• Antonio Merola

Intervista / Interview | Craig Czury


Era successo quando lavoravo al progetto Leggere in Circolo delle Biblioteche di Roma. Lavoravo tutto il giorno con i libri. E se avevamo una pausa, io la usavo per andare a sbirciare altri libri tra gli scaffali. Il giorno in cui conobbi Craig Czury ero alla Casa delle Traduzioni, che è una biblioteca ma è anche una casa; una casa che ospita traduttori da tutto il mondo. Se abitate, lavorate o studiate a Roma, potreste andare a darci un'occhiata: ci sono un mucchio di libri in tutte le lingue - e questo è il terzo motivo per cui la Casa delle Traduzioni si chiama proprio così. Io, quel giorno, pescai un libro di poesie: AMERICAN KNOW-HOW. In attesa di brevetto di questo Craig Czury. Il volume era tradotto da Riccardo Duranti e accompagnato dai disegni di Dino Patanè (Empirìa, 2003) e raccoglieva una serie di simpatiche poesie su come si doveva scrivere una poesia. Per esempio così: «scrivi la poesia dietro un aquilone/ fallo volare più in alto che puoi/ chiedi a un passante di tenerti il filo/ solo un attimo/ perché devi andare al bagno/ ma torni subito/ non tornare mai». Czury veniva presentato come «poeta del non sense». Che cosa fai quando non sai niente di un poeta? Io faccio questo: cerco la sua biografia su Wikipedia. A me Wikipedia è molto utile, checchè se ne dica in giro. Sono uno che ha bisogno di scoprire la vita delle persone, prima di leggerle. Scopro che Czury è un poeta americano. Scopro che ha viaggiato in autostop per gli Stati Uniti. Scopro che è vivo.

E che faccio? Lo contatto, perché la sua è una poesia che mi piace. Czury parla proprio come scrive. Riesco a capire che al momento insegna qualcosa, forse scrittura creativa, in una scuola privata in Lombardia e che gli piace la grappa. Mi regala altri due libri: uno di prose Fifteen Stones (2017) e uno di poesia Never Minds the Trucks (Non pensare ai camion). In autostop sulla faglia Marcellus (trad. Aldo Villagrossi, 2016). La dedica mi fa capire che Yaaawp è un grido che non lo lascia indifferente.

Questa intervista è una intervista strana. Czury ha usato la tecnica del docupoems per rispondere alle mie domande, una specie di collage. Per questo è anche una intervista speciale, che permette al lettore italiano di entrare nel vivo della poesia di Craig Czury. È infine una intervista, bisogna dirlo, che non sarebbe mai esistita senza il contributo della traduzione di Sara Comuzzo. «Mi sono ricordato che il poeta di questi giorni richiede un "MARCHIO". Il "Poeta del Carbone". Il “Poeta Poem Fusion." Il "Docupoet". "Il Poeta Nonpoetry". “Il poeta nonsense." Il poeta che indossa una camicia di forza» mi dice quando gli faccio notare che la tecnica del docupoems, che ho riscontrato negli altri libri che mi ha regalato, sembra l'esatto opposto del non sense. Qualcuno, forse lui stesso, l'ha definita come «Creative Nonpoetry». Funziona così: si prendono frasi che qualcun altro ha detto e le si inseriscono in una poesia come se il risultato fosse un documentario... un documento o una testimonianza in versi. Craig Czury ha dedicato parte della propria vita viaggiando in autostop e denunciando i danni causati dalle attività di fracking in Pennsylvania. _______ Concludiamo con una precisazione. Per facilitare la lettura, che sarebbe stata impossibile da pc, abbiamo preferito caricare qui sotto il pdf dotandolo di testo a fronte, perché l'intervista si è svolta in inglese. Buona lettura!


Link all'intervista

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