per comprendere a fondo quanto Robinson ci dice, sarebbe necessario avere una copia de L'attaccapanni tra le mani. In un primo momento, avevamo deciso di chiudere con una selezione, quando Robinson ci ha stupiti proponendoci al contrario una selezione dal suo nuovo libro: Ravishing Europa (Worple Press, 2019) tradotte per noi da Robinson stesso con l'aiuto della moglie italiana Ornella Trevisan e di Anna Saroldi (Oxford). Peter Robinson è nato a Salford nel nord-ovest dell’Inghilterra nel 1953. Ha studiato alle Università di York e Cambridge. Durante gli anni Settanta si è occupato della redazione di due riviste, Perfect Bound e Numbers, e di vari festival di poesia. A partire dal 1975 ha cominciato a visitare l’Italia, dove ha soggiornato ripetutamente. Ha tradotto poesie di Sereni, Fortini, Pozzi, Erba e molti altri. È sposato con Ornella Trevisan, una parmigiana, dal 1995; hanno due figlie. Dal 1989 al 2007 ha lavorato in Giappone come docente di lingua e letteratura. Adesso è professore di letteratura inglese e americana all’Università di Reading (UK). Autore di svariati libri di poesia, critica letteraria, aforismi, racconti, romanzi e traduzioni, ha ricevuto i premi Cheltenham per le sue poesie e il John Florio per delle traduzioni dall’Italiano, oltre a due raccomandazioni del Poetry Book Society.

____________ YAWP: “Com’era la Liverpool degli anni Cinquanta e Sessanta in cui sei cresciuto?” PETER ROBINSON: “Ho vissuto la città e il porto di Liverpool attraverso la lente di Bootle e Garston, quartieri poveri vicino alle darsene, in cui mio padre era un prete anglicano. Durante la seconda guerra mondiale erano stati pesantemente bombardati dalla Luftwaffe e quando ero bambino mostravano ancora tanti segni visibili: una chiesa senza tetto rimasta come un simbolo, tante zone bombardate fra le strade dove una fabbrica o delle case erano state distrutte. A Bootle dal 1956 al 1962 ho vissuto la città durante il primo periodo dei Beatles e di altri complessi del Merseysound, quando ancora erano quasi completamente sconosciuti, mentre invece abitavamo a Garston dal 1967 al 1971 proprio nel momento in cui sono uscite Penny Lane e Strawberry Field. Queste canzoni occupano un posto particolare nella mia vita sentimentale di teenager; per me era di grande stimolo sentire come questi miei concittadini avevano trasformato quei “blue suburban skies” in musica e lirica. Era sicuramente uno spunto verso una poesia mia da venire sulla quotidianità trasformata”.

YAWP: “Scrive Paolo Lagazzi (in L'attaccapanni e altre poesie, Moretti e Vitali, 2014), a proposito di quegli anni di forte crisi economica e non: «L’esilio del giovane Joyce in Italia sembrava un’indicazione per il futuro. Pure il musicista Simon Rattle, in classe con Robinson al Liverpool College, sarebbe partito; oggi è direttore d’orchestra alla Filarmonica di Berlino. A un certo punto anche Robinson “è dovuto” partire». Dov'è che sei andato poi?” PETER ROBINSON: Simon Rattle è da poco tornato in Inghilterra anche lui. Io, invece, sono andato prima all’Università di York, poi ho passato un anno di pausa dagli studi lavorando a Londra, e infine ho iniziato un dottorato a Cambridge. Tutta la mia vita, fino ad oggi, è stata vissuta lontano da Liverpool; recentemente mi sono reso conto d’aver percorso proprio la sequenza dei punti cardinali: prima mi sono diretto da Nord a Sud del paese, poi verso Est per andare in Giappone, e alla fine sono tornato in Europa, a Ovest, per abitare a Reading. Però mia mamma abita ancora nella casa dove i miei genitori si sono stabiliti