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Intervista | Maurizio Mattiuzza il narratore del Friuli

È uno scrittore particolare Maurizio Mattiuzza che dopo anni di poesia, di reading, di frequentazioni e di un parlare in versi, ha deciso di esordire con un romanzo definito epico da molti critici. Si tratta de La Malaluna (Solferino Libri 2020) e debbo ammettere che, nonostante nutro delle riserve sul contemporaneo, forse perché particolarmente esigente, mi ha particolarmente sorpreso.


Non a caso si tratta di un tipo di romanzo che definirei antropologico e che da anni è oggetto della mia attenzione critica. Certo, forse vedo le cose da poeta, da scrittore e non da storiografo o da esegeta, ma colui che si trova a leggere La Malaluna trova in essa tutta l’attenzione antropologica della contemporaneità e della storia. Nel romanzo di Maurizio infatti troviamo come protagonista una terra particolare come il Friuli.


Una terra che nelle pagine del libro diventa oggetto di un’indagine storica e culturale su questa particolare area italiana. Una regione che, come sostiene l’autore stesso, è un concentrato di minoranze linguistiche e che da sempre, e aggiungo per fortuna, essendo terra di confine, contiene nel suo piccolo mondo la storia del nostro paese.


Mattiuzza riesce quindi a fare del Friuli il protagonista di un romanzo, di un’avventura e con sensibilità pone orecchio alle manifestazioni sociali di un mondo incastonato tra le Alpi Giulie e l’Adriatico. Si tratta di un’operazione letteraria che a me ha ricordato il prototipo per eccellenza di quel tipo di narrativa il Cristo si è fermato ad Eboli.


Ho incontrato Maurizio telefonicamente e dalla nostra conversazione è uscito fuori un viaggio antropologico a sua volta; un itinerario storico non solo per il Friuli di Pasolini da Mattiuzza tanto amato ma dell’intera Italia.

Intervista a cura di Iuri Lombardi


YAWP: “La Malaluna è il tuo primo romanzo, una prova importante dopo anni e anni di attività poetica, ora considerando che il mestiere del poeta è diverso da quello del romanziere, ci potresti raccontare come nasce questa storia?”


MAURIZIO MATTIUZZA: “Nasce da una memoria giunta fino a me attraverso il filo magico della narrazione orale. Ricordi, intuizioni, malinconie che sono stati la materia base di una storia che io ho poi ampiamente romanzato. Una storia che aveva già in sé tutto il paradigma di un certo ‘900 di confine, che contiene, intero e intatto, il patrimonio di una resistenza civile minuta, quotidiana. Il coraggio di una naturalità che è figlia della terra e non si fa sottomettere dal potere.


La famiglia Sbaizè per elezione e per realtà la famiglia da cui vengo anche io per parte di padre. Alcuni dei fatti salienti del romanzo, anche quelli apparentemente più onirici, sono fatti che noi a casa abbiamo sempre saputo e considerato come veri. Così come è vera questa particolarità d’essere stati minoranza nella minoranza; gente della provincia di Udine che mescola quotidianamente la lingua friulana e lo sloveno e vive così una condizione di faglia che il fascismo, con la sua politica di nazionalizzazione, tentò in ogni modo di annientare.


Da uomo di confine come sono (vivo a 15 km dalla ex frontiera italo/jugoslava) a un certo momento m’è venuto spontaneo chiedermi cosa poteva aver provato chi, come il protagonista principale de La Malaluna, partendo da una valle slavofona del Friuli s’era trovato, dopo essere stato un ragazzino profugo di Caporetto, a non poter evitare la chiamata alle armi del 1940. Un arruolamento messo in atto da quello stesso regime che aveva provato perfino a togliergli il diritto di pregare o cantare nella propria lingua madre. Accanto a questi aspetti ce ne sono ovviamente altri, più privati se vogliamo.


La sensazione netta d’essere stato “abitato” da chi non aveva avuto abbastanza voce e veniva con dolcezza, con amore, a dirmi di raccontare qualcosa che non poteva, non doveva andare perduto”.


YAWP: “Hai avuto la fortuna – e il merito- di entrare nella grande distribuzione con il tuo primo romanzo attraverso la pubblicazione di una prestigiosa e giovane casa editrice come Solferino; ci potresti raccontare come sei arrivato da autore di nicchia – come è la poesia- ad approdare al grande circuito?”


M.M: “Non mi sono mai riconosciuto nella convinzione, spesso presente in Italia, che la poesia sia sempre e di per sé una nicchia. Un’idea portatami in dono soprattutto dal pubblico, dalle persone, che fin quasi dal principio, ho avuto la fortuna di incontrare nei miei reading.


