Intervista | I dolori del giovane Mila: chiacchierata su Piperita e altro

Francesco Mila, recentemente uscito in libreria con Piperita, edito da Fandango, è una vecchia conoscenza di Yawp. Per questo motivo, più che un’intervista ho pensato di fare con lui una chiacchierata, tirando in mezzo gli argomenti più disparati, a partire dal prossimo libro e dalle influenze che lo stanno plasmando. Poi abbiamo parlato anche di mercato editoriale, amici scrittori, Youtube, Nar, comicità, e Rohal Dahl.

D: quindi, dicevamo, nei prossimi libri avremo uno spostamento dalla dimensione memoiristica a quella fiabesca surreale…

R: vorrei salvare il salvabile dall’esperienza di Piperita… quello che tu chiami dimensione memoiristica… penso possa andare bene anche per altre cose… nel caso di Piperita essendo la voce una prima singolare sembra per forza un memoir, e a me interessa ancora la prima persona, e quindi creare testi che possano anche essere scambiati per testi autobiografici… questo che sto scrivendo parla di una borgata, che io conosco di vista… ma sto cercando di renderlo credibile… anche dal punto di vista sociolinguistico… non può essere la stessa voce di Piperita, ma cerco anche di metterci la dimensione favolistica… a volte scrivo cose che mi piacciono ma che stonano, quindi le devo cestinare…

D: dimensione memoiristica non era inteso in senso negativo: molti scrittori l’hanno usata per partire, poi l’hanno ampliata e hanno fatto libri meravigliosi… Zadie Smith mi viene in mente, per dire, e funziona molto… è una cosa molto in voga nella letteratura femminile...

R: i memoir più interessanti sono per esempio quelli di Ernaux… Memoria di ragazza, questo è un memoir puro, il contenuto è un resoconto di fatti e sensazioni accaduti...

D: non la vedi un po’ come una strada parallela? Cioè forse sono troppo radicale, ma nel momento in cui fai quello, il memoir… la scrittura proustiana, a quel punto non puoi modificare nulla perché altrimenti ti trovi spaesato, e se inizia a modificare, poi è fatta e non puoi tornare indietro…

R: questo è successo con Piperita, per esigenze narrative mi sono trovato a… dover inventare e a quel punto, certo… anche la storia che inventi a un certo punto t’appassiona e tu non porti più avanti il memoir ma quella che si sta svolgendo… penso che un memoir puro sia impossibile.

D: no, puro no...

R: c’è sempre un lavoro demiurgico che si fa sul materiale autobiografico, cercando di adattarlo alla dimensione di una storia, che è per forza rimodellamento, anche per criteri esterni: il numero di pagine… ci possono essere digressioni, ma comunque tu devi selezionare, e nel momento in cui selezioni, già è un lavoro narrativo… lo puoi fare bene o male, ma non esiste un’autobiografia pura, c’è sempre della costruzione… che poi lo può rendere un testo letterario…

D: lo diceva Carr riferito alla storia… smontando che l’interpretazione esista fuori, l’interpretazione è ciò che è alla base dell’elezione di certi fatti dalla cronaca alla storia… infatti l’ho posta male, mi sa, non è tanto interpretazione, ma invenzione… secondo me c’è un passaggio netto nel momento in cui inizi a metterci una cosa nuova, e da lì sei da un’altra parte…

R: nuovo che intendi?

D: quando l’operazione romanzesca non è più ordinare fatti, ma ne metti altri… il focus passa sull’opera…

R: è vero…

D: però una volta fatto lo scatto non riesco a immaginare di poter tornare indietro… tu pensi di poter equilibrare queste cose?

R: penso che volente o nolente, anche in modo inconsapevole, mentre inventi una storia c’è sempre un magma… un qualcosa, dolore, emozione, anche cose minime… piccole cose che fanno parte di te, che hai visto o affrontato, che entrano nel testo e lo direzionano… anche da altre letture… penso che la scrittura non possa prescindere dalla persona, penso nasca da lì, poi può appoggiarsi di più sul materiale privato o no… anche l’idea a monte di scrivere una certa storia rispetto a un’altra… questi giorni ho letto Trilogia della città di K, un libro straordinario… non sono informatissimo sull’autrice, ma ci sono attinenze forti tra la storia che racconta soprattutto nel primo libro… e anzi leggendo la trilogia dal primo all’ultimo si sente un maggior grado di consapevolezza, anche perché la scrittrice mi pare lavorasse con una lingua non sua… ma non vorrei dire bestialità…

D: no, mi pare proprio che fosse così...

