Intervista | Lotus-eater, il magazine americano di Roma

Lotus-eater è un magazine americano: scritto in inglese, pubblica racconti e poesie di autori anglofoni più e meno noti, ricercando uno stile audace e sperimentale. Cos'ha quindi di diverso dalle altre riviste letterarie americane? Il fatto che i redattori, Diana Mastrodomenico e Marco Costantini, sono italiani e vivono a Roma. In un mondo sempre più globalizzato, non dovrei stupirmi di ciò: io stesso guardo con estremo interesse a ciò che accade oltreoceano, e tuttavia ho pensato fosse interessante intervistarli. Giusto qualche domanda per capirne di più: se siete interessati potete approfondire sul loro sito, cliccando qui. La rivista attualmente non è a pagamento. In ogni caso, vi consiglio di restare sintonizzati: trattandosi di una realtà così interessante, è probabile che questa non sarà l'unica volta che li vedrete su Yawp.



La prima cosa che credo chiunque si chiederebbe davanti a Lotus-eater è: perché la scelta dell’inglese?


DIANA: Come ogni progetto di natura artistica, Lotus-eater nasce da un’esigenza-urgenza personale. Conclusi gli studi universitari ho collaborato come editor/assistente con un poeta inglese e una scrittrice americana. Tra i miei compiti c’era anche quello di occuparmi delle loro submissions, ed è così che sono entrata in contatto con il mondo delle riviste anglosassoni. Una delle più famose, The Paris Review, era stata appunto fondata in Francia (per poi trasferire la sede 20 anni dopo a New York). Circondata com’ero da autori e professori stranieri che avevano deciso di vivere in Italia (allineandosi consapevolmente e in maniera quasi nostalgica alla tradizione del Grand Tour), mi sono domandata come fosse possibile che non esistesse una rivista che potesse fungere nel contempo da punto di riferimento letterario per gli autori di lingua inglese e da ponte con la scena italiana, che mi era sempre sembrata alquanto diffidente, in particolare verso gli esordienti stranieri (quando non sono proposti attraverso i canali culturali vigenti ) e, di conseguenza, fortemente autoreferenziale. Ora che la rivista esiste da 6 anni e il suo pubblico è quasi esclusivamente straniero credo di poter affermare che il “progetto ponte” si è rivelato fallimentare.


MARCO: L’idea iniziale era di creare una rivista che facesse da ponte tra l’Italia e i paesi anglofoni. Da una parte, volevamo esporre il nostro paese alle produzioni artistiche più eccentriche (potremmo dire, con un termine desueto, d’avanguardia), a sperimentazioni che potessero influire sul nostro modo tremendamente prosaico di fare letteratura. Dall’altra, volevamo esporre le migliori produzioni italiane all’estero, traducendole. Questo richiedeva tuttavia un costante lavoro di scouting letterario che abbiamo dovuto abbandonare per mancanza di tempo, in quanto la rivista (che è open access) non è per noi fonte di guadagno e la gestiamo collateralmente ad altre attività.



La seconda domanda è meno immediata, ma comunque conseguente: perché una rivista letteraria?


Sinceramente? Perché è un’esperienza magnifica. Immagino ci siano tanti modi di approcciarsi a un progetto di questo tipo, e tante ragioni per portarlo avanti. Nel nostro caso non è per riconoscimento culturale, e certamente non per tornaconto economico, ma per lo stesso fremente e ingenuo entusiasmo di chi aveva deciso, a metà degli anni 70, di stampare una fanzina.



Quali sono secondo voi le ragioni per cui la rivista letteraria come prodotto editoriale, quindi non come semplice blog di racconti, qui non ha una sorte prospera come nel mondo anglosassone? Pensi si tratti di ragioni economiche e/o culturali?


MARCO: Mi sentirei di dire che si tratta di ragioni culturali, più che economiche, ma non saprei individuare con precisione quali siano. Se si parla di webzine, forse c’è ancora molto diffidenza verso ciò che è non materiale, tangibile. In Italia siamo molto legati alla pubblicazione cartacea, alla forma oggettivata del testo. Non voglio, naturalmente, dire che una cosa debba escludere l’altra. Anch’io sono vittima di un certo feticismo nei confronti del cartaceo (mi piace soffermarmi sugli aspetti più materiali di un testo, come la grammatura della carta, lo spessore della copertina, la rilegatura, etc.), ma ho anche sufficiente curiosità per esplorare ciò che succede in rete. Sono spesso alla ricerca del prodotto di nicchia in grado di sorprendermi. Forse è questa curiosità (che come tutte le curiosità richiede tempo e può deludere) che manca da noi.


