Intervista | Chiacchierata con D editore sull'editoria del futuro

Sul proprio sito, D editore si definisce come progetto culturale: l'obiettivo non è il dominio del grande oceano del mercato editoriale, strappato a morsi dalle balene storiche, ma il dibattito: un'idea di editoria clandestina, forse di nicchia, rivolta a un pubblico di specialisti: temi caldi, attuali, capaci di sollevare grandi dibattiti, uniti a un'estrema specializzazione del discorso: un'impostazione accademica a cui tuttavia si uniscono anche prodotti di narrativa di alto livello, sia sul fronte dei classici che su quello della contemporaneità. Tutti i libri menzionati sono acquistabili sul loro portale cliccando qui.


Y: “Inizierei da una domanda banale: perché si inizia a fare editoria nel 2018?”


D: “Credo sia una cosa personale. Mi spiego: iniziare a fare un progetto editoriale tanto per non ha senso per due motivi: il mercato è saturo, non si sta a vendere padelle; e il secondo è che certa filosofia generalista è già presente in ambiti con cui non puoi competere, e parlo dei grandissimi... qual è la possibilità che uno può adottare: fare qualcosa di molto particolare...”


Y: “Infatti ho visto che voi stampate cose molto particolari, Datacrazia, Panarchia...”


D: “Diciamo che quando dobbiamo spiegare cosa facciamo, noi diciamo che portiamo in Italia temi difficili da affrontare in modo sereno... abbiamo iniziato così, con architettura, bioetica, e cercando di portare temi e autori che non erano affrontati in modo sereno ma molto divisivi... nella bioetica siamo andati a gamba tesa sull'aborto e le relazioni omosessuali nel periodo del primo family day... e questo ci fece guadagnare due querele...”


Y: “Ah!”


D: “O anche Ogm...”


Y: “L'obiettivo è quindi scavare una nicchia e cercare di prendere quanto non è preso dall'editoria classica?”


D: “Più che questo – perché in realtà io sono molto poco abile per questo tipo di strategia – cerchiamo di prendere temi che non siano affrontati in modo sereno...”


Y: “Come strategia di marketing o scelta ideologica?”


D: “...Come scelta ideologica.”


Y: “Perché sarebbe anche una buona strategia di marketing...”


D: “...Sono stato fortunato a volte.”


Y: “Come si fa, adesso che il mercato è monopolizzato, a creare una casa editrice e cercare di farne un'attività? Gli editori storici hanno creato un monopolio, si può erodere?


D: “Ultimamente sono nati editori che, insistendo su un discorso di qualità, sono riusciti a superare lo scoglio della piccola editoria... penso a Minimum Fax o NN... oltre al discorso della nicchia credo sia importante la qualità: non fare compromessi...”


Y: “La qualità ha un pubblico...”


D: “Di certo è un elemento che buca la bolla, come si dice in ambito di comunicazione... se un libro è bello, al lettore interessa poco il tema... prendiamo Teoria della classe disagiata: si può essere d'accordo o completamente in disaccordo, ma la qualità estetica è tale che poi il pubblico lo accoglie ugualmente...”


Y: “A proposito di questo libro: se non sbaglio prima di diventare libro, cioè merce, è stato diffuso via web...”


D: “Sì... chiamiamolo per nome: il libro di Raffaele [Alberto Ventura, ndr] inizialmente era ebook autonomo in forma embrionale... e io così l'ho conosciuto: ho scaricato l'ebook, la versione attuale è molto più lunga...”


Y: “...Ma questo modello, prima far conoscere le cose, che vale per tutto, e poi stampare l'idea, cioè di dare qualcosa e poi stampare il libro quando ha riscosso successo... è un modello economicamente sostenibile?”


D: “È il modello del premium: io ti do un prodotto quasi finito, che però non è la crema di quello che io posso darti: se la vuoi paghi; è un modello che secondo me è importante, noi siamo nati come ce che sfrutta le potenzialità del web... siamo stati i primi a fare un libro col crowfunding in Italia...”


