• Antonio Merola

Intervista | La spietata sincerità nella poesia di Francesco Tomada

Aggiornato il: 26 nov 2019


Francesco Tomada, classe 1966, esordisce con la raccolta L'infanzia vista da qui (Sottomondo, 2015 – vincitrice del Premio Nazionale “Beppe Manfredi”) a cui segue, pochi anni dopo, A ogni cosa il suo nome (Le Voci della Luna, 2008). Dopo quasi un decennio di silenzio, esce nel 2014 il suo terzo lavoro: Portarsi avanti con gli addii (Raffaelli). Comincia per Tomada una lunga stagione di riconoscimenti, tra cui la traduzione in una quindicina di lingue straniere. Siamo nel 2016, quando la Dot.com Press raccoglie i lavori di Tomada in Un'autoantologia per la collana “Autoriale”. Nello stesso anno, esce la sua ultima raccolta: Non si può imporre il colore ad una rosa (Carteggi Letterari). Collabora inoltre con Perìgeion, spazio dedicato alla poesia edita e inedita. Seguono, ancora una volta, numerosi mesi di silenzio, che recentemente viene rotto però dalla comparsa a sorpresa di alcune poesie inedite su alcuni siti e riviste lettrarie. Il nostro Antonio Merola si è messo allora sulle sue tracce, per cercare di capire se Tomada stia lavorando davvero a qualcosa di nuovo.


*


YAWP “Ciao, Francesco. Posso metterti subito a tuo agio? Una volta hai buttato una frase lì, ma importantissima: «per chi scrive accettare il proprio silenzio è la cosa più difficile». Ora che l'abbiamo citata, parlare della tua poesia ci sembrerà ridicolo... non trovi?”


TOMADA “Vero, infatti è qualcosa che mi imbarazza ancora un po'. Spiegare la poesia mi sembra un poco ferirla. Anche se lì mi riferivo di più al proprio silenzio, al non riuscire a scrivere. Quello non riesco ancora ad accettarlo serenamente”.


YAWP “È proprio questo il problema: credi che raccontare ciò che hai già scritto sia un modo per rompere il silenzio, oppure per metterci sopra una toppa? (insistiamo)”


TOMADA “No, non la vivo in questo senso. Intendo dire che la poesia di solito non dovrebbe avere bisogno di essere spiegata, dovrebbe piuttosto stare in piedi da sola, anche senza chiarimenti, direi anche senza il suo autore. Ma non è che in questo io sia un integralista, ne parlo volentieri, come vedi”.


YAWP “Anche se non sei mai stato uno che ama mettersi in mostra. Anzi, praticamente rintracciarti è stata una vera impresa: la prima volta che ti ho letto, è stato attraverso degli inediti su Poetarum Silva. Ti dico la verità, credevo fossi un poeta emergente... uno di quei poeti emergenti che volevo avere su Yawp Poesia. Ma tu non avevi facebook, sembravi non esistere sui social. C'era questa pagina autore, morta chissà quanti anni fa. Però, mica mi sono arreso: ho scritto ad Alessandra Trevisan che mi ha dato gentilmente (e per fortuna!) la tua e-mail. È stato bello avere un rapporto epistolare con qualcuno, una volta tanto”.


TOMADA “Beh, non è che io sia un eremita né uno che se la tira, anzi sono un animale piuttosto sociale. Però di persona, non su facebook o altro. Se cerchi sull'elenco telefonico trovi il numero, in rete facilmente la mia mail. Non amo i social, è vero: spesso mi sembra una forma di contatto superficiale, o peggio un modo per mettersi in mostra, per cercare contatti utili più al proprio narcisismo che a migliorare, conoscere, imparare. In questo sto per carattere piuttosto in disparte. Meglio scriversi, se proprio non ci si riesce a incontrare, hai ragione e fa piacere anche a me. Ciò non toglie che forse, se sapessi chi ha aperto questa pagina “morta”, magari la rivitalizzerei, potrebbe servire....” “...Ma di certo non sarei assiduo nel seguirla, la verità è che sono anche pigro. Grazie a te, dunque, per avermi cercato: è merito tuo”.


