Intervista | Chiacchierata con Luca Aiello sul teatro: con quali soldi e come (parte 2)

Questa è la seconda parte dell’intervista col drammaturgo Luca Aiello, sulle cui attività potete restare aggiornati qui: http://www.lucaaiello.it/

Se precedentemente le domande erano più teoriche, qui si va invece nello specifico: domande normalone sul teatro, su come si fa e come si potrebbe fare meglio. Qui trovate la parte precedente dell’intervista: https://bit.ly/2AaadpQ

Y: Partiamo da una domanda semplice: è ancora possibile il teatro in Italia? E non intendo soltanto che un teatro esiste, intendo: è possibile, e in quali condizioni, un sistema produttivo efficace che permetta a drammaturghi validi di vivere del proprio lavoro proponendo testi che vengano messi in scena, ad attori validi di avere una retribuzione sufficiente, e a produzioni teatrali di portare avanti la propria attività finanziando spettacoli e assumendosi quindi un certo rischio d’impresa?

L: Attualmente io credo che siano veramente poche le realtà di professionisti che vivono di teatro, mi pare più frequente il caso di professionisti del teatro che non vivono di teatro, (come di scrittori capaci e talentuosi che – a torto o a ragione – non vivono di scrittura). Poi ci sono le compagnie amatoriali in senso stretto...

Una parte del problema è data dai fondi, e mi risulta che il FUS (il Fondo Unico per lo Spettacolo), venga decurtato ogni anno di più. Peraltro io non seguo neanche più gli sviluppi di queste sovvenzioni, perché, da ciò che mi risulta, esse vengono erogate sulla base di un algoritmo che penalizza (o addirittura esclude) gli "over 35"; sembrerebbe infatti che oltre i 35, si faccia fatica a essere innovativi... a me, devo dire, è scappato un sorriso quando, nella motivazione di un premio drammaturgico che ho vinto a 43 anni, ho letto che la mia scrittura era “sapiente e innovativa". Personalmente so di (ottimi) registi che collaborano preferibilmente con giovani autori, perché è più semplice ottenere sovvenzioni o anche solo perché vi sono più bandi di produzione. Naturalmente io non ho niente contro i ragazzi, (anzi), ma questo criterio mi sembra semplicemente ridicolo... tanto che diviene per me un altro motivo per ironizzare: quando ero "giovane" (oltre ad essere io un po' scapestrato), le sovvenzioni arrivavano in base all'odiosa discrezionalità di commissioni con cui io non ho mai "avuto un dialogo", oggi che sono un uomo fatto e finito, sono "anagraficamente incapace" di innovare (sempre secondo l'algoritmo).

Quindi per quanto mi riguarda, in questa situazione, la scrittura teatrale è per me anche una forma di "resistenza" (oltre che, principalmente, di espressione).

Devo dire che negli ultimi anni ho assistito a spettacoli bellissimi scritti e/o realizzati con questo stesso spirito da persone che vanno dritte per la loro strada, sovvenzionati (poco e/o discontinuamente) o meno: alcuni di questi spettacoli erano davvero interessanti e credo che se questa motivazione non si esaurirà, il teatro, anche quello di ricerca, di nicchia, anche quello non commerciale, esisterà sempre (persino a prescindere dalle sovvenzioni).


Y: Quali differenze vedi rispetto al teatro inglese? So che lì la tradizione è ancora vivida – sono un grandissimo estimatore di Sarah Kane, e dubito che non solo lei, ma il retroterra culturale stesso da cui è scaturita la sua opera e tutta la Cruel Britannia, qui possa essere replicato. Certo il teatro è inglese, ma a parte la ragione storica, dov’è secondo te il fulcro della questione?


L: Io credo che l'affermarsi di una poetica possa derivare solo dalla presenza continua (e in divenire) di un "linguaggio" che sia ad essa preparatorio nella vita di quelle persone che diverranno "fruitori impliciti" di quella poetica. Per banalizzare, se noi riportiamo nella scuola, (dove peraltro, a livello di programmi ministeriali, il teatro non entra), il modello della "recita scolastica" avremo forse contribuito a creare il pubblico implicito di una recita scolastica (e nulla più). Sarebbe molto interessante se i ragazzi, e quindi futuri uomini e le future donne che compreranno i biglietti da adulti, scoprissero che con il teatro (corpi, suoni, luci, distanze, immagini, oggetti, testi...) si può esprimere la propria rabbia, o la propria frustrazione, o la propria sofferenza. Se scoprissero che uno spettacolo può avere la cattiveria di calcio in faccia o la nobiltà di uno sguardo disilluso, ma acuto.