R: ed è bello perché dal primo all’ultimo senti una maggiore maturità...

D: pure Beckett lo fece, sempre col francese...

R: però qualcosa va perdendosi, quando diventi consapevole dell’operazione che vai facendo perdi qualche componente che emerge dalla spontaneità.

D: secondo me tutto questo diventa molto più attinente nel momento in cui tu Piperita non l’hai scritto con un progetto chiaro… hai iniziato a scrivere quasi senza rendertene conto, a un certo punto avevi questa storia che andava avanti… l’avrai riscritto due o tre volte… non ha mai avuto un inizio consapevole…

R: no, tant’è che il prologo l’ho scritto in un secondo momento… l’ho scritto quando già avevo buona parte della prima stesura… quindi è un prologo posticcio… c’era comunque a monte l’idea di scrivere una storia, c’era stato un altro tentativo totalmente inconsapevole…

D: l’altro tentativo era sempre Piperita?

R: era altro ma aveva tematiche simili… era influenzato da certa letteratura americana cruda… volevo raccontare l’adolescenza in un modo mimetico… tutto è poi scomparso in Piperita che è molto più equilibrato, anche grazie a letture che feci dopo… e il rifiuto ai primi approcci… ad esempio leggere Parise mi aiutò molto… a controllarla soprattutto… penso che un difetto delle scritture giovanili sia proprio l’eccesso, anche all’interno del periodo, che in alcuni casi può essere affascinante ma spesso è ingenuo, rozzo… e quindi in qualche modo nel momento in cui ho detto voglio un romanzo che stia in piedi, volevo anche partire da una lingua controllata… c’è uno scrittore che ho conosciuto che usava quest’espressione per parlare della scrittura che strabordava, diceva: ti parte la penna; allunghi e allunghi e poi rileggendola la mattina dopo ti rendi conto che tagliando alcuni pezzi del periodo funziona molto meglio… quindi diciamo ho cercato di essere più minimalista…

D: questa cosa l’ho chiesta perché secondo me ci sono due grandi approcci… tra quelli che considerano tutti i propri romanzi come parte di un unico grande romanzo e quelli per cui i romanzi sono compartimenti stagni, autosufficienti, e che sono di solito meno coinvolti, mentre i primi sono più quelli che raccontano come uno scorrere continuo… quindi mi chiedevo da che parte pendevi… Piperita lo riscriverai?

R: Aldo Busi riscrive periodicamente Seminario sulla gioventù e se tu adesso acquisti la nuova edizione è rivisitata… penso che il primo libro ti faccia venire voglia di ritoccarlo in ottica di una riedizione… io ho delle resistenze perché ho paura che possa veramente trovarlo troppo lontano, troppo diverso… non credo potrei modificarlo senza stravolgerne l’impianto… è come se uno avesse messo in piedi una casa con dei difetti strutturali, magari sabbia o infiltrazioni… ci puoi mettere delle toppe, ma le fondamenta devono reggere, o la lasci lì a imperitura memoria… ma magari anche in quella fragilità c’è una bellezza…

D: questo ti volevo chiedere…

R: in questo momento per me Piperita è finito… è uscito, è stato pubblicato e deve camminare sulle sue gambe e vivere la sua vita… il libro acquista una sua autonomia quando esce e la gente lo legge e lo critica con critiche a volte sensate, a volte insensate…

D: a volte insensate tipo alcune che ti sono state rivolte e a cui questo è un dissing velato o in generale?

R: no, in generale… le critiche che mi sono arrivate le ho apprezzate e le terrò presente, senza però… quando scrivi qualcosa che non ha una piena consapevolezza è naturale.