YAWP “(ci prendiamo questo merito e continuiamo, cercando ora di fare i simpatici) Possiamo dire quindi che c'è una specie di stalker che ha agito contro la tua volontà?”


TOMADA “(e infatti... ride!) Stalker no. È una persona che mi ha fatto un omaggio, e la ringrazio. All'epoca le chiesi solamente di rendere evidente che non c'ero io dietro a quella pagina, altrimenti magari qualcuno avrebbe cercato di contattarmi lì e io non avrei potuto rispondere. Però mi ha fatto piacere”.


YAWP “Apparte gli scherzi... questa condizione dell'essere cercato in qualche modo si intuisce anche dal rapporto che hai con chi ti legge, o meglio con chi ti vuole leggere una seconda volta dopo averti già letto. Mi piace perché il modo che hai di far circolare i tuoi inediti è un po' quello del secolo scorso, alla vecchia maniera. Magari uno dei tuoi lettori si chiede: dove è finito Tomada? E puf, ecco degli altri inediti su Atelier. È come se seminassi pazientemente le briciole alla maniera di Pollicino, ma senza l'ansia che aveva lui di tornare a casa. E così i tuoi lettori si accorgono che, anche se Francesco Tomada non ci tiene a condividere le proprie poesie, Francesco Tomada sta pubblicando le proprie poesie in giro”.


TOMADA “Non è che io non ci tenga a condividere i miei scritti; ci tengo, eccome. Ma mi va di farlo soltanto quando penso di avere qualcosa che meriti di essere letto e, visto che scrivo con lentezza, questo accade non troppo spesso...” “... Non c'è nessun calcolo “strategico” dietro al fatto di pubblicare o meno degli inediti, né alcuna ritrosia. E poi: mi fa molto piacere se qualcuno mi apprezza, moltissimo, però non credo proprio che il mondo lì fuori abbia tutta questa spasmodica attesa nei miei confronti. Tutto qui. Accade che mi chiedano qualche inedito e io dica di no, che non ho nulla di valido: mi sembra un atto di rispetto verso chi pubblica e chi legge, tutto qui”.


YAWP “Però è indubbio che sai dove cercare. Sai che proprio l'altro giorno, quando c'è stata la protesta di Wikipedia, mi sono chiesto: che succederebbe oggi a tutti i siti e le riviste letterarie – ci metto anche Yawp, e non so se vuoi metterci Perìgeion – senza i social network? Cioè, è probabile che, escluse le vecchie leve come Nazione Indiana o Carmilla, per fare un esempio, la maggior parte dei siti e delle riviste riesca ad arrivare al pubblico grazie ai social network. Ipotizziamo allora un mondo senza di loro: ce le vedi le persone che aprono Google, solo per andare a leggere che cosa viene scritto su una rivista in particolare? Eppure vorrei che tu spiegassi che è possibile, visto che a quanto pare è ciò che fai”.


TOMADA “Ce le vedo perché è quello che faccio, è vero, anche se so benissimo di essere limitato. Seguo alcuni blog e alcuni siti, con cui sono entrato in contatto per conoscenza dei redattori, o perché mi sembravano curati e coerenti. Sono limitato perché ne perdo molti altri ugualmente validi, ma è anche vero che è limitata anche la mia testa: non riuscirei a leggere con attenzione dieci autori al giorno, quindici recensioni al giorno, cinque saggi al giorno. Arrivo fino a qui, anzi spesso fatico già così. Mi rendo conto che Perìgeion, se fosse per la pubblicità che so fare io, sarebbe un sito per due-tre persone. Per fortuna gli altri redattori, che sono soprattutto carissimi amici, sono molto più bravi di me”.