al momento di andare in pensione, e tuttora le faccio visita alcune volte all’anno nella città in cui mi sento di casa”. Y: “È vero che sei arrivato in Italia con lo scopo di studiare l'interesse di Ezra Pound per il Rinascimento? Paolo Lagazzi scrive che, a un certo punto, hai finito con il «perdere la pazienza» e l'interesse verso il poeta americano. Che cosa è successo?” PR: “Sì. Con Ezra Pound c’erano due problemi per me che avevo ventidue anni: il primo era che per scrivere una tesi di dottorato, prima di iniziare a commentare la poesia, sarebbe stato necessario spiegare a lungo la prosa polemica e tutti gli errori fattuali e di interpretazione contenuti nei Cantos e il secondo era come assorbire (dato che era impossibile ignorarle) le sue illusioni verso la politica, la speranza che Mussolini potesse trasformare l’economia, come pure la moneta italiana, secondo le teorie di C. H. Douglas – per non menzionarne un terzo, il suo antisemitismo. Allora ho deciso di scrivere una tesi sull’opera di poeti inglesi contemporanei: Donald Davie, Roy Fisher, Philip Larkin, e Charles Tomlinson”. Y: “Qui in Italia hai incontrato però anche Vittorio Sereni, per due volte. Ti andrebbe di raccontarci come è successo?” PR: È stata la combinazione di due circostanze fortunate. Nel 1979 avevo ricevuto la traduzione della poesia di Franco Fortini con l’epigramma dove si parla di «due destini» in riferimento a Sereni, e quindi mi interessava scoprire chi fosse quest’altro poeta. Nello stesso tempo un mio amico, Marcus Perryman, si era trasferito da Milano a Verona, dove era anche la sede della Plain Wrapper Press, che aveva pubblicato la prima edizione di Stella variabile. Quell’anno Marcus ed io ci siamo dilettati a tradurre una piccola scelta di poesie dall’Allegria di Ungaretti da usare come regalo per i clienti della casa editrice, e abbiamo detto al suo direttore che avevamo tradotto anche qualche poesia di Sereni. Richard Gabriel Rummonds ci organizzò un incontro a Verona, e poi un anno dopo eravamo di nuovo insieme a Segrate, presso gli uffici della Mondadori nella campagna fuori Milano per discutere le nostri versioni. Sereni era sempre molto gentile e disponibile nonostante ci sentissimo molto giovani e magari anche piuttosto ignoranti”. Y: “E Sereni è finito per diventare un tuo maestro?” PR: Più di un maestro, è diventato un’entrata e una guida alla poesia italiana contemporanea di quei giorni. Per capire L’alibi e il beneficio era necessario sapere chi è questo Erba citato, per esempio; la stessa cosa si puo dire per Saba, la poesia omonima, che si riferisce naturalmente all’autore di Trieste e una donna. Per tradurre 6 dicembre era essenziale leggere Antonia Pozzi e capire i legami fra lei e Sereni, e così per tanti altri, incluso Bertolucci, il poeta di Parma, o Bertolani, il poeta di La Serra di cui avevo sentito parlare in una poesia di Charles Tomlinson dal titolo Up at La Serra. Non solo: nei primi anni ’80, quando mi ero stabilito a Londra, Sereni mi spedì una copia della prima edizione del Musicante di Saint Merry – quindi è interamente grazie a Sereni che ho cominciato a capire qualcosa della vita e del lavoro di René Char. A Segrate mi presentò Maurizio Cucchi e i suoi primi due libri, e anche copie dell’Almanacco dello Specchio, tutti inviti ad approfondire la mia conoscenza della lingua e della poesia”. Y: “Poi, sei finito anche in Giappone, fino al punto che, come segnala ancora Paolo Lagazzi citando un tuo testo introvabile: Nella nota per Anywhere You Like (2000), una plaquette fuori commercio