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Intervista I Marco Vetrugno e il teatro come scrittura di scena

Aggiornato il: 11 dic 2019

È difficile incontrare un poeta, almeno non è così scontato, persi nella corsa quotidiana quali siamo, ma accadono anche le eccezioni. E così è per questa telefonata, nata per caso o forse no, a Marco Vetrugno, poeta e drammaturgo salentino. Autore di Poetico delirio (ed.Lupo), Organismi Cedevoli (Ed. Manni), Le Mie Difese (Ed.Manni), Mutilo (Musicaos) e appunto, nostro oggetto di discussione, Apologia di un perdente (Elliot, 2018).


Si tratta di un giovane autore prolifico e la cui vena drammatica lo fa scrivere sia in versi sia come scrittore di scena. Non ci resta quindi che telefonargli e confrontarsi con lui.

YAWP: “Ciao Marco, come stai? Ho avuto modo di leggere la tua opera, Apologia di un perdente, e devo confessarti che mi ha sorpreso... a tal punto da andare a vedermi la tua biografia e mi sono accorto che sei salentino, al che mi sono reso conto, e non era difficile a quel punto, di quanto la lezione beniana fosse ben presente in te e nel tuo modo di fare teatro; quanto è stato importante Carmelo Bene per la tua formazione e quanto per la tua generazione?

VETRUGNO: “Il mio approccio alla drammaturgia e al teatro tout court, è stato molto inusuale. Per anni ho letto testi teatrali, a decine, e solo in un secondo momento ho iniziato a frequentare i teatri, incuriosito dalla produzione contemporanea, che a essere sinceri, tralasciando sporadiche produzioni, mi ha molto deluso. Carmelo Bene – per tornare alla tua domanda – rappresenta un’icona, uno snodo significativo e cruciale, per l’approccio, lo studio, le innovazioni e il dibattito che ha generato. Credo che la mia generazione, come le tutte le altre che verranno, non possa esimersi dallo studiare i suoi testi, dal guardare con meraviglia le sue pellicole, i suoi concerti, le sue interviste. Di Bene ho reperito, non senza poche difficoltà, tutti i suoi scritti, libri che ormai stanno scomparendo progressivamente dalle librerie – un esempio è l’opera omnia pubblicata da Bompiani acquistata a 90 euro –, leggendo e ammirando anche scritti meno conosciuti, come Credito italiano Verdi o più ermetici, come ’L mal de’ fiori, fino ad arrivare al suo capolavoro, Nostra signora dei turchi. Ho ammirato ripetutamente i suoi concerti, Quattro modi di morire in versi, lo ascolto e lo guardo con una frequenza “significativa”, o il Manfred con le musiche di Schumann, le sue innumerevoli riscritture, ecc. Nella mia ricerca C. B., un artista che deve essere osservato attraverso uno sguardo caleidoscopico, ha avuto un ruolo importante, significativo, ma chi ha lasciato in me un taglio, uno squarcio indelebile, è Thomas Bernhard. Quest’ultimo rappresenta l’apice della prosa, della poesia e della drammaturgia del ‘900. Nessuno come lui è riuscito ad esprimersi nelle tre forme a livelli così alti, inarrivabili. Studiando dalle sue quaranta pubblicazioni ho appreso e compreso molto. Per quanto concerne la drammaturgia, opere come Minetti, Il riformatore del mondo, La brigata dei cacciatori, per citarne solo alcune, mi hanno colpito, entusiasmato talmente tanto da invogliarmi a provare a scrivere anch’io in quella forma monologante, vertiginosa e assoluta. Bernhard e Bene non sono stati gli unici logicamente, perché un ruolo fondamentale nella mia ricerca, nella mia traiettoria lo hanno avuto anche Camus con il suo Caligola, Sartre con I sequestrati di Altona o Porta chiusa, Beckett con Finale di partita e tutte le sue trenta pubblicazioni italiane, Durrenmatt, Artaud, Genet, Buchner, Williams, Osborne, S. Kane, Don Delillo, ecc. Un vero scrittore non può esimersi dallo studiare fino allo sfinimento, deve vivere e morire ripetutamente, deve avere fame, una fame incessante, corrosiva, deve lavorare sul proprio stile, che è innato ma che necessita sempre di un lavorio costante, essere unico.”

YAWP: “Avendo appreso la questione di Bene è facile capire come il tuo testo sia non un testo di stato, cioè presuppone una sorta di identità altra; una scrittura di scena: ma il teatro elisabettiano, di prosa, di stato, è ancora possibile?”

VETRUGNO: “Quando scrivo non penso mai ai miei referenti, al pubblico, a come verranno recepiti o compresi i miei testi. Questa credo sia una regola fondamentale per un artista. Comportandomi diversamente correrei il rischio di snaturarmi, di perdermi. Non è un caso che i miei due testi teatrali siano due monologhi, perché questa nobile forma drammaturgica è tale proprio perché è un continuo delirio, un flusso inarrestabile, e soprattutto è indirizzata a tutti e a nessuno. Il pubblico siamo noi, e sta a noi non lasciarci neutralizzare dalla scrittura “di stato”. Esistono da sempre una serie di produzioni di una inconsistenza disarmante, produzioni nate per riempire i cartelloni, nate per far lavorare quattro – o cento – poveri disgraziati. In questo momento mi chiederei più che altro cos’è lo stato, che ruolo ha/hanno la/le comunità. Il teatro deve comunicare, deve risvegliare impulsi sovversivi, moti insurrezionali, deve scuotere, far ragionare, meravigliare. Il teatro che non si prefigge questo non è teatro, ma una farsa, una perversione, una truffa.”