Y: “Ho visto che accettate pagamenti in bitcoin: ve ne sono arrivati?”


D: “...Sì, li usiamo per commissionare omicidi nel deep web. Nonostante negli ultimi anni ci sia un dibattito sui mali del web, in realtà può ancora offrire potenzialità per divulgare e far conoscere il lavoro che si fa...”


Y: “Però il web è controllato: l'editoria – come diceva Tony – è un media, ma se pensiamo alla sparizione graduale di librerie e negozi, che non necessariamente inficia il prodotto, abbiamo comunque un danno, perché i grandi distributori sono pilotati da algoritmi...”


D: “È il punto di Datacrazia, ma infatti bisogna sviluppare critica personale... attualmente i tre siti più visitati sono Google, Facebook e Amazon, ma non occupano la totalità del web: esiste una vastissima rete di siti che si sviluppano sotto la scorza dei grandi portali: penso al fatto che esistano portali che vengono utilizzati solo per parlare e diffondere i propri progetti architettonici [ce ne sono diversi, uno è questo, ndr], un architetto va lì col progetto non finito, chiede consiglio ad altri architetti, e il progetto cresce insieme... io credo molto nella parte collaborativa dell'internet: sono di una generazione che è nata quando il cyberpunk sembrava sul punto di realizzarsi, e forse per sentimentalismo non riesco ad arrendermi al web come macina per spandere meme e fake news...”


Y: “Non per forza il web e l'estrema semplificazione della comunicazione vanno a inficiare il mercato editoriale…?”


D: “Dipende come lo si usa ovviamente... è banale dirlo ma è così: il web è tre, quattro computer che condividono info: quando metto una pagina del web io prendo questo foglio, e tu lo puoi vedere: se su questo foglio di carta io ci metto un' idea e cerco collaboratori, questo non cambia la sostanza: i social sono un filtro davanti a questo foglio... io prima non ti contattavo sulle info del tuo profilo, ma sulla base dei tuoi progetti: oggi la relazione viene stretta sotto a un punto di vista più umano, qualunque cosa voglia dire... tu mi stai simpatico, hai interessi vicini ai miei, e io mi avvicino... per quanto riguarda gli algoritmi: quello è uno dei rischi che ci porterà a monopolizzare i nostri gusti, e su questo bisogna avere grandissima disciplina... si rischia che scelgano per noi; quando lavoravo a Datacrazia, abbiamo fatto un esperimento: abbiamo creato un carrello eterogeneo, libri di teosofia, make up... e Amazon comunque continuava a suggerire prodotti che mi interessavano nel mondo reale, perché intercetta i dati di Google e Facebook, e allora o si ha disciplina ferrea e si evitano le sciocchezze, oppure si va ancora più in profondità e si relativizza l'uso dei social, e si scelgono i siti che si credono affidabili.”


Y: “A me dà l'impressione che il web fosse nato con l'idea di dare più libertà, ma alla fine sia finito col monopolizzare tutto e diventare una nuova forma di controllo, paradossalmente anche più accettata – cosa mai vista nelle distopie...”


D: “Perché ne siamo protagonisti: quando tu sei su Facebook, tu sei protagonista della narrazione di te stesso, e questo ci porta a spiegare perché tolleriamo meno il contraddittorio su interne che nella vita... in questa favola su internet, noi non solo iniziamo a usarlo come terapia per sentirci meglio, ma ne diventiamo assuefatti: penso ai fenomeni delle web star sfigate che si limitano a pochi contatti: le loro storie sono patetiche, e si vede che sono palliativo di una vita triste, e quindi è una distopia che accettiamo in quanto tonico per sopportare la mediocrità che ci avvolge...”


