Intervista | MaelstrÖm reEvolution – la rivoluzione poetica a Bruxelles

Aggiornamento: apr 18

Intervista a cura di Agnese Panicale


La vetrina della boutique&librairie maelstrÖm reEvolution 414 La Boutique è stata progettata dall’architetto David Tondeur Joyeux, il grafico Nicolas Fourré & Dante Bertoni © 2010

«MaelstrÖm», dal nome del celebre racconto di Edgar Allan Poe, è un negozio, una libreria e una casa editrice a Bruxelles. Punto d’incontro per artisti, autori e appassionati di cultura, rappresenta una realtà dinamica e aperta, attenta al territorio circostante, che si è affermata nel tempo come uno dei soggetti di riferimento del mondo culturale francofono. Se per caso vi trovaste a passeggiare sulla pedonale della Chaussé de Wavre, una lunga via di Bruxelles costellata di negozi e punti di ristoro, ad un certo punto, all’altezza della Place Jourdan, trovereste un edificio bianco, moderno, con dei libri in vetrina.


Si tratta della boutique&librairie maelstrÖm reEvolution 414, che dal 2010 si trova nel quartiere e costituisce un vero punto di riferimento nella capitale belga. Negozio, libreria, casa editrice, luogo d’incontro per readers e performances, maelstrÖm è tuttavia ben oltre che un luogo fisico…

David Giannoni, francese di nascita ma italiano d’animo – come lui stesso riporta sulla sua biografia online –, è stato direttore della rivista e poi collana maelstrÖm, prima che questa diventasse una casa editrice. Scenarista, cofondatore della rete di rivoluzione poetica assieme a Lawrence Ferlinghetti, Alejandro Jodorowsky e Antonio Bertoli, è anche direttore della Maison de la Poésie d’Amay, oltre che lui stesso poeta, pittore, performer e terapeuta.

Il 22 marzo, un lunedì, David e io ci incontriamo dietro una webcam per parlare del progetto al quale diede vita trentun anni fa, mentre si trovava in Italia.

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YAWP: «Ciao, David! Ti ringrazio di aver accettato il mio invito. Prima di tutto, ti porrò una domanda piuttosto scontata: chi siete? Che cos’è maelstrÖm e chi fa parte del vostro circuito?»


DAVID GIANNONI: Ok: il “chi siete”, lo sai che è una domanda abissale, no? E poi, in maniera più umoristica, ripenso sempre a quel passo di Non ci resta che piangere…Scherzi a parte, cercherò di essere sintetico: sono nato a Nizza e ho vissuto lì per quindici anni, prima di trasferirmi a Roma. Proprio qui, durante l’ultimo anno di liceo, è nata con un amico l’idea di creare una rivista per autori e artisti esordienti. Suo padre, che è il giornalista Aldo Falivena, ci suggerì il nome «maelström» dal celebre racconto di Edgar Allan Poe: perché, nella vita come nell’arte, l’unico modo di salvarsi è quello di osservare, di scendere il più lentamente possibile, in attesa che prima o poi il vortice attorno a sé si plachi. Da quel suggerimento è nata l’idea di creare un progetto aperto a tutte le arti, non solo letteratura: la prima rivista uscì nel maggio del ’90 e io, nel frattempo, avevo lasciato l’Italia per il Belgio per i miei studi universitari.

E da allora, molte cose sono successe: nel 2002 ho conosciuto Antonio Bertoli e Alejandro Jodorowsky; con loro, e con Lawrence Ferlinghetti, abbiamo creato un movimento di rivoluzione poetica (mouvement de révolution poetique), che abbiamo inaugurato con un lancio di poemi dai tetti e dai balconi del Palazzo Ducale di Genova: un "attacco poetico", che ha inondato di poesia le strade della città.


Y: «Un attacco poetico con Ferlinghetti e Jodorowsky? Vorrei chiederti un aneddoto in proposito…».


D.G: Quello, di certo, è stato l’evento fondatore del movimento, perché ci connetteva veramente alla relazione esistente tra l’azione nel mondo e la poesia, all’azione poetica. Era un’azione simbolica, ma comunque un’azione; l’aneddoto principale, lì, è che c’erano i VIP – intendo Ferlinghetti, Jodorowsky, Antonio e altri – sui balconi del Palazzo Ducale, mentre i giovani erano stati mandati sui tetti. Io, allora, facevo parte dei “giovani” dell’epoca; è stato in quel momento che ho conosciuto Marco Parente, il cantante italiano: l’ho conosciuto gettando poesie sulla città, tentando di evitare piccioni e fili elettrici nel lancio.


Y: «E la casa editrice maelstrÖm in quanto tale, quand’è nata?».


