• Antonio Merola

Intervista | La resilienza del bosco. Dialogo con Giorgio Vacchiano


Giorgio Vacchiano, ricercatore e docente in Gestione e pianificazione forestale presso l'Università Statale di Milano, studia modelli di simulazione in supporto alla gestione forestale sostenibile, la mitigazione e l'adattamento al cambiamento climatico e ai disturbi naturali nelle foreste temperate europee. Ha all'attivo numerose pubblicazioni scientifiche; è membro della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF) e dell'Ecological Society of America (ESA), e consigliere dell'Associazione Pro Silva Italia. Si occupa anche di comunicazione e divulgazione scientifica e nel 2018 è stato nominato dalla rivista «Nature» tra gli 11 migliori scienziati emergenti nel mondo che «stanno lasciando il segno nella scienza».

Insomma, persone come Giorgio Vacchiano sono ciò che di più caro abbiamo per indicarci come fronteggiare i cambiamenti a cui stiamo sottoponendo il nostro habitat; soprattutto, dobbiamo fidarci di quanto ci viene raccontato. Giorgio Vacchiano ce lo dice chiaramente, per lui: «Una ricerca, se non viene raccontata, muore sterile. Non mi dà nessuna soddisfazione scoprire qualcosa se poi non lo racconto a nessuno». Così, a partire dal suo ultimo libro: La resilienza del bosco (Mondadori, 2019), abbiamo deciso di farci raccontare il suo lavoro e le sue ricerche.

A cura di Antonio Merola

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YAWP: “Resilienza è oggi uno dei termini più abusati, senza che se ne conosca spesso il reale significato. Puoi spiegarci che cosa significa la resilienza da un punto di vista scientifico e come mai hai deciso di accostare questa parola proprio ai boschi?”

Giorgio Vacchiano: “Negli studi di ecologia la resilienza è studiata fin dal 1973. Si tratta della capacità di un ecosistema di assorbire le pressioni esterne senza subire effetti negativi, o di ritornare alla sua condizione originaria dopo essere stato disturbato. Le foreste hanno una resilienza molto sviluppata, affinata in milioni di anni di evoluzione e potenziata dalla fitta rete di relazioni reciproche intrecciate dalle molte specie animali e vegetali che le abitano. In effetti, quanto più ricca è la biodiversità di un ecosistema, tanto maggiore è anche la sua resilienza”.

YAWP: “Nel tuo libro racconti tantissime storie in cui boschi e foreste e la loro capacità di adattamento sono gli indiscussi protagonisti. Hai voglia di raccontarcene una in particolare per noi?”

GV: “Spesso queste storie sono sotto i nostri occhi... conosciamo tutti la capacità di molte piante di rigenerarsi completamente a partire da una singola radice o un pezzo di fusto. È una strategia riproduttiva formidabile, che ricrea per clonazione un intero individuo a partire da una piccola parte. Oggi pensiamo che questa strategia sia nata come risposta alla necessità delle piante di sopravvivere in ambienti frequentemente colpiti dal fuoco (con cui le foreste hanno convissuto per milioni di anni) e sotto la costante "minaccia" degli erbivori. Ed è la strategia che è già all'opera in Australia: gli incendi del 2019-20 sono stati senza precedenti e avranno conseguenze durature sull'ambiente, ma una parte della vegetazione si sta già riprendendo grazie alle gemme che si sono immediatamente attivate per produrre nuovo verde.

YAWP: “La sfida di resilienza più grande a cui gli alberi potrebbero andare incontro sembra ormai sempre di più quella di dovere sopravvivere agli umani.Come sottolinea Telmo Pievani c'è una differenza importante che sembriamo però ignorare: gli esseri umani cioè non stanno distruggendo la Terra, ma il loro habitat. Ma quanto questo habitat coincide poi con quello delle piante?"

GV: “Gli alberi stanno benissimo anche senza umani, ma gli umani hanno bisogno di loro - sebbene spesso non ne siano consapevoli. Oltre un miliardo di persone dipende dalle foreste per bere acqua pulita. Gli alberi e il loro legno assorbono 1/3 delle nostre emissioni di CO2. il nostro benessere fisico e mentale aumenta a contatto con il verde. Del resto, proprio gli alberi sono stati la prima casa dell'umanità...”