YAWP “(per una volta ridiamo noi, ma solo perché sappiamo di avere appena trovato una brutta metafora) Quindi dopo Non si può imporre il colore ad una rosa (Carteggi Letterari, 2016) che, peraltro, è attualmente in ristampa, la tartaruga ha ripreso a camminare?


TOMADA “La tartaruga cammina sempre, o almeno ci prova...” “...Non riesco a immaginare la mia vita senza scrittura, però mi rendo conto che in alcuni periodi riesco a dire quello che vorrei, in altri no. La poesia ha bisogno di tempo e pazienza per sedimentare. Scrivo senza un progetto preciso, scarto il novantanove per cento di quello che esce perché non merita. A volte trattengo qualcosa. Mi perdo in iniziative collaterali con amici. Detto in altro modo, più diretto, procedo abbastanza a caso. Se c'è stato un filo che ho seguito, sono capace di vederlo soltanto alla fine; adesso, in questo momento, sicuramente no”.



YAWP “Sì, mi ricordo che in quella strana e breve biografia di te stesso alla fine di Un'autoantologia (Dot.com Press, 2016) raccontavi di questa operazione del procedere a caso anche a proposito della raccolta Portarsi avanti con gli addii. Solo che poi, diciamo così, ti sei accorto che invece quella raccolta una coerenza ce l'aveva eccome. Com'è rendersi conto che la poesia sta procedendo a riflettere su alcune questioni personali, prima ancora che tu possa coglierle appieno? In qualche modo ricorda il dilemma del sognatore di Pavese: mentre sogni, tu sei sia l'autore che lo spettatore... sembra inconciliabile”.


TOMADA “Io non lo vedo inconciliabile, anzi mi sembra meraviglioso e terribile al tempo stesso che la poesia possa portarci a fare i conti con aspetti di noi stessi che non avevamo il coraggio, o la capacità, di affrontare. A volte è anche terapeutica, altre invece spaventa. Ma se non ti metti in gioco in quello che fai che cosa puoi sperare di ottenere, e con che faccia lo puoi proporre poi agli altri? La scrittura, credo, necessita tanto di consapevolezza quanto di incoscienza”.


YAWP “Ecco, hai centrato il punto. C'è un aspetto tanto terribile, quanto innocente nella tua poesia, che a tratti mi ricorda la sincerità spaventosa con cui il personaggio del Viaggio al termine della notte di Céline raccontava la propria vigliaccheria. Il gioco ora si complica, perché dobbiamo fare credo un passo dentro la tua sfera privata e non so se siamo i benvenuti... il problema è che sei tu stesso a condurre il gioco, e perdonami anzi se lo chiamo gioco: voglio dire che è impossibile, leggendoti, non sbirciare dalla serratura. Proviamoci, però: quando ho letto la poesia Compiti per casa non ho potuto fare a meno di provare una strana sensazione. Credo tu sappia meglio di me che è davvero coraggioso trattare con una tale sincerità una emozione simile verso il proprio figlio... C'è però anche una poesia che tu hai voluto inserire prima, quasi a nascondere il collegamento con l'altra, ma in qualche modo in Scrivetelo non ditelo ciò che tu racconti a te stesso con la poesia, o meglio ciò di cui parlavamo prima, e cioè che a volte si scrive qualcosa senza sapere bene che cosa, mentre una parte di noi, ovvero la parte che scrive, ne è già al corrente... ecco, collegando queste due poesie tra di loro, è come se tu e tuo figlio la stesse già scrivendo insieme”.