Y: “...Che ci avvolge e potremmo evadere con la lettura, ma questo avviene poco: ho visto le proiezioni dei guadagni, e dicono che le vendite sono uguali ma perché sono aumentati i prezzi... i libri stanno diventano beni di lusso?”


D: “Ma quelle statistiche sono prodotte dall'associazione dell'Aia controllata da grandi editori, e che non tiene conto di tre elementi: gli ebook, Amazon, e gli editori che non sono nel circuito italiano... e sono tanti in realtà... dalle proiezioni fatte da altri istituti emerge che il mercato editoriale non è in espansione ma neanche così in crisi...”


Y: “Quindi non dobbiamo essere catastrofisti?”


D: “Per quanto a noi italiani piaccia, in realtà la situazione non va così male... anche se l'impressione quotidiana è deprimente, in realtà non ci sono mai state come adesso tante riviste e case editrici attive...”


Y: “Però a me con le riviste viene l'idea che si tratti di gruppi di persone che, cercando di costruire una realtà economica, poi vanno a sciacallare racconti di scrittori noti, e cercano in questo modo di cerare un'identità affermata... e in questo senso, si chiude in una sorta di circolo aristocratico la letteratura, per cui chi va a certe scuole, è allievo di certe persone, è visto come esordiente quindi pubblica...”


D: “I leccaculi...”


Y: “...Non soltanto; quando qualcuno sembra stia per emergere, viene subito contattato da queste piccole realtà… manca la rivista in senso americano classico, come realtà a sé… economica, e letteraria, capace di vendere e avere un suo pubblico… semplicemente ci sono rivistine, o blog, che cercano di prendere autori noti, o quasi, come investimenti e poi vivere di luce riflessa… credendo così di creare qualcosa da sé… ma guadagnandoci spesso...”


D: “Ma questo non fa mercato secondo me: la ce è un'azienda, e nell'ottica che tu proponi, una rivista è un'ausiliaria… in realtà questo tipo di riviste sono molto underground, non arrivano a un bacino così notevole da fare industria, e affidarcisi eccessivamente è un rischio: spesso i lettori delle riviste sono ridondanti: pochi che le leggono tutte, e quindi è a costo zero, perché il prodotto è già fatto... ma dal punto di vista delle riviste, sembra che si scriva più per un bacino che già si ha che per un nuovo: noi invece abbiamo bisogno di nuovi lettori, anche se l'editoria non va a picco, come dicevamo... e gli unici che riescono ad acquisirli sono le realtà di genere, mentre la narrativa narrativa sembra si voglia crogiolare nella propria autocommiserazione... noi parliamo italiano, lingua che non ha bacini altrove: stando fermi a desideri romantici, non artistici, retrogradi e non avanguardistici, si rischia solo di erodere i lettori rimasti... non dico che va inseguito il mercato, ma leggendo per lavoro le riviste, è come se ci fosse un'ecolalia, che non accenna a fermarsi... come leggere sempre la stessa compilatoria di frasi... quindi la domanda che ti faccio io è: voi di Yawp come volete uscire da quest'ecolalia?”


Y: “Bella domanda, dunque...”


D: “…Cioè, io sono un editore: potrei trovare autori da Yawp, così che Yawp possa aumentare il proprio bacino... perché dovrei prendere un autore da voi, invece che da un' altra rivista?”


Y: “...Noi al momento stiamo cercando di differenziarci dagli altri ottenendo una conferma da parte dei grandi... io e altri due autori abbiamo delle agenzie molto buone che stanno parlando con editori grossi... e quindi la nostra idea è pubblicare bene per noi, anche solo per avere la patente necessaria per far vedere che Yawp vale... per poi creare una realtà alternativa, che poi è l'unica cosa fattibile... perché in questo modo possiamo raggiungere un pubblico più ampio dell'attuale, e con quello costruire qualcosa di nuovo, e non necessariamente in termini solo commerciali… la creatura è il nostro prodotto attuale, e vorremmo creare uno spazio davvero democratico dove chiunque può proporsi: chiunque ci mandi qualcosa di buono viene pubblicato, e affanculo le scuole di scrittura... poi venderemo la creatura e pagheremo gli autori… è il modello americano: non abbiamo in realtà un'idea troppo originale... io stesso ogni volta che vedo qualcuno in autobus che legge qualcosa che non sia una cacata, me ne rallegro, so che sono pochi, so che il mercato va verso i monopoli ma...”