D: le ho apprezzate e accettate mi sa molto di: ho rosicato e poi ho abbozzato…

R: no, no… quando le critiche sono sensate, se hai un minimo di autocoscienza, sono cose che già sai… però quando altri te lo fanno presente puoi reagire male, o cercando di impiegare al meglio quei consigli… capire se per te sono cose valide o no… se sì può diventare uno strumento in più… poi se uno ti dice non mi è piaciuto il personaggio, la storia… queste son cose legate al gusto…

D: fallire ancora, fallire meglio…

R: non credo esistano romanzi perfetti, ed è giusto che siano imperfetti…

D: ma sta registrando sta cosa? Mi è venuta la paranoia…

R: massì, io ho fatto anche lezioni…

D:sennò son cazzi… ma sarebbe un trip l’intervista rifatta…

R:ma anche nelle presentazioni è un po’ così: nelle prime che ho fatto andavo a braccio, poi a un certo punto impari a parlare del libro che hai scritto, anche a forza di sentire le domande che ti fanno e provare ad elaborare un discorso da quelle, c’è tutta una parte legata al mestiere dello scrittore… un po’ come quando i grillini cominciavano a fare le interviste… prima dicevano delle bestialità, poi… hanno continuato a dirle, ma è cambiata la forma… sono partiti scalcinati poi hanno imparato il lessico...

D: e com’è questo mestiere di scrivere?

R: mestiere di scrivere o pubblicare?

D: pubblicare e dover spammare… vai alle presentazioni, ti chiedono sempre le stesse cose…

R: quello c’è, l’imbarazzo… anche la paura di dire cose sbagliate sul libro, perché chi ascolta dovrebbe in teoria decidere da quello che dici se comprare o no quindi se ne pari in modo impacciato… è un po’ come un’interrogazione…

D: addirittura?

R: all’inizio sì, poi come un giovane Luigi di Maio mi sono… no l’ho presa con leggerezza, ma comunque ho fatto poche presentazioni…

D:tu pensi che da un punto di vista teorico le presentazioni non dovrebbero esistere? l’autore è morto, dovrebbe essere morto o quanto meno sparire? O vai a quelle degli altri? Quando mi dicono, tipo, con quale scrittore vorresti cenare, a me viene da dire con nessuno, perché non credo che potrebbe dire nulla di più interessante delle sue opere, quindi resta una persona normale, magari è anche stronzo… tu sei di questa scuola?

R: diciamo che riguardo alle presentazioni uno scrittore dovrebbe andare solo a quelle degli altri, non alle proprie. Ho partecipato a incontri interessanti, ma quando devo parlare del mio libro si crea disagio… solo a quelle degli altri, che sono comunque più bravi di me. Riguardo all’andare a cena anch’io penso che gli scrittori morti… non mi ci vedo a parlare con Celine di argomenti a lui cari, come Vichy e l’antisemitismo…

D: che sono comunque argomenti cari un po’ a tutti…

R: io poi sono per un quarto ebreo...

D: davvero?

R: no, ma ho un sedicesimo di sangue Navajo...

D: lo tieni in una boccetta sulla scrivania?

R: esatto, una cosa del genere… comunque no, ci sono anche scrittori che potrebbero essere divertenti da riesumare… per una giornata a Tijuana di alcol e droghe...

D: Hunter Thompson, così la porta lui...

R: mi sto guardando attorno… no, forse no, perché i più bravi sono anche i più tristi… pensa incontrare Tolstoj e parlare di agricoltura, russa e cristianesimo, tematiche affascinanti, ma insomma…

D: secondo me una simpatica era Sarah Kane…

R: oddio…

D: beh, nei momenti giusti…

R: no, io voglio una serata tranquilla, con la quarantena mi sono imborghesito… però so di Parise che inviava falli finti per corrispondenza… scrivono fosse simpatico, mi pare Arbasino, in quel libro su Gadda, in cui parla degli scrittori romani del periodo... con le loro villette… con loro forse mi troverei. Uno con cui uscirei è Roberto Venturini, che se ci leggerà saluto…

D: ti pare che non ci legge?

R: Roberto che incontro spesso, ed è un...

D: spammalo bene.

R: Roberto Venturini, autore di due romanzi, uno molto sperimentale, dal titolo lungo, Tutte le ragazze di una certa cultura hanno almeno un poster di Schiele appeso in camera… l’avrò storpiato…

D: possiamo dire a quel bravo ragazzo di Venturini… anzi no, agli editor, perché lui è uno scrittore e la butta di fuori... ragazzi, per cortesia, ‘sti titoli di tre righe, dai...

R: editore Sem, e ora c’è L’anno che a Roma fu due volte natale, in finale allo Strega... tifo per lui perché così posso dire il mio vicino di casa ha vinto lo Strega…

D: così lo vinci anche un po’ tu…

R: come un parassita o un virus… e poi è una cosa da dire al bar...