pubblicata in Giappone, Robinson ha confidato: «Durante il periodo in cui queste poesie sono state scritte, mi sono abituato all’idea che ora abito in tre diversi luoghi: il Giappone, dove lavoro; l’Italia, dove vive la famiglia di mia moglie; e l’Inghilterra, dove sono nato. Ovviamente, questo è più uno stato mentale che un fatto materiale; ma è una condizione che i nuovi mezzi di comunicazione e la relativa facilità dei viaggi a lunga distanza hanno reso naturale. Questi tre paesi, con cui sono direttamente coinvolto, hanno lingue e culture molto diverse» Come convivono nella tua scrittura tre case diverse?” PR: “Con difficoltà: cioè come un amore non corrisposto, o un equivoco, o un’ambivalenza materna. Mi piace la vita di tutti i giorni in Italia, ma anche se ho dei grandi amici nel paese, mi sento sempre uno straniero; e quando la lascio e parto per l’Inghilterra o altrove mi sento come un amante che abbandona un amore – una mal-aimée, come dicono i francesi. Il Giappone dal 1989 al 2007 era come una mamma buona e allo stesso tempo cattiva: oscillavo fra amore e odio, e ovviamente non potevo sfuggire dall’Inghiterra neppure quando ne ero fuori. La poesia che ho scritto [che dà il titolo alla raccolta, n.d.r.] può essere letta come un lungo tentativo di sentirmi a casa nel mondo – che significa, ovviamente, avere una conoscenza dei tanti modi in cui ci si può sentire non a casa. Ma queste tensioni fra le tre diverse case, e i miei legami con loro, sono state un pozzo d’ispirazione quasi senza fondo, e continuano ad essere tali, anche se adesso il loro peso è meno straziante”. Y: “Te lo chiedo anche perché ne L'attaccapanni uno dei focus principali è proprio il problema del linguaggio. A partire da: «tradurre distanze/ nella lingua abortita che parliamo» (da Variazioni di Via Sauro), fino a passi che preferisco citare per intero come: Ma il tempo non basta mai, il tempo per imparare a dire quel che intendiamo: “Buon lavoro!” non significa “Good Work!” neppure “friendly”, “amichevolmente” [….] (da Traduzioni infedeli) io e te, come soldati mercenari che ammassano ragioni per tornare a casa, eravamo senza difese contro nostalgìe accumulate con le nuvole su qualche orizzonte chiuso, sapendo anche troppo bene che una bottiglia di vino non è l’Italia né uno straniero che parli la tua lingua, casa, e il suono fatto dal caffè gorgogliante su nella caffettiera non è meglio di una breve poesia tradotta — anche se a memoria l’ho imparata. (da Italia a Sendai) O ancora qui, dove ti riferisci al Giappone: Di tutti i matrimoni esogami che ci cambiano, ho pensato al nostro — a come un amore ha attirato me verso, ma ha ritirato lei via da quelle parole, parole che ora usiamo per descrivere coppie di castoro che mordono le sbarre, pecore Suffolk che liricamente belano e che la donna allo zoo di Yagiyama diceva non volendo dimenticare il dialetto della sua tribù. (da Incontro invernale allo zoo) È come se l’essere umano non possa incontrarsi e capirsi davvero al di fuori del linguaggio e quindi, in qualche modo, come se non possa incontrarsi mai. Che ruolo ha allora la poesia in tutto questo?” PR: Per me ci potrebbero essere due diverse idee di “incontrarsi e capirsi” in questa domanda. Fuori dal linguaggio, anche se sempre con il suo aiuto, io mi sento presente in vita: ho delle sensazioni come, per esempio, i piccoli dolori fisici, e ho l’evidenza dei miei sensi tutt’intorno… ma questa esperienza è inevitabilmente evanescente. Per capire ciò o dargli un senso, l’arte e la poesia devono fissare (che significa “incontrare e