D: “È normale, pensa ai computer...”


Y: “Secondo me l'unica cosa fattibile è usare i meccanismi già esistenti e poi crearne altri, io voglio pubblicare bene per poi fare altro...”


D: “Guarda per esempio Cattedrale...”


Y: “...Non essendo io un personaggio famoso, non ho altri modi per prendere pubblico, perché a me sembra che gli editori vogliano un pubblico già formato...”


D: “...Non sempre.”


Y: “Questo lo vorrei ottenere per Yawp, arrivare al punto in cui gli editori guardino a Yawp come qualcosa che porti qualità e prenda il relativo pubblico... che secondo me, anche se è una nicchia rispetto a chi legge Fabio Volo, è comunque abbastanza grande da essere un buon obiettivo per una scelta di marketing... tutto quanto si produce in serie, ma la qualità non è replicabile e diventa una merce unica, e quindi qualcosa di molto valido...”


D: “...Ti rigiro la questione: hai citato Volo come esempio negativo: io non penso che sia così, senza di lui milioni di persone non si avvicinerebbero alla lettura, non è che cominci con Wallace... io ho iniziato con Banana Yoshimoto, che adesso trovo imbarazzante, è il Fabio Volo giapponese...”


Y: “...Però Kitchen non era male, anzi il racconto dopo, perché erano due, Kitchen e un altro...”


D: “...Questi non solo servono, ma sono assolutamente necessari, anzi uno dei problemi è che abbiamo pochi Fabio Volo.”


Y: “...Non si cerca di allargare il pubblico, cioè?”


D: “...Se vedi molti americani tradotti sono Fabio Volo: Dan Brown, Wilbur Smith... hanno una facilità di scrittura fanno libri avventurosi che piacciono...”


Y: “...Anche King ha detto: sono l'equivalente letterario del big mac.”


D: “Se noi ne avessimo di più, avremmo più scrittori: uno comincia lì. poi si ingolosisce...”


Y: “...Ma non abbiamo anche il problema che abbiamo troppi scrittori che non leggono?”


D: “Abbiamo troppi scrittori che vogliono fare i fenomeni: a me arriva un inedito al giorno, soprattutto monnezza, però poi pubblicano, e sono libri di persone che pur con poca confidenza vogliono subito fare il salto carpiato, e questo è il problema: gente con grande ego che pubblica con piccoli editori che stampano tantissimi, poche copie... ognuno ha quaranta amici, e si rientra delle spese... quindi vedo più questo come problema. Bisogna disincentivare gli esordienti...”


Y: “Se ci fosse un filtro maggiore, se io rivista letteraria paracula non pubblicassi tizio perché so che tizio è andato alla scuola, e so che ha firmato con coso, e gli pubblico un racconto brutto, beh, tizio non sarebbe così convinto di essere un grande...”


D: “Eh ma la scuola la paghi diecimila euro l'anno, ti deve garantire che pubblichi a dispetto di tutto...”


Y: “E invece per quanto riguarda gli ebook? Fanno male all'industria editoriale? Per fortuna gli Italiani sono conservatori e non li leggono...”


D: “Qualsiasi cosa che riesca a condurre informazione è buona... se io riesco a creare bellezza, e questa è su carta igienica va bene comunque, è una cosa molto italiana: questo talebanismo non l'ho mai capito, come l'odio verso i racconti...”