D.G: Nel 2003, a Bruxelles, anche se ci troviamo sulla Chausée de Wavre solamente dal 2010. Nel 2004 abbiamo creato i primi Booklegs: sono una collana di libri a tre euro per aiutare i performers, ovvero tutti coloro che vengono da una dimensione performativa della poesia, ad avere il loro libretto stampato. Volevamo spingere soprattutto i giovani a pubblicare, però l’esempio è stato dato prima dai più vecchi: a parte Antonio, che ha curato il numero 0 dei Booklegs, sono stati Ferlinghetti e Jodorowsky ad aver “lanciato” i primi numeri della collana. Inoltre, abbiamo sviluppato in seguito una collana di poesia internazionale – la “collana nera” – dove è stata pubblicata, in edizione bilingue, la più celebre raccolta poetica di Ferlinghetti: A coney Island of the mind.

Del 2007 è invece il nostro primo fiEstival internazionale, dedicato alla poesia e alla performance.



I Booklegs e la “collana nera” di maelstrÖm


Y: «Molto interessante. Be’, visto che mi hai accennato al fiEstival, vorrei chiederti: com’è organizzato quest’evento?»


D.G: Il fiEstival cerca d’unire in sé poesia e musica, anche se poi è aperto a tutte le arti. Il nostro spirito fa eco ad alcuni modelli del passato come i beatniks, ed è per questo che persone come Ferlinghetti o Anne Waldman, quando è venuta da noi nel 2008, hanno ritrovato situazioni praticamente identiche a quelle che facevano anni e anni fa. Abbiamo creato un ponte anche con l’Italia e con Franco Battiato, che in quello stesso 2008 venne qui a presentare il suo film, Niente è come sembra.

Attualmente (COVID escluso, diciamo), il fiEstival si tiene a maggio; l’anno scorso siamo riusciti a farlo in ottobre, con effettivi e pubblico ridotti: due giornate dedicate agli artisti e al team, mentre il finesettimana con esibizioni e letture aperte al pubblico. I nostri fiEstival sono sempre stati tematici e, ad oggi, siamo giunti alla quindicesima edizione; stiamo ora costruendo dei “canti della transizione” (chants de la transition), delle performances che esplorino il significato del termine “transizione” in tutti i suoi ambiti: il preludio è stato ad ottobre scorso, seguiranno ora tre edizioni fino al 2023 e, infine, una coda musicale a tutto questo.

Il fiEstival, già la parola in sé lo dice: è una festa, è rimettere al centro la festa della poesia e la poesia della festa. Gli eventi sono solitamente dal giovedì alla domenica con molte azioni all’esterno: ateliers, spettacoli, animazioni, letture di poesie aperte al pubblico. I due modelli a cui il fiEstival fa riferimento sono, culturalmente, molto distanti tra loro a livello geografico: da una parte i Powwow degli Indiani d’America, dove diverse tribù si riunivano per un numero stabilito di giorni e condividevano tutto; dall’altra, la sagra, dato che c’è sempre stato un grande banchetto il sabato e, addirittura, all’inizio erano gli artisti a preparare da mangiare al pubblico. Il sentimento del fiEstival, infatti, è quello di creare una comunità; l’ho sempre chiamato “gruppo maelstrÖm”, un gruppo aperto, che ha comunque uno scopo preciso: lo scopo di qualsiasi vita, in fondo, qual è? Ognuno avrà il suo, certo; però, quello in cui credo io, è che lo scopo di una vita sia il destarsi assieme dallo stato di torpore e di meccanicità nel quale viviamo.



Photos et crédits © Jérémie Tholomé / fiEstival maelstrÖm reEvolution 2020


Y: «D’accordo. Visto che parliamo di atti poetici e di rivoluzione poetica: io penso che maelstrÖm sia una delle realtà artistiche più attive a Bruxelles. Come pensi che il movimento, oggi, stia incidendo sulla città e sui suoi cittadini»?


D.G: Diciamo che ci sono due o tre cose nelle quali vedo che maelstrÖm è riuscita a creare un impatto. Intanto la casa editrice, attraverso i Booklegs e alcuni libri della collana nera, è diventata una realtà poetica nel mondo culturale francofono. E poi il fiEstival è diventato veramente – questo me lo dicono gli invitati esterni – uno dei festival ai quali alla gente piace di più partecipare, a cominciare dagli artisti. Siamo alla quindicesima edizione quest’anno: ci siamo sempre battuti, e ci battiamo ancora, perché la poesia non venga percepita come qualcosa d’élite. Può essere di qualità, ma non dev’essere d’élite; anzi, l’esigenza e la qualità devono aiutare chi non è d’élite a diventare più forte, più bello, più creativo! E io mi son sempre detto che il progetto deve essere capace di accogliere i giovani, sia nell’équipe che tra gli autori; allo stesso modo, però, deve saper creare un ponte con i più anziani, che hanno molto da insegnarci.


Y: «Una grande importanza al concetto di creatività, insomma».