D: il mio vicino ha il premio Strega ma non te lo posso far vedere perché lo tiene nel garage del cugino...

R: che poi non so se il premio Strega è fisicamente un trofeo...

D: beh ti daranno un cazzetto dorato...

R: penso di sì...

D: qualcosa da puntare con la carabina...

R: ti fa vendere tante copie… è come una pensione, tu vinci lo Strega, poi scrivi in panciolle…

D: con la coca...

R: eh?

D:ma ci credi allo Strega? perché secondo me è tipo l’oroscopo, cioè è palesemente una cazzata e tutti lo sanno, però tutti gli stanno appresso…

R: non mi far parlare male dello Strega che poi non me lo danno…

D: sei entrato nel mood, sei istituzionale, un giovane Gigino pronto a spiccare il ministero...

R: se riesco a pubblicare e se mi candidano io sono contento...

D: se riesco a pubblicare significa che non è sicuro?

R: Non c’è mai la certezza, ho pubblicato perché è piaciuto a Fandango, se piacerà lo pubblicherò, altrimenti entrerò in un vortice di solitudine e disperazione che mi porterà alla pazzia… o ne scriverò un altro… l’unica garanzia che hai è vendere tanto, se sei uno scrittore da 50k pure se scrivi una cosa traballante vendi… ma anche Moravia scriveva tante cagate… però è anche brutto perché nessuno ti mette più in discussione, poi magari muori e non ti leggono più…

D:tu pensi che avrai abbastanza zeri alla fine?

R: da quello che so i libri vendono meno di mille copie, quasi tutti quelli che escono, quelli che le superano sono una minuscola porzione… spero di vendere il giusto per l’editore, e spero di non deluderlo… non tanto per avidità… ho un complesso di questo tipo… se so che ho deluso aspettative, soffro e non dormo…

D: un complesso filiale un po’ morboso nei confronti dell’editor di Fandango?

R: c’è questa cosa…

D:no seriamente, il secondo libro non è garantito?

R: no...

D: azz...

R: ma anche con un altro editore, nessuno te lo garantisce… a meno che non vendi tantissimo...

D: pensavo che almeno due shot te li dessero…

R: dipende, se ora scrivo un libro tutto sperimentale...

D: no, uno tranquillo...

R: uno tranquillo sì, certo, ma è come dire, se scrivi un libro che rientra in un certo canone ed è solido... e non è orripilante, te lo pubblicano, ma dipende dal libro...

D: quali sono i generi che vedi bene in Italia? Ho già la risposta, voglio vedere se coincide...

R: Pasquale il barista ha detto che dovrei scrivere libri erotici perché la gente vuole quelli...

D: credo che Pasquale il barista stesse un po’ proiettando...

R: sarebbe anche affascinante un’operazione letteraria di riesumazione del romanzo erotico... comunque i generi che vanno di più sono, beh, il giallo… basta comprare la Lettura e l’inserto del Corriere e ci sono le classifiche, e i più venduti sono sempre gialli… difficilmente saranno libri letterari in senso stretto… difficilmente troverai di narrativa straniera un libro di Gospodinov, molto più facilmente avrai tra gli italiani la saga di qualche investigatore che io non ho mai letto.

D: ma ti sembra un difetto del mercato o una cosa normale che invece incoraggeresti, per avvicinare la gente?

R: secondo me non avvicina la gente alla letteratura con la l maiuscola, qualunque cosa sia… penso che se è pubblicato e vende è perché piace… la letteratura è una cosa un po’ da nerd, quindi difficilmente un libro meraviglioso sarà tanto accessibile a centinaia di migliaia di persone, ma ci sono anche momenti in cui s’incontra un buon livello stilistico e buone tematiche e… il pubblico… penso a Stefano Benni, che spesso ha scritto libri meravigliosi e meritatamente vende, ma non per questo vale meno di Moresco… dipende dal singolo libro, non bisognerebbe giudicare un libro senza averlo sfogliato… io spesso ai libri che critico un’occhiata gliela do...

D: come la vedi l’editoria italiana post coviddi?

R: resteranno gli incontri online.

D: funzionano?

R: sono più comodi perché stai a casa in ciavatte… si risparmiano costi, per editori, librai… ovviamente si perde qualche cosa, ma si continuerà credo… podcast anche… e poi spero che si ritorni a fare la vita di prima...

D: i numeri di prima?

R: no quelli credo siano aumentati...