capire”) momenti dal flusso della vita; però naturalmente questi momenti catturati in una poesia, immediatamente diventano una non-vita. Così si può pensare ad un dualismo estremo in cui sembra che “non ci si possa incontrare mai.” “... Però è anche possibile accettare questa mancanza d’incontro ideale come una dialettica dinamica che produce incontri parziali e temporanei; insomma, spunti per esperienze future di vita e arte. Dunque potremmo praticare un’arte non come una caccia alla ricerca di me stesso definitivo, ma un invito attraverso la poesia a lavorare, incontrare, cambiare – un invito non solo a me stesso ma anche agli altri”. Y: “E se a superare l'ostacolo delle differenze linguistiche fosse invece l’empatìa tra gli esseri umani? Per esempio, nella traduzione in italiano di molte tue poesie, comprese quelle inedite proposte qui sotto, hai ricevuto l'aiuto di tua moglie, italiana nata a Parma: Ornella Trevisan. A dispetto della professionalità di entrambi, quando lavorate insieme a una traduzione, non entra in gioco anche una sinergìa tale da aggirare il detto linguistico?” PR: “Ho ricevuto un aiuto importante con questi inediti sotto anche da Anna Saroldi, una studentessa di letteratura e traduzione a Oxford, che ha scritto un bel saggio su L’attaccapanni e sul mio quaderno di traduzioni The Great Friend and Other Poems. Devo dire che il lavoro di auto-traduzione in una seconda lingua dove ho sempre carenza di parole e limitata capacità grammaticale e sintattica, era e continua a essere un calvario di varianti, approssimazioni, errori di interpretazione – dell’inglese naturalmente, ma anche, nel mio caso, dell’italiano che ho provato a comporre. Sereni mi disse in un ascensore a Segrate che per essere poeta è soprattutto necessaria la pazienza, e per un’auto-traduzione la situazione potrebb’essere considerata anche peggio. Non è detto che nel tradurre un brano o nel controllare una traduzione insieme, non abbiamo mai perso la pazienza l’uno con l’altra. Ma probabilmente quando troviamo una soluzione per una frase o un verso difficile è come se fossimo vicino a quella sinergia, a un modo unico di essere insieme con l’altro; ma, ripeto, sempre con la presenza di emozioni complesse e, ogni tanto, contraddittorie”. YAWP: “Una delle tue migliori poesie, titola: «Not yet out of the wood». In che cosa consiste «la selva» contemporanea?” PR:Grazie per la domanda. Rileggendo quella poesia, mi viene ancora in mente quanto il testo sembri una tessitura di allusioni (da Keats, Mallarmé, Sereni, Larkin, Caproni, W. S. Graham ed altri) e quanto sia anche difficile: per esempio la parola «here» (qui) si può riferire alla pagina, alla poesia, al testo stesso, o al giardino in inverno, evocato con «dirty snow», che potrebbe rappresentare anche una pagina bianca con tracce di testo stampato. L’ho scritta alla fine degli anni ottanta – quando l’idea di avere una vita in poesia era messa alla prova dalla difficoltà di avere uno stipendio sicuro. Ecco perchè si legge «financially embarrassed» verso la fine. Quindi in quella lirica la selva è un mondo in cui è diventato sempre più difficile avere una vita sentimentale, un collegamento all’arte della poesia, e un modo per finanziare una famiglia. I versi esprimono questa situazione di essere come smarrito – e per me in quell momento pure smaritato – nella selva oscura di Dante. Non penso che difficoltà come queste per la gioventù di oggi siano cambiate tanto – anzi, probabilmente sono peggiorate”. Y: “E la grande immagine di umanità de L'attaccapanni è un modo di contrastarla?”

