• Antonio Merola

Intervista | Periodo di transizione: la poetica «malata» di Fabio Strinati

Aggiornato il: 18 dic 2019


Fabio Strinati ha da poco pubblicato in Romania Periodo di transizione: una raccolta poetica tradotta da Daniel Dragomirescu per la casa editrice della rivista Contemporary Literary Horizon. Ha già pubblicato in Italia Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo (2014), Un’allodola ai bordi del pozzo (2015) e Dal proprio nido alla vita (2016), un intero poemetto ispirato a un romanzo di Gordiano Lupi, Miracolo a Piombino. Storia di Marco e di un gabbiano (Historica, 2015). La scelta di parlare dall’estero allora è dettata da una esigenza diversa: in questa breve chiacchierata abbiamo cercato di capire il perché.


A cura di Antonio Merola

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YAWP: "Ciao Fabio, la prima domanda che voglio farti è questa: come mai hai scelto di pubblicare la raccolta Periodo di transizione proprio in Romania?"


FABIO STRINATI: "Diciamo che la Romania è una nazione che mi ha sempre affascinato, sia sotto l’aspetto geografico, sia sotto l’aspetto culturale. Ho sempre ammirato musicisti come Alfred Alessandrescu, Gerorge Enescu, Stan Golestan e Roman Vlad. Ma anche poeti e poetesse come Ion Barbu, Eta Boeriu, Tristan Tzara e molti altri ancora. Quindi la scelta di pubblicare un libro di poesia bilingue italiano/rumeno è dettata dall’amore che nutro per questa meravigliosa terra, purtroppo molto spesso bistrattata".


Y.: "La raccolta appare come il lamento di un io lirico malato: c’è anzi, dietro ogni lirica, una individualità interamente malata che cerca di ricomporsi. Esiste allora uno scarto tra questo io e l’oggetto del suo studio, cioè se stesso, l’uomo Fabio, oppure alla fine il tentativo si riduce a una semplice sovrapposizione, quasi a una registrazione meccanica della malattia che sembra muovere la tua poesia?"


FS.: "Ogni poesia è come un enorme contenitore, come il disperato tentativo di entrare dentro luoghi che possono essere o popolati da strani e bizzarri personaggi, oppure completamente spogli e disabitati. Quindi, più che una sovrapposizione, direi un’assidua ricerca dettata da un preciso momento della vita; per esplorarsi a fondo ci vuole coraggio, studio, metodo… e anche un pizzico di sana follia. Di conseguenza, Periodo di transizione è per me un libro di passaggio, appunto, transitorio, ma non per questo un libro minore, anzi, lo considero come un lungo viaggio verso la maturazione".


Y.: "Questa domanda è in parte connessa a quella precedente: ha senso oggi insistere ancora così fortemente intorno alla propria individualità, fino a farne l’oggetto esclusivo (e ossessivo) della narrazione lirica?"


FS: "Tutto ha un senso quando ci sono ingredienti come la passione e la sincerità. Tutto ha un senso quando sei in grado di ascoltare non solo le tue parti più visibili, ma anche quelle più nascoste. Per me la poesia è il frutto di una reazione preceduta da attimi, istanti carichi di energia, che come una violenta scossa, ti arrivano al midollo facendoti vibrare fino alla dannazione. In ogni caso, dentro a ogni poesia è vero che c’è l’anima del poeta e una fusione di sentimenti che s’intrecciano dando vita a un immenso albero di suoni e di parole, ma dietro a ogni poesia, ci sono molti cuori e molte teste. Molti pensieri; una diversificazione di stati d’animo figli dell’impazzimento".


Y.: "Lo stile di Periodo di transizione sembra sempre frantumare o dividere ogni lirica, quasi a volere respingere ermeticamente una possibile richiesta di aiuto e di comprensione. O per inverso, fino a richiedere al lettore una partecipazione complessa nella rilettura dell’opera. La parola che chiude la raccolta è peraltro «invano» : credi di avere trovato il linguaggio esatto per comprenderti?"


FS.: "Credo che Periodo di transizione sia tra i miei libri quello più riuscito e lo dico a malincuore, visto che con altre mie raccolte ho un feeling diverso, quasi un rapporto protettivo, paterno. Scrivo poesia perché voglio dare vita alle parole: mi piace l’idea che ogni libro possa avere la sua storia da raccontare; una possibilità su questa vita di passaggio, una voce fuori dal coro, quasi transitoria. Lo stile, che io considero come una sorta di “scrittura/preludio”, è frutto di una continua ricerca fatta di pochi fronzoli, ma ricca di particolari. Non ho mai amato il dettaglio fine a se stesso, ma ho sempre visto il particolare come una ghiotta occasione da esplorare da cima a fondo: bisogna essere bravi a saper incastrare le cose perché d’altronde la vita è un continuo mettere e togliere, dare e avere… e concludo dicendo che, più che un libro di poesia, Periodo di transizione è un canto figlio dell’orgoglio e della disperazione".


Y.: "Questa non è certo la tua prima esperienza poetica. Prima di arrivare a una (o più) pubblicazioni, quali riviste letterarie consiglieresti oggi a chi si trovasse a scrivere poesia?"


FS.: "Pubblicare le proprie poesie nelle riviste letterarie aiuta sicuramente tanto. L’importante, è essere disciplinati, muoversi con ordine e con metodo. Come riviste, oggi, consiglierei: Versante Ripido, Sìlarus, Achab, Atelier, Argo, La Macchina Sognante, Bibbia d’Asfalto. Anche in questo caso, ogni rivista ha la sua storia, la sua forma, la sua dimensione, la sua anima".


Da Periodi di transizione:


Svuotarsi


Ho la morte nel suo turno che snatura i fossi carichi di foglie sfuggite ai venti lasciate marcire dagli alberi ricurvi,

fotografie di attimi in scatole gonfie di stagioni anormali,


vesciche ai piedi delle bestie mature in un folto brulicare di urli oltre staccionate riempite di fori che trafiggono il mio stesso sguardo vuoto,


e la morte, che si spoglia della vita curvata verso buche denutrite in stati confusamente terminali.

È la partenza

Un letto è lento fermo statico immobile e giace...


nel suo letto pulito, nel suo immobilismo, e la carta è bianca e lenta e lenta, cade,


la foglia da un albero di alberi e smisuratamente le stagioni.


Abbandonato

Non solo mi chino su questa terra di fango marrone e mi piego scacciando le ferrose catene in un nevrotico abbandono,


che la sorte ormai guastata nella sua biada di morte camuffata, travestita da una sagoma di vita slavata e lunatica,


mi rende uno specchio d’inverno opaco, e steso nel vuoto nell’incertezza siderale che tanto mi somiglia, ecco che mi spengo in uno stordimento contrariato.

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