YAWP: “Leggendo il tuo libro, ti troviamo sempre in viaggio per il mondo. Durante la tua brillante carriera accademica, oltre ai successi, hai incontrato le stesse difficoltà che ogni giorno lamentano molti altri ricercatori italiani? E davanti il climate change in atto, hai notato una maggiore attenzione (sia a livello di ricerca, che econimico) da parte dell'ambiente accademico italiano e internazionale verso questi temi?”

GV: “Sono stato molto fortunato nella mia carriera, perché oggi oltre il 90% dei giovani ricercatori che ottengono un dottorato di ricerca in Italia vengono poi espulsi dal sistema universitario, che non è un grado di dare loro né contratti con piene garanzie, né certezza e stabilità di vita. Ho attraversato anche io questa condizione per molti anni e ho lottato insieme ai miei colleghi per cambiarla, chiedendo maggiori finanziamenti alla ricerca (sui quali l'Italia è agli ultimi posti tra i paesi OCSE, nonostante gli eccezionali risultati dei suoi giovani ricercatori), un accesso più chiaro e certo alla professione da ricercatore, contratti con più diritti e maggiore coinvolgimento dei giovani assegnisti e ricercatori nelle decisioni dell'ateneo.”

YAWP: “Sei attivissimo sui social network, dove peraltro ti ho conosciuto anche io. Èquesto un tempo in cui ricercatori e scienziati devono tornare a dialogare con il grande pubblico? Penso per esempio anche ai lavori divulgativi di Stefano Mancuso sull'intelligenza delle piante, da cui mi pare che tu prenda molto.”

GV: “Una ricerca, se non viene raccontata, muore sterile. Non mi dà nessuna soddisfazione scoprire qualcosa se poi non lo racconto a nessuno: o a chi può usarne i risultati per il bene comune, nel caso della ricerca applicata, oppure a tutti coloro che possono essere semplicemente meravigliati da una nuova bellezza del nostro mondo naturale, per la ricerca di base. Come in tutti i settori, anche nella scienza la comunicazione è diventata più diretta e al lavoro insostituibile dei giornalisti scientifici e dei divulgatori si è affiancata la possibilità per gli scienziati di raggiungere direttamente il pubblico o i decisori. La sfida è raccontare senza perdere in accuratezza, e sempre con lo spirito di servizio alla comunità che caratterizza la nostra professione e con l'umiltà di chi sa di accostarsi a esseri viventi radicalmente. E se traspare la passione, ci sono buone possibilità che molte ragazze e ragazzi decidano di dedicare la loro vita professionale alla ricerca, cercando le stesse emozioni e lo stesso stupore che vedono nei nostri occhi, e contribuendo alla ricerca di quelle soluzioni di cui abbiamo urgente bisogno per vivere in modo più sostenibile. ”

YAWP: “Massimo Sandal, citando uno studio americano di Daina Mazutis e Anna Eckardt (2017), scrive a proposito della nostra reazione davanti ai cambiamenti climatici in atto: «La verità è che la sfida del riscaldamento globale era già persa fin dall’inizio. Non perché non potessimo gestirlo meglio - potevamo - ma perché non siamo nati per questo. Noi Homo sapiens non siamo fatti, semplicemente, per gestire questo problema». Leggendo però quanto racconti dei nativi americani Haida, sembra che le cose non stiano proprio così”.

GV: “Gli Haida sono certamente un esempio di gestione equilibrata delle risorse naturali, ma il loro territorio è piccolo e la comunità limitata. Credo che Massimo si riferisca alla nostra incapacità innata di percepire cause, effetti e relazioni che vadano al di là della scala spaziale e temporale della tribù, l'unica che siamo ancora oggi in grado di percepire bene. La nostra sopravvivenza è sempre dipesa da quello che avveniva in un raggio piuttosto ristretto di territorio, di tempo, di relazioni sociali. Oggi invece può dipendere dalle scelte di persone dall'altra parte del mondo rispetto a noi, con cambiamenti percepibili solo da un decennio all'altro. E talvolta, siamo noi quelli da cui dipende la sopravvivenza di chi abita dall'altra parte del mondo.Non abbiamo evoluto la capacità di percepire questo tipo di minaccia, perciò sono più che comprensibili le incredulità, le reticenze, i bias cognitivi che ci fanno mettere in dubbio la scienza, privilegiare l'osservazione locale rispetto a quella globale, ritardare l'azione. È una grande e nuova sfida per l'umanità. Ma non è impossibile: l'accordo di Parigi non è forse stato il primo momento nella storia della nostra specie in cui tutta l'umanità si è messa d'accordo su un obiettivo?”