Nel bando di un importante concorso drammaturgico (di drammaturgia contemporanea) ho letto di recente la lamentela per l'assenza (o la scarsa presenza) in Italia di pubblicazioni di testi teatrali di teatro contemporaneo e questo anche se alcune case editrici, eroicamente cercano di pubblicare.

Più di tutto però, secondo me, è ancora debole il passaggio della didattica teatrale nelle scuole e quindi una seria alfabetizzazione del linguaggio teatrale da cui derivi anche il pubblico del nuovo teatro possibile. In Inghilterra come ben sai, il teatro accompagna la vita dei cittadini dall'infanzia alla vecchiaia.

Un altro aspetto sono gli agenti teatrali... per stare alla tua passione per Sarah Kane: la prima parte della prima stesura di Blasted fu rappresentata a Birmingham dall'Università, e fu vista da un agente che ne portò una lettura scenica al Royal Court, dove il direttore artistico poté quindi sentire l'opera e decidere di inserirla nel cartellone dell'anno successivo. Senza l'allestimento dell'Università, e soprattutto senza quell'agente, lo spettacolo non sarebbe andato in scena. Ora, senza voler criticare nessuno... quanti sono il Italia i produttori disposti a rischiare qualche denaro in qualcosa di nuovo? E anche: dove sono le figure professionali che dovrebbero fare da raccordo tra gli artisti e le produzioni?


Y: Parlando per email hai più volte accennato all’importanza di competere, per un drammaturgo, al fine di emergere. In che senso e in che misura sono importanti i concorsi e le competizioni?


L: No, credo che tu mi abbia frainteso. Io odio competere. Ma più di competere odio l'idea di avere dei rimpianti sul fatto di farmi leggere o meno da persone che io possa giudicare "competenti".

I concorsi possono essere importanti per farsi leggere da registi, direttori artistici o compagnie senza fare odiose "anticamere" (a cui io sento di non appartenere), ma il fatto di non essere segnalati a un concorso può dipendere da tante variabili... bisognerebbe gridarlo a tutti i delusi che smettono di scrivere... vorrei darti un esempio attuale... io avevo circa venti anni quando si iniziò a leggere sui libri di storia di come la globalizzazione avrebbe distribuito benessere creando luoghi di produzione "settorializzata" sparsi in tutto il mondo ed avrebbe quindi favorito lo sviluppo economico anche delle aree depresse del pianeta. Il monologo sull'epidemia da COVID che io scrivo oggi, risentirà necessariamente del clima di quelle celebrazioni e delle critiche avverse che ne conseguirono; ebbene, cosa accade se a giudicare il testo è una giuria molto giovane che non condivide quel dibattito pubblico che è parte del mio percorso e da cui in parte deriva quel monologo? Potrà sembrarti un ragionamento di comodo ma, per me, i concorsi "vinti" sono la storia di un incontro tra visioni, opinioni e scelte, mentre per i concorsi falliti, semplicemente quell'incontro non è avvenuto. (Il tutto supposto che tutti i concorsi abbiano selezioni "cristalline").

Naturalmente anche i concorsi hanno una loro drammaturgia, ed è ovvio che se c'è qualcuno che giudica, quel qualcuno si pone strutturalmente al di sopra del concorrente; questo crea il problema di chi accredita chi, ed è un fatto che, a voler essere puntigliosi, può essere fastidioso. Io però attualmente preferisco partecipare a questo gioco, che darmi alle pubbliche relazioni.


Y: Parlando della logistica delle produzioni teatrali, io che il teatro l’ho molto più letto che frequentato, non posso però fare a meno di ricordare il problema esposto da Carmelo Bene nella sua apparizione al Costanzo Show (una delle due), in cui spiegava che per essere prodotti bisogna essere sovvenzionati e cioè assistiti da fondi pubblici, al fine di ottenere rimborsi per compensi di maschere e personale vario. È ancora così? E se sì, questo è un problema? È un mercato che beneficia o risente dei fondi pubblici?