PR: “Inevitabilmente. Come minimo l’arte della poesia è un modo per rifare episodi o occasioni in altri termini, termini che (come quelle allusioni in Not Yet Out of the Wood) indicano una densità di possibilità, una maniera per scoprire le profondità e capire gli scopi della vita. Ma naturalmente è anche un mezzo per criticare la politica e creare qualcosa in contrasto al suo linguaggio che è diventato sempre più una lingua bugiarda. Da molti anni penso che una poesia possa essere un atto di riparazione, o un’emblema di riparazione; allo stesso tempo ho dubbi sulla capacità della poesia di trasformare in bene un’esperienza di male, ma c’è sempre lo spunto per tentarlo. Dobbiamo sempre sperare per il meglio… Poesie estratte da Ravishing Europa (Worple Press, 2019) BELONGINGS Les jours s’en vont je demeure Guillaume Apollinaire Staying in Europe, as you do, now on a train from Milan we happen upon two Belgian girls with strawberries, a ball of wool and a copy of Apollinaire’s Alcools (one quotes ‘Le pont Mirabeau’); two teenage girls off to see the world, they’re going as far as Istanbul. So when our train makes Parma station, we’re wishing them a ‘Bonnes vacances!’ and they reply, ‘You too!’ Staying in Europe a week or two, we’re entranced by reddish leaves when candy-floss blossoms envelope this area’s fragrant airs and there’s even a duck on the foul- smelling flow of its old canal, a lesser celandine amidst the dandelions and daisies, their meadow a greener green – as if the in-two-minds of Europe were fighting it out through you. For despite the many money calculations, scare-mongering or true, what’s true is we belong among these homes (the popular housing of post-war years) beyond a confetti of magnolia petals scattered over mossy lawns while some still cling to their garden boughs in different or indifferent times… and staying in Europe, as we intend to do. 3 April 2016 APPARTENENZE Les jours s’en vont je demeure Guillaume Apollinaire Stando in Europa, come si suole, ora su un treno da Milano ci imbattiamo in due ragazze belghe con fragole, un gomitolo di lana e una copia degli Alcools di Apollinaire (una cita ‘Le pont Mirabeau’); due ragazze in giro per vedere il mondo, in viaggio fino a Istanbul. Poi quando il treno arriva a Parma, auguriamo loro un «Bonnes vacances!» e in risposta fanno «You too!» Stando in Europa una settimana o due, siamo rapiti dalle foglie rossastre quando boccioli di zucchero filato avvolgono l’aria profumata di qui e c’è anche un’anatra nel flusso fetido del vecchio canale, una celidonia minore tra soffioni e margherite, il loro prato d’un verde più verde – come se la mente divisa dell’Europa fosse in rissa con se stessa dentro te. Perché nonostante i mille calcoli di soldi, allarmisti o meno, la verità è che il nostro posto è tra queste case (le case popolari del dopoguerra) oltre i petali di magnolia a pioggia sparpagliati sull’erba muschiosa mentre alcuni rimangono appesi ai rami in tempi diversi o indifferenti… per restare in Europa, come intendiamo fare. 3 aprile 2016 * VIOLATED LANDSCAPE From heights at Portovenere by Byron’s grotto where the bay opens out towards Lerici, there in spray-gunned, cursive script, white, on a high metallic screen paesaggio violentato were the words and, finally, it dawned on me what they couldn’t help but mean: the screen concealed a real eyesore in the shape of a Liberty-style hotel, its khaki-coloured plasterwork flaking off the raw brick courses; shutters half closed on dust-plumed suites, the whole thing sheathed in scaffolding as for WORKS IN PROGRESS but rusted from the salt sea air… It’s been here thirty, forty years. Whatever the graffiti-poet meant subtitling this rapturous view seen again on a fine spring day, those breezes filled yacht-racing sails under the Apuan and Apennine chains. Cloud convoys rose above their snow. And we were as carried away by it too. PAESAGGIO VIOLENTATO Da in alto a Portovenere presso la grotta Byron dove la baia si apre in direzione di Lerici, in una scritta bianca spruzzata, lì su uno schermo metallico le parole erano paesaggio violentato e finalmente mi sono reso conto di cosa dovessero significare: lo schermo celava un vero pugno nell’occhio sotto forma di un albergo stile Liberty, il suo intonaco kaki sfaldato dai grezzi muri di mattoni; imposte socchiuse di camere impolverate, e tutto foderato da un’impalcatura come per LAVORI IN CORSO ma arrugginita dall’aria marina salata… È qui da trenta, quarant’anni. Qualsiasi cosa il graffitaro-poeta volesse dire coi sottotitoli a questa scena estasiante rivista un bel giorno di primavera, quelle brezze gonfiavano le vele da regata sotto le catene Appennine e le Apuane. Sopra la loro neve salivano convogli di nubi. E ne eravamo rapiti anche noi.


