Intervista | Cristò, quattro chiacchiere con le gambe sotto il tavolo

Aggiornamento: mar 15

Facciamo finta che siamo da me, ho messo una tovaglia senza macchie, i piatti coi fiorellini blu e i bicchieri di terracotta; qualcosa di buono sta fumando nella pentola: cosa ti piacerebbe avessi preparato per te?


Tutto tranne i carciofi, li detesto.


Quando cucino faccio domande perché sono una cuoca curiosa. La copertina del tuo libro, La Carne, a colpo d’occhio mi crea quasi l’impressione di un gioco di parole. Nella religione cristiana c’è un corpo di carne e sangue, la transustansazione che lo restituisce nell’atto del mangiare e un accento di meno. Tu vieni da una regione che - almeno per la parte che conosco - è una terra di presepi sontuosi, luminarie che si rincorrono nei vicoli e processioni pittoresche come i Perdoni di Taranto; in che modo questa cultura mistica e magica si rapporta al tuo immaginario?


La magia è una questione importante. Tutti crediamo in qualche tipo di magia, anche i più ferventi razionalisti. Il Novecento ha trasformato la magia in scienza, ma ora siamo di fronte a una tecnologia che più si fa avanzata più appare magica. Gli ingranaggi non ci sono più e diventa sempre più difficile capire come siano concepiti gli oggetti che usiamo quotidianamente. Tutto ciò non può restare fuori da quello che scrivo, non è proprio possibile.


Siamo quello che vediamo, siamo quello che mangiamo: cosa c’è nella Carne che proviene dal campo esperienziale? E tu: sei più testa o più pancia?

La tua scrittura è profetica o salvifica? Taumaturgica o terapeutica? Conscia o inconscia?


Quante domande insieme. Andiamo per ordine: quando ho scritto La carne sentivo addosso l’immobilità a cui è stata condannata la mia generazione, molte promesse di magnifiche sorti non mantenute. Io sono di testa e di pancia, credo che le due cose vadano insieme e la mia scrittura non vuole essere né profetica, né salvifica, né altro. Mi

piace raccontare delle storie, tutto qui.


Diversi lettori, tra cui io, hanno commentato che diverse letture de La carne li hanno portati a interpretazioni diverse, vale anche per te che il libro l’hai scritto? In particolare, è cambiato qualcosa fra la prima edizione e la nuova uscita con Neoedizioni?


Nulla di sostanziale è cambiato nella nuova versione. Abbiamo apportato alcune piccole variazioni stilistiche. E poi c’è la bellissima postfazione di Paolo Zardi


Orecchiette alle cime di rapa o riso, patate e cozze?


Entrambe a giorni alterni.


E i taratuffi? Crudi?


Ormai difficili da trovare.


Ci czz iè Tancredi? (questa è di mio marito, puoi non rispondere)


Prima o poi scriverò un romanzo tutto per lui. Tancredi merita un approfondimento.


La preferenza è umana, anche Gesù aveva il duo discepolo preferito diceva mio nonno, quindi: chi ami di più, il vecchio o Tancredi? (io personalmente il vecchio)

Monica o Lucia?


No, non li amo. Se li amassi dovrei smettere di scrivere, non potrei mai metterli in situazioni difficili. Diciamo che li osservo muoversi.


Il senso di una storia è scheletro o un esoscheletro? Cioè: quello che succederà lo conosci già quando sbarchi dalla cabinovia e hai in faccia la montagna, o quando ti fiondi con gli sci verso valle?

Ma sei felice quando scrivi? Un (o tre ma tre sarebbe tanto) momento felice nella scrittura che mi puoi raccontare.


Se so troppo della storia mi annoio. Mi piace essere lettore anche mentre scrivo e stupirmi di quello che succede. E no, non sono felice mentre scrivo, mai. A volte mi esalto perché qualcosa mi piace particolarmente, ma la scrittura non mi procura benessere. È una cosa che devo fare per forza, non posso esimermi, ma scrivere è faticoso e, a volte, anche doloroso.


Il tuo stile è scarno, pulito, efficace, quanto è frutto di uno spietato labor limae?


Limo continuamente mentre scrivo, per questo sono molto lento. Se in una sessione di scrittura riesco a terminare due pagine mi ritengo molto soddisfatto.


Rileggere La carne durante una pandemia è stato strano perché l’attenzione si incastrava continuamente sul gergo di questi mesi: agente patogeno, contagio, paziente zero. Alla luce anche del momento storico, pensi che la contaminazione dell’essere umano venga da fuori o da dentro? Cosa pensi che, nell’uomo, sia contagioso?

E cosa, invece, è incontaminabile?


La carne è un libro che parla soprattutto di intelletto comune. È un concetto che torna periodicamente soprattutto in filosofia. Io credo che noi uomini ci contagiamo parecchio con le parole nel bene e nel male. Quindi sì, credo che la contaminazione parta da dentro. Non so se ci sia qualcosa di incontaminabile, anzi penso proprio di no.



Il vino dei Colli Euganei spero che lo bevi (poco, ho letto Satisfaction); adesso ci conosciamo un po’, stiamo mangiando insieme, che libro nutriente mi consiglieresti di leggere?


Sto leggendo un saggio di filosofia che si intitola Questa vita - finitezza, socialismo e libertà, lo ha pubblicato in Italia Neri Pozza e l’ha scritto un mio coetaneo che si chiama Martin Hagglund. Lo sto trovando davvero molto molto nutriente e in certi momenti inebriante come il vino.


Chiuderei con Tancredi, qualcosa che avete in comune.

Quasi niente eppure parecchie cose. Lui però, a suo modo, è un eroe... io decisamente no.



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