TOMADA “Non preoccuparti di entrare nella sfera privata, se ho pubblicato questi testi non lo è più. Fra l'altro, per quanto io sia molto protettivo nei confronti della mia famiglia, credo che l'incomunicabilità fra le persone nasca anche dall'eccessivo pudore verso le proprie fragilità, dalla paura di dire “questo non lo so fare, non ci riesco, mi costa fatica...” “... Sui due testi che citi, poi, faccio un discorso appena più ampio, perché sono un esempio della differenza fra chi scrive e chi legge, del processo di appropriazione della poesia che giustamente chi legge mette in atto. Il primo, per me, è un testo molto sereno: io, che ho poca pazienza, che per carattere non mi sento adatto ad avere a che fare con bambini piccoli (molto di più con gli adolescenti), ho semplicemente chiesto scusa, mi sembra di avere trovato un modo accettabile di farlo e mi sono sentito in qualche modo sollevato...” “... Il secondo, invece, racconta il legame viscerale che i figli hanno con la madre, mentre quello con il padre, almeno nel mio caso, viene in secondo piano. È qualcosa di cui, all'epoca, soffrivo molto: per quanto impegno ci mettessi, il risultato era sempre lo stesso, un buco a forma di cuore, un ruolo in qualche modo secondario. Mi sono accorto che spesso chi legge ha una percezione opposta alla mia dei due testi, il primo appare più duro, il secondo in qualche modo pacificato. Ma va benissimo così: sono contento quando succede che qualcuno renda proprie le mie parole fino al punto di stravolgerne il senso. Almeno fino a quando non accadrà che ne facciano un manifesto razzista...”


YAWP “Ora ho detto Céline, ma non vorrei vedere cose dove non ci sono”.


TOMADA “Non so cosa dire, davvero. Mi imbarazzano gli accostamenti così importanti, tutto qui”.


YAWP “(ridiamo, di nuovo: chissà perché poi, forse solo per smorzare il nostro buco nell'acqua) Non ti preoccupare, Louis! (esclamiamo, peggiorando la situazione). Comunque Compiti per casa è una poesia bastarda, perché se è vero che tu pensi di essere migliore di tuo figlio, è anche vero che, davanti a lui, fingi di non esserlo. Questo complica ulteriormente le cose, perché uno si chiede: e allora conta di più ciò che si pensa, anche se terribile, o ciò che si fa, anche se meravigliosamente dolce? E, anche se si fa qualcosa di meravigliosamente dolce, il fatto di avere pensato qualcosa di terribile non è mica facile da dimenticare”.


TOMADA “Immagino che per tutti esista spesso una distanza fra ciò che si è, quello che sta nel proprio istinto, e quello che si cerca di realizzare. Amare, crescere i figli, ma anche mantenere comportamenti coerenti e “giusti” (uso questa parola non a caso) nei rapporti con gli altri e nell'agire sociale non è affatto detto che venga naturale, significa talora andare contro all'istinto animale che abbiamo dentro. Negare la difficoltà significherebbe essere falsi..:” “... Io mi sforzo di essere un buon padre e un uomo degno, ma non sono certo un buon esempio da seguire. Faccio fatica, mi perdo per strada, ondeggio fra il terribile e il dolce, come li definisci tu, un passo avanti e uno indietro, a volte sono contento di me stesso, a volte mi detesto. Quello che conta di più, credo, è quanto ci si mette davvero in gioco nel provare”.



YAWP “Ho preso Compiti per casa come esempio. Ma nella raccolta Un'autoantologia – cito quella perché raccoglie una selezione delle tue precedenti raccolte, quindi più o meno tutto ciò che avevi scritto fino allora – le poesie che giocano con questa doppiezza sono tantissime. Anche se, poniamo, l'aver fatto altro da ciò che pensavi ti ha salvato nella tua vita privata, scrivere poi di ciò che pensavi e renderlo pubblico in qualche modo non annulla ciò che avevi fatto? O aiuta a esorcizzare e fare i conti con ciò che di terribile hai pensato? Non so se le persone di cui parli si riconoscano nelle tue poesie, o se non le leggano proprio. Ma, insomma, credo sia qualcosa di stupendo”.