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RAVISHING EUROPA for O After staying up, oh, far too late for a televised debate and sickened at the bickering, I’m reminded of Europa by some more mendacious bullshit – then gone to bed, succumb again to sorry memories… They bring back lying with the victim of a far-off rape, a ravishing, like the ones depicted in occidental summer twilight on its sunset lands. Still now you haver round our bedroom; me, I’m undecided whether it had been an act of love or violence provided the very idea, to try the patience of Europa, send her home… But oh, deciding for us despite the Cretan myths, the liars, here you are beside me – and I can only hope it’s like we’re in the arms of Europe with Europe in my arms. May 2016 IL RAPIMENTO DI EUROPA per O Rimasto sveglio, oh, troppo tardi per un dibattito in TV e disgustato dal battibecco, le stronzate bugiarde mi ricordano Europa – poi andato a letto cedo ancora a memorie tristi… Mi riportano a essere sdraiato con la vittima di uno stupro lontano, un ratto, come quelli dipinti in crepuscoli estivi d’occidente sulle terre del tramonto. Eppure ora titubante tu vaghi per la camera; e io sono indeciso se sia stato un atto d’amore o di violenza ad aver procurato l’idea stessa, di testare la pazienza d’Europa, spedire lei a casa… Ma oh, a decidere per noi nonostante i miti Cretesi, i mentitori, eccoti accanto a me – e posso solo sperare come se fossimo abbracciati dall’Europa con Europa nelle mie braccia. Maggio 2016 * BALKAN TRILOGY in memory of Geoffrey Hill prega per l’Europa Vittorio Sereni 1. PASSPORT STAMPS There’s something about those rock outcrops along the tops above Dubrovnik, bloodied, fallen oranges in the moat round what was Ragusa – something about a switchback mountain road that leads inland (mist rising from a reservoir lake after temperature-changing rain; bridge pillars emerging from it as if from out of nowhere) – something about an exclamation-mark road sign when we cross more Dayton borders and the words switch back and forth between Roman and Cyrillic – there’s something can’t but point towards past damage, harms to come… 2. NIKŠIĆ HOTEL Like a convalescent from this month of claim and counter-claim, I falter coming down to breakfast, seeing as the same worn carpet would soon alter when overwhelmed by risen shame I find no shelter from the Montenegrin sun’s heat, or from casting blame in a welter of muffled shouts, disorientation, hearing news that wrecks it – plain omelette, bread and tea become tasteless as the one word nation… Not knowing where to turn for home, I return to my room through the door marked: EXIT. 3. HERCEG NOVI As at a bereavement, when those harms from your loss are falling into place with relief like some more evening breeze, under the prom’s transplanted palms beside seafront concessions there come, among raucous darts of starlings at dusk above the old town’s eaves, sensible inward migrations… so from a balcony, soon after sunrise, no less at home, you see spectral headlands jut into isolated sea and can hardly believe your eyes. June 2016 TRILOGIA BALCANICA alla memoria di Geoffrey Hill prega per l’Europa Vittorio Sereni 1. TIMBRI A PASSAPORTI