Y: “Ma dal punto di vista economico è buono perché entrano più soldi, è un caso in cui l'innovazione va in conflitto col mercato, no?”


D: “Noi diamo il venti percento sull'ebook, non cambia molto... noi andiamo molto bene con gli ebook riusciamo arrivare con una certa facilità...”


Y: “...Immagino che il vostro pubblico ce l'abbia un kindle.”


D: “...Ma è un fatto di organizzazione, per dirti: adesso lavoriamo con le università straniere, che hanno la regola del publish or perish: noi non li facciamo pagare nulla, ma facciamo solo ebook e in Italia, ma comunque con promozione... solo ebook che ci interessano, tipo un testo con l'università di Cracovia e Toronto su automazione e reddito di cittadinanza, che è stato primo in amazon mondiale per un giorno, poi un altro con le università di Auckland e Porthmouth… che significa questo? Che all'estero non c'è terrorismo psicologico...”


Y: “...Forse c'è un'idea più democratica della letteratura?”


D: “Ti faccio l'esempio col sesso: in Italia c'è terrorismo psicologico sulla sessualità, mentre all'estero è tutto più tranquillo, non c'è oppressione continua nei piccoli segni come il crocifisso, ecc: la lettura è un lusso e un piacere e così viene vissuto...”


Y: “...Purché non resti un lusso.”


D: “...Nel senso che non è necessario.”


Y: “Dici che l'industria culturale non può morire? In quanto scrittore sono abbastanza spaventato dall'idea di non riuscire a campare scrivendo, non solo per un fatto di egoismo, ma perché se l'arte non resta autonoma si torna indietro all'idea del mecenate, e a un'aristocratizzazione della letteratura, per cui si può fare gli scrittori solo se si è professori ecc, e quindi letti da altri professori chiudendo il circolo e l'attività letteraria in un microcosmo altoborghese...”


D: “In Italia la lingua rende tutto più difficile... quella e il mercato editoriale fatto per tre quarti di stronzi snob arrivisti e parassiti, ma l'industria culturale e creativa nel mondo è il primo volano di pil, più del cibo...”


Y: “...Più del mondo videoludico?”


D: “...Il mondo videoludico ne fa parte.”


Y: “...Ah.”


D: “...Poi dipende: tu parli di scrittura solo verso il libro, ma in realtà non c'è solo il prodotto libro, perché è limitativo: le forme di scrittura oggi sono sempre di più e diverse: per esempio adesso so che nel mondo anglosassone la scrittura delle sottotrame dei videogiochi è un campo richiesto... la Bethesda sta cercando persone per un videogioco che stanno producendo, e ti offrono un contratto di un anno per scrivere... oppure scrivere pubblicità: spesso è gente di comunicazione o grafica, ma a volte escono da settori umanistici... il copywriting, la capacità di condensare: ci sono agenzie che richiedono scrittori di professione, il giornalismo, ecc... quindi l'industria culturale e il mondo dell'umanesimo è fortissimo...”


Y: “Bisogna esplorare questi nuovi settori...”


D: “Molto difficile per noi italiani…


Y: “Sì, siamo conservatori da sempre...”


D: “...E non abbiamo nemmeno l'industria per farlo... dobbiamo intanto slegarci dalla lingua, e qui le università italiane sbagliano, perché legano lo studio non alle nozioni, ma alla linguistica, e questo si vede negli esordi: spesso scritti benissimo ma senza storia, senza nulla per cui valga la pena leggere, e poi non c'è industria... però si può imparare l'inglese... ma devi essere capace di dare il tuo approccio perché gente che sa l'inglese ce n'è tanta...”


Y: “Anche noi siamo di questa idea. Portare Yawp all'estero, l'Italia ristagna. Abbiamo alcuni contatti con l'America… come si dice: il sistema americano dà a tutti una grande opportunità se la si sa cogliere con entrambe le mani...”


D: “Roosevelt?”


Y: “Al Capone.”

 

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