TOMADA “Forse scrivere aiuta a comprendere da dove si parte e dove si riesce ad arrivare, o meglio a fronteggiarlo. Non salva, non annulla ciò che si è fatto. Lo rende trasparente. Scrivere racconta quella fatica di cui parlavo prima, che credo dovrebbe essere la fatica di ciascuno di noi. Lo ripeto: non sono un esempio, non posso dare lezioni di poesia e tanto meno di umanità. Posso soltanto raccontare il mio tentativo, che a volte riesce e a volte no, sperando che magari chi legge possa incontrare una vicinanza, forse in alcuni casi un conforto, in altri un vuoto o un dolore da guardare in faccia e non dimenticare”.


YAWP “Quindi non ha niente di catartico, o cose simili per te. Però, ti dirò che, ciò che dipingi come abbietto, attraverso la doppiezza di prima, ha sempre qualcosa di innocente”.


TOMADA “È anche catartico, nel senso che ammettere le cose permette di liberarsi di un peso. Scrivere per me non è bello, non è divertente, però mi aiuta. L'innocenza sta tutta nelle nostre debolezze, se abbiamo una forza è nel non avere bisogno di nasconderle piuttosto che nel negarle”.


YAWP “Già, è massacrante a volte. A me per esempio succede che inizio a fumare una sigaretta dopo l'altra – una ogni volta che mi blocco, fosse una parola, un verso o un paragrafo... e se mi blocco più volte per paragrafo è veramente massacrante – così alla fine, mi ritrovo sempre con il mal di gola e però, se riesco a creare qualcosa, mi prende uno strano tremito che, dopo ore, mi lascia esausto. A te succede mai che questa pesantezza mentre scrivi si ripercuota anche nella fisicità?


TOMADA “Sì, anche perché fumo come te. Accade che scrivere mi consumi. Oltre che nella fisicità, anche nell'umore. Se poi non arrivo dove potrei perché tutto mi si annoda dentro divento una bestia in gabbia, come sa bene chi mi sta vicino”.


YAWP “Che poi, se ci pensi, è strano che tu faccia qualcosa che non consideri bello, ma che poi per il lettore deve esserlo fino in fondo. Voglio dire, anche se non trovi bello scrivere, mentre lo fai è indubbio che tu segua una tua estetica”.


TOMADA “È vero fino a un certo punto: scrivendo non mi preoccupo affatto che un testo sembri bello, mi preoccupo che sia vero. E che abbia quell'equilibrio fra detto e non detto che lascia chi legge senza rete, senza difesa, e quindi deve farlo ancora prima con me...” “... Certo, bisogna conoscere lo strumento-parola, che è potente e delicatissimo, però dal punto di vista formale resto piuttosto naif, lavoro e rifinisco poco, e non ho mai trasformato un testo non riuscito in uno riuscito a posteriori. Seguo più un'etica che un'estetica, se mi passi questo accostamento abusatissimo.


YAWP “Sai perché ontinuo a insistere proprio sulla tua biografia? Perché entrambi crediamo che scrittura e vita siano la stessa cosa. C'è in te, talvolta, il gusto di esprimere l'empatia attraverso una sottigliezza, che non è la vita di tutti i giorni, ma veramente qualcosa di piccolo e non visto. E questo è davvero qualcosa di nobile, visto che leggendo le tue raccolte, si intravede qualcosa di più grande... tutti quei demoni con cui hai voluto, prima o poi, fare i conti. Sto parlando del Francesco bambino, che è uno degli io lirici di tantissime tue poesie”.


TOMADA “Sinceramente non so nemmeno dire se voler affrontare i propri demoni in un continuo corpo a corpo sia sempre la strada giusta. Sì, se penso a quello che ti ho risposto prima; no, perché toglie serenità, o almeno a me genera uno stato di inquietudine perenne, spesso rabbiosa, che è il mio peggiore difetto...” “... Altri sono capaci di convivere con se stessi in modo molto più facile, io no, io combatto con me stesso, ma quello che mi salva è l'attaccamento tenace che sento verso la vita e le persone che amo...” “... In un certo senso, anche se in modo diverso, era una sensazione che avevo già da bambino: oggi ne sono più consapevole, a volte un poco più pacificato, ma non mi sento molto distante da allora, il tempo interiore è un tempo breve. E forse da adulto sono stato capace, in alcuni momenti, di cogliere quei segnali di attrito a cui da bambino non sapevo dare un nome e un senso”.