DIANA: Domanda difficile, non sono sicura di avere le competenze per rispondere in maniera sensata. Istintivamente, sarei portata a pensare che in Italia la letteratura abbia una presenza meno endemica, soprattutto tra i giovani, e che questo sia dovuto a un falso costrutto, fondamentalmente elitista e drammaticamente pericoloso: che la letteratura sia un qualcosa di “serio e importante”, di alto e imponente e pertanto lontano e slegato dal vissuto quotidiano e emotivo dell’uomo comune e che per quei pochi scelti che se ne intendono e se ne occupano, i fantomatici “addetti ai lavori”, diventi quindi uno strano feticcio da riverire, una mistica reliquia da consacrare; che la parola poesia si scriva, o peggio ancora la si immagini già nella propria mente, con la “p” maiuscola. C’è un passaggio nel film The History Boys, in cui l’insegnante di lettere confessa ai suoi studenti il suo incubo più grande: “I would hate to turn out boys who, in later life, would claim to have a love of literature, or speak of the lure of language, and their love of words.”



In generale mi sembra che gli Italiani non amino particolarmente le raccolte di racconti. Pare anche a voi? Che differenze ci sono tra la produzione letteraria nostrana e quella angloamericana, a livello di temi, tendenze, correnti, ecc?


DIANA: Parlando con dei connazionali ho avuto anche io un’impressione simile, ma non so bene spiegarmelo, anche perché in Italia c’è stata, in passato, una forte tradizione di racconti lunghi e brevi. Non leggo testi tradotti dall’inglese ma mi sembra che traduzioni di grandi raccolte ci siano sul mercato—di getto penso a Flannery O’Connor, Lucia Berlin, Ted Chiang, Foster Wallace, Lydia Davis, Denis Johnson—solo non so quanto riescano a uscire dal territorio degli “addetti ai lavori” (lo uso per farmi rabbrividire da sola) e raggiungere il “grande pubblico” (c.s.). Non seguo la produzione letteraria nostrana quindi non posso rispondere a questa domanda. Ho partecipato anni fa ad alcuni incontri di poesia in giro per l’Italia e, salvo pochissime eccezioni tra cui spicca Franca Mancinelli, ho avuto un’esperienza molto negativa, forse la peggiore: tanta noia.


MARCO: Non saprei rispondere alla prima domanda. Io stesso non sono un lettore accanito di racconti e forse faccio parte della tendenza generale che noti. Quanto alla seconda, direi una maggiore attenzione alle minoranze, nel senso più generico del termine. Mi sembra che nei paesi anglofoni si dia più spazio a temi legati alla sessualità queer o all’integrazione culturale.



E invece a livello economico?


MARCO: Il processo di produzione e di circolazione di un libro segue un iter molto diverso in Italia rispetto all’estero. In Inghilterra o negli Stati Uniti non credo che esista ciò che qui viene chiamato con un eufemismo “contributo editoriale”. La compravendita della pubblicazione, piuttosto diffusa nel nostro paese, rende il sistema dell’editoria a dir poco vizioso. In primo luogo, perché l’editore non è più interessato alla qualità di ciò che pubblica e lascia proliferare senza alcun senso di responsabilità estetica tanta cattiva scrittura. In secondo luogo, perché questo sistema va a discapito dello stesso autore: le case editrici, una volta ricevuto il “contributo”, non hanno alcun interesse a promuovere e a distribuire il libro, destinato a diventare carta da macero.



Vi è capitato di ricevere racconti scritti in inglese da autori non-nativi?


Riceviamo spesso submissions da autori non madrelingua, in particolare da Cina e Est Europa, ma gli italiani sono pochissimi.



Che riviste consigliereste ai nostri lettori che volessero esplorare la scena letteraria angloamericana?


MARCO: Neon, Stride, Ink Sweat & Tears, Vine Leaves.


DIANA: Consiglierei di usare i database, come The Review Review, Poets & Writers, etc., così da non limitare la conoscenza ai magazine più noti e lasciare la possibilità di scoprire anche piccole riviste indipendenti. Ah, e Mc Sweeney’s, perché non bisogna mai prendersi troppo sul serio.


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