D: sì?

R: ovviamente attraverso Amazon perché le persone sono spesso scoraggiate dalla situazione pandemica dal recarsi in libreria… Amazon te lo porta in un giorno è comodo, poi si dietro ci sono diritti minimi, schiavi, ecc, ma è il capitalismo bitch… io continuo ad andare in libreria perché così non so cosa cerco...

D: bravo, esci dall’eco chamber dell’algoritmo.

R: e posso tornare a casa con un libro che non avrei acquistato...

D: bravo, bel messaggio, diciamolo a chi ci legge, uscite di casa, andate in libreria, comprate i libri a cazzo di cane, e sostenete le piccole librerie…

R: anche quelle dell’usato, io ci ho trovato libri pazzeschi: Route 66 di Aldo Dieci, che è la versione aggiornata di Aldo Nove, uno scherzo letterario della redazione di Minimum Fax e pubblicato da Castelvecchi… storie che so per sentito dire, sono mitologie editoriali che girano… Stabat Mater di Scarpa, Il cinghiale di Meacci… una cosa che vorrei trovare è Il cacciatore ricoperto di campanelli di Lopresti...

D: ce lo manderà Mondadori dopo aver letto quest’intervista.

R: non lo stampano perché Lopresti era legato ai Nar...

D: ce lo manderanno i Nar.

R: Lopresti scrisse questo romanzo che non parla di fascismo, non c’entra col suo background di assassino e militante, ma arrivò ad Aldo Busi, all’epoca già autore, che decise di spingerlo, chiedendogli di cambiare il titolo e la dedica, che cito: ai camerati caduti.

D: ah, la stessa di Piperita.

R: il romanzo che sto scrivendo parlerà di quel mondo… come si sono riciclati i Nar, perché hanno epiloghi… sono tutti naufragati in Sudamerica, legioni straniere…

D: da Piperita ai Nar è un bel salto...

R: ci saranno ex Nar, Califano, la curva della Lazio, Rohal Dahl… è uno spot che mi faccio...

D: spottiamo tutto, che ci frega...

R: molti bufali soprattutto...

D: bufali, ex Nar, ultrà, e Rohal Dahl, direi che gli ingredienti principali ci sono… se non lo piglia Fandango?

R:mi ammazzo.

D: com’è stare con un grande editore? Lo chiediamo per quei pochi lettori di Yawp che non hanno pubblicato con Fandango…

R: è bello perché quando hai pubblicato un libro...

D: te la danno.

R:no, figurati… no, però è una cosa di cui essere soddisfatti… ti fa sentire un minimo ripagato di tutta la solitudine, la sofferenza, la depressione… tutto quello che ti è capitato di patire, anche per colpa della scrittura… e poi mi sono trovato bene… è una bella realtà...

D:e a livello aziendale come lo vedi? A me viene in mente che nel momento in cui un editore grosso ha vendite che non superano i tre zeri, e ci sono tanti vlogger che hanno un seguito che per loro è ridotto, ma per gli editori è interessante… a quel punto non so bene cosa fanno gli influencer, ma altri non potrebbero iniziare a fare l’operazione di Montemagno, completamente anarcocapitalista: liquidare la legittimazione formale dell’editore e il micragnoso dieci percento, e pubblicarsi da soli… perché non conviene, per un autore, costruire una base e poi pubblicare da solo? Cosa ti offre il grande editore nella società liquida post tutto?

R:da un punto di vista pratico la distribuzione, e poi il fatto che nel momento in cui hai scritto il libro, se sei un autore facilmente non hai voglia di fare la parte organizzativa della distribuzione... sono cose che fanno parte di un altro mestiere, c’è chi ha fatto un ragionamento di questo tipo e ha cominciato, come Santacroce, che si autopubblica... stampa edizioni belle lussuose, le vende a un prezzo che considero alto, ma lei lo considera giusto... e bisognerebbe chiedere se le sta giovando, a lei o al commercialista...

D: ma non la vedi come una cosa che si sta erodendo? Come la televisione: fino a poco era l’unico modo per essere famosi, ora ne puoi fare a mano e potendo farne a meno, qualcuno sicuramente lo farà...

R: ma il lettore medio è spocchioso, quindi l’autore autopubblicato non lo sfoglia nemmeno… lettore medio inteso come uno che legge... non totalmente a digiuno, insomma... uno che trenta quaranta l’anno se li legge… una cosa autopubblicata la snobba...