YAWP “E infatti il corpo a corpo lo hai evitato, almeno tu. Ciò che spiazza, a un certo punto, leggendoti è che in una poesia così attaccata alla propria biografia, hai poi deciso di dedicare una intera sezione a tua madre: In suo nome. Ma hai fatto di più, ti sei finto addirittura tua madre... è lei che prende la parola, è Francesco che comprende la propria madre per comprendersi meglio. E, almeno finora, è un unicum nella tua scrittura”.


TOMADA “Quella sezione è un unicum per molti aspetti. Prima di tutto perché, contrariamente alla mia lentezza, è uscita tutta in tre giorni, in cui ero davvero in una specie di trance. È stato come aprire i rubinetti di una vita intera, del disastro della mia famiglia, delle tensioni soffocate e radicate negli anni, e mi è venuto spontaneo utilizzare quasi in tutte le poesie il punto di vista di mia madre, che era una donna di pochissime parole, remissiva, se vuoi succube. Ho immaginato che finalmente parlasse, che lei (ma anche io con lei) mettesse sul piatto quanto aveva pagato e sofferto. Quella sezione, per me, è un peso enorme di cui dovevo liberarmi, anche per dirle “ho visto cosa hai fatto, lo ho notato, te ne sono grato”. E lei, quando la ha letta, ha fatto solamente un mugugno, ma io sentivo che anche il suo era un grazie, lei sapeva già che io sapevo, non la ha sorpresa, ha sempre creduto in me più di quanto non facessi io stesso..:” “... Pagine così – intendo per il peso specifico che hanno, non per il valore che non sta a me giudicare – si scrivono una volta sola nella vita. A volte la rileggo e mi rendo conto che adesso non ne sarei più capace. Mi spiego: secondo me il libro successivo è più riuscito, compatto, contiene testi che trovo davvero belli, forse migliori. Ma una simile densità, un simile flusso necessario nella scrittura, non li ho più raggiunti e mi sembra molto difficile che possa accadere di nuovo”.


YAWP “In qualche modo, con la raccolta successiva, Portarsi avanti con gli addii, stavi salutando anche tutto ciò che avevi scritto sino allora?”


TOMADA “Sì. Quella raccolta mi sembra la fine di un percorso. Sono sincero e senza falsa modestia lo trovo un bel libro, il massimo che ero capace di fare in quel momento. Il problema è che non vedo un nuovo percorso, la paura di ripetermi è fortissima. Chiaro, purtroppo o per fortuna io scrivo così, non mi metterò a sperimentare per il gusto di cambiare o di dimostrare che so farlo, non me ne frega niente. Accetto che la mia voce sia il mio confine, e magari continuerò a scrivere di famiglia genitori figli per sempre, anche se ci terrei molto ad affrontare temi sociali. Però, qualsiasi sia la strada, ci dovrà essere un motivo per seguirla, altrimenti spero di avere la forza di tacere”.


YAWP “A partire anche da quel te che studiava Biologia? (ridiamo)”.


TOMADA “Ma io amo la Biologia! Anche se negli ultimi anni mi sono distratto, avrei dovuto studiarla di più. Però, paradossalmente, se ad esempio avessi studiato Lettere non credo che mi sarebbe mai capitato di scrivere poesie, mi sarei stancato e annoiato prima”.


YAWP “Centra qualcosa con il fatto che hai esordito a quarant'anni, più o meno? Oppure, eri uno di quelli che nascondeva le poesie tra le fialette del laboratorio?”


TOMADA “No, non nascondevo nulla. Ho cominciato a leggere poesia dopo la laurea, probabilmente per reazione, per un senso di nausea e saturazione verso le scienze. E i primi tentativi di scrittura sono ancora successivi. C'è stato bisogno di tempo per potersi proporre agli altri, e ancora di più per sentirmi in grado di pubblicare qualcosa”.