YAWP: “Il tuo testo sottende un paragone di fondo: spesso la resilienza si mostra infatti dopo una catastrofe. In qualche modo, anche gli umani saranno costretti a mostrare la propria resilienza. Se non riusciremo a fermarci, se distruggeremo infine il nostro habitat, quanto è probabile che una parte di noi resista alla catastrofe?”

GV: “Tradotta in termini scientifici, politici ed economici, la tua domanda parla di adattamento. Già oggi sappiamo che sarà impossibile contenere il riscaldamento a fine secolo entro 1.5 o più probabilmente 2 gradi in più rispetto all'epica preindustrale. Questo fatto ha delle conseguenze: sulle temperature, l'intensità di piogge e uragani, le ondate di calore, gli incendi boschivi, la fusione dei ghiacciai, l'innalzamento del livello del mare. Oltre a ridurre (anzi, azzerare) le emissioni per contenere questi fenomeni il più possibile, dobbiamo attrezzarci ad ammortizzarne gli effetti. E questo si può e si deve fare soprattutto localmente: aumentando il verde nelle città per provvedere al rinfrescamento, proteggendo coste e paesi di mare (la città di Rimini sta alzando il suo lungomare di 80 cm), potenziando la distribuzione e lo stoccaggio dell'acqua potabile, o preparando le nostre comunità ad assorbire l'impatto di milioni di rifugiati climatici. ”

YAWP: “C'è chi, come il critico Francesco Muzzioli, ha cominciato a parlare di «catamodernità». Noi di Yawp abbiamo coniato invece: la letteratura della catastrofe. C'è certamente una parte di poeti e scrittori che ha cominciato a battersi apertamente per cambiare le cose. Ma persino in chi non lo fa apertamente e parla di altro, si comincia ad avvertire come uno speciale sentore, una angoscia che finisce per ricadere nei testi, anche senza volerlo. Negli incontri che fai in giro per il mondo, leggi della consapevolezza negli occhi delle persone?”

GV: “È più di questo: è voglia di speranza, bisogno di soluzioni, necessità di dare un senso, voglia di impegnarsi in prima persona. Èper questo che credo che, come comunicatori, è venuto il momento di cominciare seriamente a parlare di soluzioni. Molte delle quali esistono già, in varie parti del mondo, e aspettano di essere raccontate, imitate, adattate, riscalate con i dovuti investimenti. Ma troppo spesso le persone che incontro si concentrano solo sulle soluzioni individuali, sugli stili di vita personali: o attaccandocisi con pervicacia, perché è l'unica cosa che possiamo controllare bene, e ci dà l'illusione di poter risolvere il problema nella nostra sfera privata, o sentendosi impotenti quando diventa evidente che così non è. Perciò la seconda storia che abbiamo bisogno di raccontare è che non siamo solo individui. Le soluzioni sono sia dal basso che dall'alto. Solo attivando entrambi questi canali, la responsabilità individuale e il senso di comunità, potremo contenere la crisi climatica. Con tutto quello che questa seconda strada comporta: riallacciare il rapporto con i nostri rappresentanti, comprendere i cambiamenti necessari alla società e chiedere che vengano incentivati con tutti i mezzi possibili. Non basta chiederci "cosa possiamo fare come singoli": non siamo singoli, ma immersi in comunità: famiglia, scuola, quartiere, condominio (una realtà comunitaria oggi molto trascurata, ma dall'immenso potenziale), gruppo di riferimento... E l'azione di gruppo è sempre più potente di quella individuale. Cominciando dalle nostre tribù e allenandoci, il più velocemente possibile, a superare i nostri limiti evoluzionistici e a sentirci una comunità globale.”

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