D: ma il seguito del tizio compra...

R:ma come fa uno ad avere un seguito così grande? Sicuramente non parlando di filologia... devi avere dei contenuti semplici, immediati, come nella musica trap, o nei microvideo di Tiktok... ora sto facendo il boomer... non voglio dire che sia merda, per me lo è, ma comunque è un linguaggio immediato che va subito... poi magari i book bloggers parlando di libri arrivano a venti-trentamila followers, ma spesso non parlano solo di libri ma anche di prodotti vari, perché a quel punto tante aziende sono interessate a loro, e possono promuovere braccialetti ecc... è un mestiere, è come fare lo youtuber: richiede impegno tanto quanto altri... non è come fare il metalmeccanico, ma neanche scrivere, altrimenti non scriverei...

D:se adesso uno bravo coi social fonda un editore, paga per registrare il marchio, ed è un editore che fa solo ebook, ma lui è bravo coi social, e gli ebook costano 5 euro... capito, diventa tutto più veloce senza la mediazione, perché in una situazione in cui l’editore non sa più vendere, mi fa pensare al giornale che deve fare i titoli clickbait per sopravvivere, ma se tu fai un podcast hai la stessa possibilità di diffusione di un giornale, che però ha la struttura novecentesca. e decine di stipendi da pagare...

R:però di solito l’autore del podcast è contattato da un grande gruppo e assorbito e lo pubblica con loro il libro, non autonomamente... si vede che sono i primi a rendersi conto che conviene di più in questo modo, perché per chi crea contenuti che devono essere di vario tipo, magari legati all’attualità, comunque è una parte soltanto del guadagno, spesso neanche così rilevante, cioè uno scrittore che è anche influencer da milioni è difficile... in passato c’è stato Aldo Busi, che andò in televisione, anche in programmi trash, partecipò all’Isola dei famosi da cui fu cacciato per una bestemmia, e quello potrebbe essere il modello, ma a monte ci dev’essere la ciccia, un autore che è consapevole di essere uno scrittore valido e si promuove in quel modo lì ma senza talento... è solo uno youtuber, che non vale certo meno ma è un mestiere diverso certi influencer hanno provato a scrivere romanzi, ma sono scadenti... Favij ci ha provato, cercando di creare distacco e pubblicando col suo vero nome... credo vedano il libro come uno strumento di legittimazione culturale, che permette di dimostrare di non essere solo youtuber... non per giudicare, ma penso che in alcuni casi ci sia anche questo in chi fa i contenuti sui social... se ci sarà un grande romanzo di uno youtuber sarò il primo a dire bravo... un grande scrittore può essere un carcerato o qualunque cosa, se il libro è valido può anche essere il palo della camorra… non voglio dire che chi fa Youtube è come un palo della camorra...

D: è peggio.

R:beh sicuramente meno affascinante. Però comunque non c’è nulla di male...

D:e invece c’è una cosa che ho visto fare a certi giovani comici... perché loro hanno un problema simile a quello dello scrittore: lo stand up comedian non lo puoi fare, o vai in tv e fai Colorado ecc, o niente, mentre in America puoi fare Bill Hicks, e campi di sale, e sei famosissimo anche senza andare in televisione... quindi anche quelli giovani che non sono...

R: Ravenna...

D: no io dico ancora più in basso, tipo Valeria Pusceddu e quelli nuovi, che sono comunque bravi, vanno a fare le serate di stand up in Inghilterra per uscire dal panorama italiano, che nel mondo globale è piccolo anche per un comico, pensa una serata in un locale americano, puoi fare mille duemila posti, qui ne fa una e basta... a livello di scrittura lo fanno i ragazzi di Lotus Eater... ragazzi per modo di dire visto che hanno mogli, figli, nipoti, ecc... loro fanno il magazine americano da Roma con autori americani... come la vedi?

R: nella comicità?

D: in qualsiasi cosa di artistico che si trova a dover combattere con un pubblico che, per ragioni geografiche, non è abbastanza per sostenere così tanti comici e artisti...

R: ha vantaggi e svantaggi... una rivista che traduce intanto richiede un traduttore, quindi il lavoro di altre persone, e la traduzione ovviamente non può essere sbrigata così in modo leggero... nel caso della comicità si può sottotitolare i video...

D: no loro fanno dal vivo...

