Intervista | Gian Marco Griffi su linguaggio, esistenzialismo, Barthelme e fica

"Più segreti degli angeli sono i suicidi" è la tua prima opera? Un universo così complesso deve aver avuto una gestazione lunga.


È la mia prima ‘opera’, sì, e ha avuto una gestazione piuttosto lunga, circa dodici anni. Naturalmente non ho dedicato dodici anni della mia vita a scrivere il libro; ho iniziato a scrivere racconti che poi, dopo infinite modifiche e riscritture, sono confluiti nel ‘mondo di Sabbione’; ho cercato di pubblicare le storie di Sabbione, nessuno le ha volute pubblicare, ho lasciato perdere tutto per diverso tempo (per quasi due anni non ho scritto una riga di narrativa). Nelle innumerevoli peripezie editoriali (ho inviato il libro a venti, venticinque editori, che non hanno mai risposto neppure con un cenno distratto) ho inviato il tomo anche a Giulio Mozzi, che non conoscevo affatto. Lui è stato l’unico a rispondermi, a credere nel libro, a lottare per pubblicarlo (sto citando le sue parole); tuttavia, nonostante i suoi sforzi, neppure lui ci è riuscito. Infine, quando avevo deciso di abbandonare l’idea, si è presentata questa occasione con Bookabook e ho deciso di sfruttarla, tanto per liberarmi una volta per tutte del pensiero.


È molto forte, per quello che vedo, l'influenza di Barthelme, quindi ti chiedo: l'ironia è connaturata al tuo stile o è il punto di arrivo di una ricerca letteraria?


È molto forte l’influenza di decine e decine di altri. C’è chi conosce Barthelme e mi dice che sente la sua influenza, c’è chi conosce meglio altri autori e sente la loro influenza, per esempio quella di Rabelais, eccetera. L’ironia per me è un punto fondamentale della scrittura; senza ironia non mi metterei neppure a scrivere, né a leggere. Qualsiasi storia, anche la più tragica, senza ironia mi appare sterile.


Anticipando le domande sul peculiare esistenzialismo del libro, ti chiedo del Dasein, che a un certo punto viene esplicitamente menzionato. C'è forse, nel rovesciamento comico dell'esistenzialismo camusiano per cui il suicidio diventa il fine ultimo della vita, un tentativo di dileggiare l'esistenzialismo in toto, e con lui le questioni inerenti alla motivazione, in favore della fenomenologia heideggeriana, e quindi di un'ottica della possibilità, in particolare possibilità fine a sé stessa soprattutto nella narrazione?


Un po’ di dileggio ci sta. Ma io ho iniziato a scrivere del suicidio a Sabbione dodici anni fa: un amico si è sparato un colpo in testa perché non ha avuto il coraggio, o semplicemente la voglia, di affrontare una malattia. Io ho studiato filosofia, mi sono appassionato a Heidegger (per quanto una persona sana di mente possa appassionarsi a Essere e Tempo), ma il mio esistenzialismo è morto quel giorno.


Le citazioni: a un certo punto compaiono dei brani con delle variazioni. Più che la citazione, l'impressione è che sia la variazione a essere legata alla tua idea di letteratura. Mi sbaglio?


Variazione, parodia, questa roba qui; ne vado pazzo. Questo libro poteva e doveva essere scritto soltanto in questo modo. Ciò non significa che qualsiasi cosa io scriva nasca con lo stesso spirito.


Se la costruzione dell'umorismo è barthelmiana, di certo non lo è la struttura dell'opera. Da dove ti viene l'idea?


Bella domanda. Viene dalla Commedia dantesca, dalla Terra desolata di Eliot, da Manganelli, da Cortázar, da Cervantes, da Borges e da un altro centinaio di autori che ho amato e studiato.


L'invadenza dei brand – mi si scusi l'orrido-ma-necessario anglicismo – nel calendario è lascito wallaciano o semplice indizio dell'impossibilità di conferire una sfumatura distopica senza coinvolgere il profilo di multinazionali kafkianamente troppo ineffabili per non essere quasi divine?


No, Wallace non c’entra, qui c’entra piuttosto la necessità di ‘sporcare’ l’assurdo mondo di Sabbione con la realtà.


C'è qualcosa di molto beckettiano nel modo in cui sono costruiti certi discorsi che non comunicano, ripetono proverbi come leitmotiv saturandone il senso, e l'idea – una delle cose più riuscite, a mio avviso – è che l'opera non voglia comunicare. Mi sbaglio?


Sabbione è il mio Inferno, l’inferno del linguaggio e della distorsione antropologica. Un inferno nel quale la comunicazione non ha un ruolo di primo piano. Il libro, ne sono ben cosciente, può risultare piuttosto ostico e respingente per il lettore, giacché si corre il rischio di perdersi, di cercare un appiglio senza mai trovarlo. I personaggi e gli ambienti sono espressioni linguistiche, e sono quasi tutti personaggi cinici, se non repellenti. Scrivere del male, delle deviazioni umane, dell’assurdo, senza fornire un contrappasso di speranza, senza mai dire esplicitamente “guarda, questo è il male, l’assurdo, il limite, ma esiste anche il bene”, è un grande rischio quando si scrive un libro (lo sapevo bene, lo so bene): in Più segreti c’è soltanto il male, il male sbertucciato ed esposto al pubblico ludibrio, il male su un tavolo operatorio col petto squarciato e noi che lo analizziamo, lo osserviamo, piangiamo per noi mentre ridiamo di lui. Ma poi deve essere il lettore a uscirne, e questa è una cosa che il lettore (o forse l’essere umano) fa fatica ad attuare.

La religione: non spiace, per una volta, vedere una raffigurazione originale della religiosità, specie quand'è istituzionalizzata. Perché è questo di cui ci si burla, giusto? Dell'istituzionalizzazione, del dogma, della ripetitività meschina che avvolge come foschia l'esistenza inautentica, o sbaglio?


Sono stato battezzato, sono cresciuto in un ambiente cattolico, ho perfino fatto le superiori dai preti. Quasi tutti, in Italia, o bene o male sono nella mia situazione. Inoltre mi appassionano i riti, le tradizioni, tutte queste cose qui. Ma credere in qualcosa è un conto, lasciarsi manovrare da dogmi nelle faccende della vita è qualcosa di incredibilmente affascinante e incredibilmente stupido, almeno per me.


Stai scrivendo altro? Se e quando lo farai, avrà luogo di nuovo a Sabbione?


Sto scrivendo racconti. Per me il racconto è la forma ideale della letteratura. Scrivere racconti non è un passatempo che pratico mentre scrivo il romanzo capolavoro della mia vita (che non scriverò mai).

Scrivere racconti è precisamente quello che voglio fare. Il mio prossimo libro, se qualcuno vorrà pubblicarlo, sarà un libro di racconti. E no, non saranno ambientati a Sabbione. Sabbione è un mondo esaurito con "Più segreti degli angeli sono i suicidi".

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