YAWP “E credi che ci sia la possibilità di una componente biologica nella poesia? O, quanto meno, nel tuo approccio personale alla scrittura?”


TOMADA “Nel corso del tempo, mi sono reso conto che il mio approccio alla scrittura è di tipo scientifico, quasi sperimentale, e probabilmente non saprei comportarmi in altro modo. Osservare, togliere quello che genera confusione, cercare di comprendere le regole e le leggi, formulare un'ipotesi. La differenza fondamentale e bellissima è che in ambito scientifico l'ipotesi punta a suggerire una spiegazione, nella scrittura quasi sempre una domanda”.


YAWP “Che poi, c'era anche un altro scrittore che come te era partito dalla facoltà di Biologia: Niccolò Ammaniti... saresti il secondo, o se vuoi, di nuovo il primo, visto che fai poesia (speriamo comprenda che si tratti di una freddura). Però fidati, perlomeno nel tuo caso: meglio così”.


TOMADA “Ti ringrazio. A pensarci bene, ci sono diversi autori di poesia che hanno una formazione tutt'altro che letteraria o umanistica. Insomma, nella vita c'è sempre tempo per cambiare strada, o allargare un poco gli orizzonti”.



YAWP “Finiamola di fare gli antipatici per ora...” “...Ti chiedo della biologia in realtà perché, al di là del fatto che sei uno che ci tiene molto a mettere ciò che hai vissuto sotto la lentina del microscopio, c'è pure una esplicita esposizione della componente biologica già dai titoli: da A ogni cosa il suo nome, fino a Non si può imporre il colore ad una rosa, il «nome», il «colore» è sempre qualcosa che rimanda all'essenzialità... o meglio, all'esattezza.


TOMADA “Mi piace provare a dire pane al pane, vino al vino, dare un nome alle cose anche quando quel nome può fare male o essere scomodo. Non ci avevo mai pensato in termini scientifici, ma credo proprio che tu abbia ragione”.


YAWP “Ma adesso che cosa stai davvero scrivendo? Su raccontavi, mi sembra, di qualcosa di simile a un manicomio. Invece, sia su Yawp che su Atelier, ti sei messo a sfogliare gli album fotografici di famiglia... una poesia l'hai pure chiamata Presente e, parlando di nuovo del te bambino, questa volta hai scritto: «Nella foto della mia seconda elementare/ i grembiuli neri tutti uguali i colletti bianchi/ io non riesco a riconoscermi/ al contrario Alessio senza esitazione/ punta il dito e dice tu sei qui»”.



TOMADA “Quel testo parla delle cose che trasmettiamo ai figli senza saperlo, spesso senza volerlo. Dopo tutte le pianificazioni (faremo questo, programmeremo quello...) ti accorgi che in realtà loro prendono da te soprattutto il non-detto, a volte ciò che non avresti mai voluto trasmettergli, e che invece sanno riconoscere e fanno proprio. Per fortuna o purtroppo, la genitorialità è qualcosa che supera le possibili previsioni...” “... Riguardo a quello che sto scrivendo, vale quanto ti ho raccontato prima. Non ho una linea precisa, dunque vado, torno, ritorno. Per una serie di circostanze abbastanza casuali sto lavorando soprattutto sulla prosa, cosa che per me è un'esperienza nuova: lì c'è bisogno di un progetto chiaro prima di iniziare. Chissà che non mi possa servire in futuro...


YAWP “ (sul finale non vogliamo dargli scampo, così insistiamo sulla poesia) Però finisci anche dicendo: «quello che mi mostra/ è l'unico bambino che non ride». Ciò che ti distanzia da lui è allora la felicità?”


TOMADA “Felicità è una parola impegnativa. Diciamo che sono un uomo fortunato, le persone che ho vicino mi aiutano a venire a patti con me stesso”.