YAWP: “Altra cosa che mi ha colpito è questa simbiosi quasi materna, prenatale, tra pittura e teatro, tra iconografia e scena... certo di lezioni in passato ce ne sono state, Bene a parte, c'è stato tutto il teatro dell'assurdo e poi Ionesco, Pasolini in alcuni pezzi cinematografici, quali la Rabbia, La Ricotta: è possibile che quindi il teatro per essere tale oggi non debba essere più teatro? In altre parole, il teatro può superare il teatro?”

VETRUGNO: “Ma cos’è il teatro se non una dimensione di libertà che racchiude in sé pittura, filosofia, movimento, scrittura e musica. Il teatro deve superarsi, non deve mai porsi limiti. Chi ha la sfortuna di addentrarsi in questo mondo deve necessariamente possedere un bagaglio culturale che racchiuda tutte le principali arti. Per tornare a Carmelo Bene per esempio, Deleuze ci ha fornito chiavi essenziali, o pensate a Francis Bacon nella pittura, che immaginario, che implosioni ha provocato. Io sono un poeta e mi sono approcciato alla drammaturgia per dare alla mia poesia nuove forme, per liberarla dalla raccolta stantia dei componimenti. Le mie visioni necessitavano – e necessitano – di un campo aperto, di aria, di libertà, del teatro appunto.

YAWP:“Non a caso la scrittura di scena presuppone due cose strettamente connesse; la dimenticanza quindi il fatto che il dramma è riportato all'atto, al presente e l'amplificazione cioè il vuoto il nichilismo di chi apprende. Ora da sempre convinto che nell'Età post-industriale il genere non è più possibile e io stesso da autore sia di narrativa sia di teatro questo l'ho sperimentato, secondo te quale sarà la meta del teatro come dell'arte in genere?”

VETRUGNO:"L’arte è una forma di lotta. Come scrittore, come uomo, non cerco nessuna salvezza, ma lotto comunque. Da sempre chi parla di arte salvifica mi fa venire un forte impulso al vomito. Spero che in futuro nascano artisti in grado di dare tutto per essa, capaci di immolarsi per la bellezza, per tutto ciò che è puro, per l’innocenza. Questa è una mia piccola speranza, perché oggi quando mi guardo attorno scorgo molti truffatori, arrivisti, speculatori, fantasmi.”

YAWP:La storia è messaggera di dinamica; là dove tutto è statico non ci può essere storia, quindi il teatro è forse la scrittura (sempre tradita) che meglio riesce a raccontare la storia?

VETRUGNO: “Con la nascita della televisione, che costantemente ci ragguaglia su ogni tipo di vicenda, dalla cronaca in poi, il teatro ha perso la centralità nella comunicazione, nel racconto. Forse la storia, mi azzardo, è l’insieme di più storie, è il risultato dell’addizione di più vicende che si intrecciano. Il teatro racconta queste singole vicende, racconta l’uomo, e quindi, forse, la storia”.

YAWP: “Le arti quindi secondo il tuo parere nell'età post-industriale e quindi paleo-futura potranno fondersi assieme e tornare a essere un tutt'uno?

VETRUGNO: “Credo che in parte già lo facciano. Non si possono guardare le Prigioni di Michelangelo senza dare ad esse un pensiero filosofico. La storia dell’arte d'altronde ci fornisce diversi significativi esempi di compenetrazione fra diverse forme. La mia personale visione non prevede barriere o divieti, anzi col passare degli anni sto cercando di avere una visione volta ad includere, a legare, lì dove è necessario logicamente, a fondere, per usare un tuo termine”.

YAWP: “Quali sono i tuoi prossimi progetti? All'orizzonte c'è ancora teatro o cosa?”

VETRUGNO: “Ho appena chiuso una raccolta di poesie, la cui stesura racchiude un ventaglio temporale di almeno due anni. Credo che la terrò con me per diverso tempo perché al momento non vedo sbocchi editoriali significativi. Non ho nessuna fretta comunque, ho imparato che le occasioni vanno aspettate. Da pochi giorni ho iniziato a scrivere un nuovo lavoro, ma non ho ancora chiaro in mente se sarà un testo teatrale o in prosa. Nell’immediato sto lavorando insieme a Giuseppe Semeraro e Davide Morgagni (con il prezioso aiuto di Giovanna Paiano) alla messa in scena di Apologia di un perdente. La scenografia dello spettacolo è curata da due pittori, Giancarlo Mustich e Alessandra Chiffi, che per l’occasione produrranno diverse tele in bianco e nero. La scelta di affidarmi a due pittori e non a degli scenografi di professione, credo sia esplicativa di quanto detto finora. Il 15 novembre debutteremo presso il teatro Paisiello.

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