R:serve un buon inglese, ma credo che la comicità sia legata al contesto: ciò che fa ridere qui non fa ridere in America, difficilmente è esportabile l’imitazione di Pintus di Cannavacciuolo all’estero... non fa ridere...

D: già non fa ridere qui, figurati all’estero...

R: fa strappare un sorriso, per il resto non capisco perché Pintus continui a circolare...

D:ma non la vedi come una cosa che sarà a un certo punto, non obbligatoria, ma diciamo, più conveniente? Pensala dal punto di vista di un liceale che ha ancora tutto da fare, che ha tipo sedici anni o non so quanti anni si hanno al liceo perché sono vecchio e morto, e vede che l’editoria italiana a fronte di pochi che vendono tanto tende a importare tantissimi stranieri, poi vede il mercato inglese e americano e vede che è più grande e strutturato... non diventerà uno step alternativo?

R:qualcuno ci sarà sicuramente ma dipende dalla conoscenza della lingua in cui decidi di scrivere... ma se nasci in Italia ti insegnano l’italiano, spesso male, ma è la lingua del paese in cui viviamo... è naturale che se ci si mette a scrivere si va verso quella...

D: ma pensala con l’idea di camparci...

R:per camparci non lo so, perché se vedi tipo, Lucio Battisti in Italia era il più famoso, poi provò a fare un album con le canzoni in inglese, provò a venderlo e non ebbe alcun successo, ma le canzoni erano le stesse... lo scoglio linguistico era insuperabile, e magari la musica che andava in Italia non andava all’estero... e in alcuni casi accade l’opposto, tipo Laura Pausini ha più successo in altri paesi che non in Italia... so che ha vinto un Grammy... in Italia è un po’ dimenticata, come altri colossi che prima imperavano...

D:ma non pensi che siamo già un po’ colonizzati dal mercato? Nel senso editoriale: a fronte della possibilità di ridurre il rischio, gli editori preferiscono importare uno che lì ha venduto... non pensi che questo mangerà tutto lo spazio?

R:no, perché portare un autore che vende tanto vuol dire investire comunque in diritti, e non tutti riescono... nel caso dei grandi c’è spazio sia per grandi stranieri che per autori italiani esordienti... c’è spazio per tutti anche riguardo al fatto che i libri più venduti sono quelli più semplici, e che non riescono a smarcarsi... c’è spazio anche per quelli lì, se un italiano vuole vivere di scrittura, o deve avere una produzione costante e riuscire a pubblicare un romanzo ogni anno, ogni due...

D: però un romanzo già non basta, perché devi vendere tanto...

R:ma sai, quando ne hai venti, trenta... se sono interessanti magari continuano a vendere, se ne parla ecc, ovviamente devi andare incontro al mercato, se scrivi nell’ottica di camparci quello condiziona la tua scrittura...

D: in meglio o in peggio?

R:dipende da quanto talento hai: ci sono casi di autori che diremmo mainstream che però sono validi... anche lo stesso Calvino... è complicato però è letto, anche da vivo era famoso vendeva tante copie... questo in effetti non so bene perché, forse era anche il momento culturale, sicuramente ora è più difficile con romanzi puramente letterari avere un grande successo paragonabile a quello di prima di internet... se Curzio Malaparte scrivesse La pelle adesso non venderebbe le quarantamila copie che vendette, ma forse quattromila, perché rispetto all’immediatezza di internet è difficile rispondere con la letteratura...

D: sopravviverà?

R:sì, ci sarà sempre una grande nicchia di persone interessate al libro... in Italia ci saranno su sessanta milioni di persone duecentomila lettori... ma forse uno, due milioni... anche l’ebook che si temeva dovesse soppiantare il cartaceo non l’ha fatto, e lo dimostra quanto sui blog sia più importante il libro come oggetto che diventa anche una fonte di feticismo... io per primo ne sono soggetto, ora ho acquistato una nuova edizione de Il ragazzo morto e le comete di Parise, che avevo già... e ho speso 17 euro per Adelphi perché era bella, e gli editori lo sanno... tanto che i giovani che stanno avendo riscontro come Utopia o l’Orma oGiometti o NN sono attentissimi all’aspetto grafico, e questo secondo me era meno imprescindibile trenta, quaranta anni fa...

D: senti...

R: sì...

D: ma se da scrittore affermato ti offrono un posto alla scuola Holden, accetti?

R: (ride).

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