YAWP “Possiamo dire allora che sei riuscito a rompere il silenzio?”


TOMADA "(ride) Magari... provo a fare la mia parte, ecco". 



Breve antologia sulla poesia di Francesco Tomada:


(parla lei)


Accendevamo le sigarette in auto con i figli sul sedile posteriore pareva che bastasse aprire il deflettore della millecento erre per cambiare l’aria e che niente avrebbe davvero lasciato un segno non il catrame nei polmoni non gli schiaffi che coprivo con il fondotinta sulle guance ma non era più il colore vero della mia pelle non era più l’odore delle mie mani ma nicotina non era non era vedi, ho imparato a pensare per negazioni non era la scelta giusta costruire una casa nuova per andarci a vivere la scelta giusta è stata quella di lasciarla vuota


(da A ogni cosa il suo nome, Le Voci della Luna, 2008)


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(parla lei)


Adesso costruiscono dietro alla nostra vecchia casa oltre al fosso sorgono le palazzine quelli che verranno ad abitare qui non sapranno niente di noi, nemmeno che siamo esistiti che siamo esistiti insieme spero vivranno felici nei condomini che hanno avverato il nostro destino: l’orizzonte che era nostro si chiude si è chiuso è diventato cemento


(da A ogni cosa il suo nome, Le Voci della Luna, 2008)


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(parla lei)


Adesso se volessi potrei raccontare ma le frasi mi costano ancora fatica ogni congiunzione copre un respiro da prendere ogni verbo definisce un gesto che poteva essere diverso così queste parole le scrive il solo figlio che ci resta da te ha preso gli occhi e la rabbia da me i silenzi lo guardo: quello che in lui vive non sei tu e non sono io ma un uomo che è cresciuto come una radice nello spazio tra di noi


(da A ogni cosa il suo nome, Le Voci della Luna, 2008)


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Scrivetelo non ditelo


Arrivi correndo con un foglio in mano scarabocchi qualcosa e mi dici è un regalo per la mamma puoi aiutarmi a tagliarlo?


raccolgo le forbici e ti accontento tu prendi quello che volevi e vai via di fretta


a ognuno quello che gli spetta: a me un pezzo di carta e dentro un buco a forma di cuore


(da A ogni cosa il suo nome, Le Voci della Luna, 2008)


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Compiti x casa


Otto anni e ancora non sai fare le addizioni per questo ti correggo troppo duramente allora chiedi “ma tu non sbagliavi mai?”


e come posso dirti che facevo sempre tutto bene ero troppo bravo troppo grande per la mia età spiegavano i medici come adesso lo sono per la tua


così racconto una bugia “certo che sbagliavo anch’io”


vedi, inventiamo un’infanzia che ci assomigli per riempirla delle cose che avremmo meritato tu un padre più paziente io la matematica contata su cinque dita


(da A ogni cosa il suo nome, Le Voci della Luna, 2008)


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Portarsi avanti con gli addii


E se domani io non ci fossi più per un incidente o qualsiasi cosa che ora non immaginiamo o perché la rabbia mi ha formato un coagulo nel cuore


dopo il tempo che ti serve tu comunque vai avanti trova un altro uomo che sia un padre se possibile migliore per i nostri figli


per favore non far recitare quelle messe a cui tutti devono venire senza averne voglia non tenere i miei ricordi in un cassetto perché di buio allora ne avrò già abbastanza


e non dire a nessuno se mi pensi piuttosto custodiscimi come una seconda adolescenza qualcosa che ti porti sempre dentro anche se non sei più tu


(da Portarsi avanti con gli addii, Raffaelli, 2014)


*


A conti fatti

Lo puoi vedere ancora nei miei occhi: sono stato un bambino con poca gioia


invece il tuo sorriso esplode spesso senza alcun motivo allora ho pensato che ne potesse avanzare per me e anche per altri


per questo è nel tuo ventre che ho cercato i miei figli


(da Portarsi avanti con gli addii, Raffaelli, 2014)

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