C’è qualcosa in quegli speroni rocciosi sulle alture sopra Dubrovnik, sanguinose arance cadute nel fossato intorno a quel che era Ragusa – qualcosa in una strada di montagna a tornanti che conduce all’interno (bruma si leva da un bacino idrico dopo la pioggia che ha cambiato la temperatura; colonne d’un ponte ne emergono come se fuori dal nulla) – qualcosa in un segnale di pericolo quando attraversiamo ancora delle frontiere Dayton e le parole vanno avanti e indietro tra romano e cirillico – c’è qualcosa, non può che indicare il male passato, i danni a venire… 2. NIKŠIĆ HOTEL Come un convalescente dopo questo mese di accuse e contro-accuse, vacillo scendendo a colazione, vedendo come lo stesso tappeto consumato presto sarebbe cambiato quando sconvolto di vergogna risorta non trovo alcun rifugio dal calore del sole Montenegrino, o dall’incolpare in un groviglio di gridi sordi, disorientamento, ascoltando le notizie che la rovinano – semplice frittata, pane e tè diventati insapore come la parola nazione… Non sapendo dove voltare verso casa, torno in camera dalla porta che indica: EXIT. 3. HERCEG NOVI Come in un lutto, mentre quei danni dalla tua perdita trovano un certo assetto con sollievo per la brezza serale, sotto le palme trapiantate del passeggio vicino a chioschi sul lido ecco, tra frecce rauche di storni al tramonto sopra le grondaie della città vecchia, sensibili migrazioni all’interno… Così da un balcone, poco dopo l’alba, non meno a casa, tu vedi promontori spettrali che sporgono nel mare isolato e quasi non puoi credere ai tuoi occhi. Giugno 2016 * SAUDADES DA EUROPA after Antonio Tabucchi 1 Sweet-sorrowful memories of someone dear: you find them come in waves to a cliff-edge where the sea-swell purls… We’re queuing down steps at Riomaggiore onto its short pier. A ferryboat’s balancing the mobile gangway, and while it disembarks I hear voices of all over Europe heading, perhaps, for the Via dell’Amore; exclamatory murmurs, they climb up past us – us waiting on our embarkation to meet, imagine, Cytherea. 2 Sadness produced by the absence of loved objects: as when the ravishing sun’s decline is set to throw all Portovenere in shade; then later navigation across this bay will be saying goodbye on waves of August breeze as a vast container ship, laden high, suddenly gives a hoot with its pilot boat passing us by like a guide, an idea… 3 or else melancholy caused by some lost good: when a newly-varnished fishing craft, bucking, struggles in our wake and marinas’ thick mast-forests come with sunset like to test it at the very last moment of a drawn-out day; then the future loss of what’s before us steals like that nostalgia as a soundtrack for our landing drifts towards La Spezia if you have, that is, eyes to see or ears to hear. SAUDADES DA EUROPA alla maniera di Antonio Tabucchi 1 Dolci ricordi dolorosi d’una persona cara: trovi che vengono a ondate dove mormora la marea sulla scogliera… Siamo in coda giù dalle scale a Riomaggiore sul minuscolo imbarcadero. Un traghetto appoggia la passerella mobile; e intanto che si sbarca sento voci di tutta l’Europa dirette forse alla Via dell’Amore; sussurri esclamativi salgono di fianco a noi – noi che aspettiamo l’imbarco per incontrare, pensate, Citerea. 2 Tristezza prodotta dall’assenza di oggetti amati: come quando l’avvincente declino del sole si prepara a gettare ombra su tutta Portovenere; poi più tardi il navigare per questa baia dirà addio sulle onde della brezza di agosto quando un’enorme nave, carica di merci, di colpo fa un fischio colla pilotina che ci passa vicino vicino come una guida, un’idea... 3 oppure malinconia causata da qualche bene perduto: quando una barca da pesca verniciata di fresco, saltando, arranca nella nostra scia ed ecco le fitte foreste di alberi nelle marine con il tramonto come per metterla alla prova all’ultimo istante di un giorno estenuante; poi la perdita futura di ciò che ci sta davanti fugge di nascosto come quella nostalgia mentre la colonna sonora del nostro sbarco ondeggia verso La Spezia, cioè, se hai occhi per vedere o orecchie da intendere.

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