D.G: La libertà e la creatività, per me, sono i valori più importanti: sono quelli che portano al risveglio e allo sforzo di liberazione. La libertà, tuttavia, bisogna meritarsela: liberarsi dai condizionamenti, da quello che ci impongono di fare, discuterlo sempre. In questo, la poesia ha sicuramente un ruolo importante: l’atteggiamento poetico è reinvenzione, è rimettere sempre in dubbio anche l’evidenza. Perciò ogni azione, per noi, è un’azione poetica: il fiEstival, i Booklegs, le letture di poesie all’aperto, ad esempio. Le prime performances di Antonio Bertoli e Marco Parente, che hanno scritto assieme il Bookleg #0 «Cuore distillato», venivano sottotitolate come “atto poetico”; del resto, questo pensiero si ricollega poi all’origine della stessa parola “poesia”, che per Aristotele era il “fare” nell’ottica di creare un’opera.


Y: «Senti, mi hai parlato di una poesia che non può essere d’élite, come anche dimostrano le vostre azioni. Ti faccio una domanda “al contrario”, se vuoi: pensi che la poesia possa essere considerata come un prodotto commerciale? Voi vendete poesie a tre euro con i Booklegs, dunque in realtà è un prezzo democratico, se vuoi anche popolare, per rendere la poesia accessibile a tutti: in un certo senso, la poesia non potrebbe essere considerata una “merce” sotto questo punto di vista?».


D.G: È una domanda centrale, perché il capitalismo e il consumismo hanno la capacità d’inghiottire tutto. E i due grandi “templi” d’oggi sono, a mio parere – più che il potere e il denaro – la pubblicità e le speculazioni: sono i due giganti che difficilmente si possono criticare senza avere problemi. Tuttavia, la pubblicità usa dei linguaggi che a volte possono sembrare poetici, ma che sono usati per uno scopo: quello di vendere un’altra cosa.

La poesia, come l’arte autentica secondo me, non ha altro scopo che vendere sé stessa; quindi, se si vende, se una performance diviene l’oggetto di una transizione economica, per me questo è altro: è un vivere o un sopravvivere per degli artisti, come pensavano in fondo certi poeti americani beatniks. Gregory Corso, ad esempio, quando finiva le sue performances o i suoi readings, passava con il cappello a chiedere soldi: perché un poeta, secondo lui, doveva essere pagato! Ed è quello che anch’io penso.

Da questo anche lo sforzo al fiEstival di cercare di pagare sempre gli artisti che vi partecipano: per dare loro un comfort e lasciarli liberi di non pensare alla questione materiale. Chiaramente sono somme simboliche, perché i nostri mezzi sono limitati: ma nessuno è mai venuto al fiEstival per i soldi. Grandi autori come la Waldman, che per un festival può chiedere tra i 1000 e i 2000 dollari, da noi è venuta all’inizio per 400 euro.

C’è una frase molto bella di un gruppo poetico cileno, che si chiama Casagrande; avevano una rivista con questo nome, di cui il sottotitolo era: «La poesia no se compra ni se vende». Un libro di poesia lo puoi vendere, lo puoi comprare, ma lo spirito poetico non lo compri, né lo vendi: era questo il significato di quel motto.


Y: «Per concludere: che cosa ti sentiresti di dire a chi vuole vivere di poesia oggi?»


D.G: Direi una frase, che sarà poi anche il titolo del mio prossimo libro: Il faut savoir choisir son chant, «Bisogna saper scegliere il proprio canto». In francese, c’è il gioco di parole tra chant (“canto”) e champ (“campo”), ma io preferisco il primo significato al secondo: perché mai dimenticare che l’azione poetica va fatta trovando e ritrovando il piacere della scrittura. E da questo il senso stesso del riunirsi, di fare serate di poesia, grandi raduni alle volte; come il fiEstival, che resta una cosa iper-umana nella sua organizzazione. E il fatto che, in tanti anni, sono voluto rimanere in quel quartiere di Bruxelles: perché maelstrÖm resti qualcosa di familiare in quel contesto, una realtà radicata nel territorio. È importante, infatti, che un albero abbia radici solide per diramarsi: è dai frutti che si misura la qualità dell’albero, come dicono i vecchi sufi.


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Agnese Panicale, si è laureata in Filologia, letteratura e tradizione classica (Università di Bologna) nel 2018 con una tesi in lingua e letteratura armena. Appassionata di lingue e di linguistica, oltre che di letteratura e poesia, si è trasferita in Francia nel 2019 per un progetto europeo di educazione non formale, nel quale ha coniugato arte e teatro all’insegnamento dell’italiano. Attualmente, dopo essere tornata in Italia, è Docente di lingua e letteratura italiana in un liceo. Scrittrice amatoriale, ha da poco cominciato a tradurre (non-profit) poesia contemporanea in lingua francese, interessandosi soprattutto alle realtà emergenti nel panorama culturale francofono.

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