L: Sulle sovvenzioni credo di avere già risposto: ce ne vorrebbero di più e si dovrebbero estendere i criteri (le due cose ovviamente sono collegate), ma non bisogna pensare che l'innovazione, o il "valore artistico culturale" dipendano dalla presenza della sovvenzione. È chiaro che a tutti piacerebbe poter vivere della propria arte, ma coloro per i quali creare è davvero un bisogno esistenziale, fanno testardamente anche senza (anche a costo di trovarsi privi di tutele davanti, ad esempio, alla chiusura da pandemia.) Questa situazione non denota solo il demerito delle istituzioni, ma anche la grandezza degli artisti.

Il problema del pagare i vari operatori non va trascurato. Una possibile soluzione è ad esempio quella di costituirsi come associazione culturale, fatto che, sebbene ponga dei limiti, ha anche dei vantaggi.

Io personalmente per adesso mi limito alla scrittura e vivo parallelamente la mia altra vita da insegnante, anche se in futuro mi piacerebbe passare con la scuola a un contratto part-time e aumentare il mio impegno a teatro.

Sul tema di limitare le produzioni per "seguirle meglio" non sono d'accordo... penso che piccole realtà produttive vadano incentivate, sia perché possono creare nuove culture teatrali (a proposito di proporre il nuovo a un pubblico che ne sia influenzato), sia perché le piccole realtà sono potenzialmente fenomeni importanti del domani. Semplicemente: servono più fondi per poter continuare a mantenere le realtà "affermate" del nostro patrimonio culturale, senza però lasciare indietro le realtà piccole che non sono per questo prive di valore.


Y: C’è secondo te la necessità di un’educazione teatrale, intesa come un qualunque insieme di pratica e teoria, così come c’è per altre discipline estremamente nobili e interessanti – come musica e storia dell’arte – e pur tuttavia incomprensibilmente bistrattate?


L: Assolutamente sì, e bisognerebbe potenziare sia lo studio, sia la pratica teatrale soprattutto nelle scuole superiori, possibilmente depurando quella eventuale didattica da ipocrisie moralistiche o dalla logica dello spettacolo come puro intrattenimento. Lo spettacolo può essere espressione, e, al pari dell'arte concettuale, ha il pieno diritto di svincolarsi da univoche sintassi di riferimento, da forme didascaliche e da finalità prefissate.


Y: Mi sembra di vedere un gran rilancio della stand up comedy, a cui naturalmente, da appassionato di Bill Hicks, non posso che plaudere. Tuttavia vorrei chiederti se la più sciatta comicità nostrana, che solo per mancanza di altri termini più adatti inserisco nell’alveo della stand up comedy (genere dotato di tutt’altra storia), non rischia, sull’onda di questa riscoperta, di colonizzare lo spazio teatrale, occupando fisicamente il palco e depauperandone l’importanza, la storia, oltre che le infinite possibilità rappresentative. A fronte del fatto che il teatro è visto e considerato come un lusso, ti sembra che la presenza di questo tipo di comici possa danneggiare in qualche modo lo spazio teatrale? Non scorderò mai Paolo Villaggio precisare all’intervistatore, in una delle più note e conosciute interviste, “attenzione, io teatro non ho mai fatto: ho sempre fatto molto cabaret”. Ecco, non ti pare che si stia perdendo la distinzione tra teatro e cabaret sia un danno per entrambi i generi?


L: Domanda complessa... io credo che non bisognerebbe mai "censurare" nulla e nessuno, ma personalmente, parlando di "cabaret" guardo con affetto ai monologhi (e ad alcuni personaggi), ad esempio, dell'Albanese cinematografico, pezzi che hanno un che di poetico, e di contro confesso che alcuni testi "colti" non mi danno nulla. Penso semplicemente che ognuno debba trovare la propria voce e inseguire degli obiettivi "nobili", (si vedrà dopo se la proposta è accolta con favore e da chi). Se invece lo scopo è solo quello di autocelebrarsi o di portare al botteghino migliaia di persone pronte a sganasciarsi, il gioco smette di interessarmi. Ma io non mi sento così importante da poter giudicare tanto gli uni quanto gli altri. Personalmente mi piace pensare a me stesso come a una persona istruita, e non necessariamente colta, o quantomeno non così sicura di sé.

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