Ho fatto molte esperienze collettive, con altri poeti, con musicisti, ero e sono parte di un movimento culturale che spero abbia contribuito a “rifondare” un certo immaginario collettivo friulano. Da queste basi, una volta scritto il romanzo ho intrapreso, grazie a tante relazioni di stima e affetto maturare negli anni in Italia, la strada che mi ha portato prima alla mia agente letteraria e poi, grazie al suo lavoro, a Solferino. Due incontri fortunati, fondamentali per me e per il libro”.


YAWP: “La Malaluna è un romanzo che a mio avviso si può annoverare senza pudore nella schiera dei romanzi antropologici italiani – in quella tradizione, per intenderci, che da Carlo Levi con Cristo si è fermato ad Eboli scende sino a noi con una forza notevole- (e non tutti lo sono), nello specifico il tuo affronta la storia d’Italia tra le due guerre mondiali partendo dal Friuli, regione che vanta una ampia tradizione letteraria tanto che il suo idioma è a tutti gli effetti una lingua; ma perché hai scelto il Friuli? Cosa pensi di aggiungere o di sottrarre – secondo i punti di vista- a una terra così determinante per la storia del nostro paese? Ci parli quindi del Friuli?”


M.M: “Grazie. Per questa domanda e per questo affiancare il mio lavoro a quello di una grandissimo scrittore come Carlo Levi. Ho scelto il Friuli perché il Friuli ha scelto me, un rapporto d’amore direi. Paritario, intimo, bellissimo. È il posto in cui vivo, da cui viene metà delle mie radici (l’altra è il Trentino). Un luogo che ha ancora molto da dire, da raccontare all'Italia intera. Siamo, credo questo sia evidente a tutti, spesso assenti dai radar nazionali.


Vuoi per geografia, vuoi per il friulano e la altre nostre lingue, così felicemente diverse da sembrare spesso straniere, e vuoi pure per quel grado di separazione che alimentiamo noi stessi, con la nostra stessa prudenza, a volte pure un po’ ruvida.


Abbiamo una storia complessa che i nazionalismi hanno provato spesso a truffare, a imbrogliare, senza, per ora e per fortuna, riuscirci mai davvero. Per tornare alla tua domanda, non ho l’ardire di aggiungere nulla a questa terra, se non la mia voce.


La voce di uno che la ama e la racconta sperando di testimoniare ciò che questa terra è e dà, anche in termini democratici, a tutto il paese. Le zone libere durante la resistenza, le questioni poste in termini di diritti civili,penso anche al caso Englaro, al tema del fine vita, una ricostruzione post terremoto purtroppo ancora unica per riuscita e partecipazione popolare, ci hanno visti protagonisti, spesso pionieri. Sarebbe bello e opportuno che l’Italia se ne ricordasse un po’ di più”.


YAWP: “Io sono fiorentino e vengo da una regione dove da sempre i friulani si sono radicati.Scesi in Toscana forse in cerca di fortuna (la Toscana degli inizi del novecento era infatti una regione avanzata, industriale a differenza del Friuli).Ora questa simbiosi nasce solo da un fatto di sopravvivenza e lavoro o c’è anche un altro aspetto più culturale, antropologico e emotivo?”


M.M: “Non saprei. La fuga dei Friulani dopo Caporetto ha portato migliaia di famiglie a Firenze, a Empoli e Livorno, nel Grossetano. Molti ci sono rimasti poi definitivamente. E questo, il rapporto tra chi deve fuggire e chi ne comprende il dramma, ospita, è un rapporto umano e sociale importantissimo, che genera legami magnifici.


Al netto di questo e dell’eredità contadina, comune a quasi tutta Italia, le differenze tra la Toscana e il Friuli secondo me restano comunque evidenti. Firenze fu una capitale d’Italia, il Friuli, a lungo, una terra di confine, divisa da sé stessa dopo il Plebiscito e militarizzata fino al 1989 come nessuna altra regione italiana. Una terra che tiene in sé tre minoranze e parla così il friulano, il tedesco, lo sloveno. Un unicum molto diverso da quello toscano”.


YAWP: “Tuttavia, il Friuli narrato dal tuo romanzo che ho appena definito antropologico pare essere in compagnia con una lunga tradizione friulana che da Enzo Demattè porta sino Carlo Sgorlon, una tradizione importante e che spero tu possa proseguire; hai in progetto un altro romanzo? Ci puoi svelare qualcosa?”


M.M: “Sgorlon è un nome che, vista anche la sua brillante carriera di romanziere, si può di certo legare subito al Friuli. Io però ho altri riferimenti, affinità mie elettive con autori che hanno indagato con uno sguardo profondo le dinamiche di cui ti dicevo prima.


Parlo delle intuizioni di Tito Maniacco, di Luciano Morandini, di alcune pagine magnifiche di Alcide Paolini. Si, ho in progetto un nuovo romanzo, una storia degli anni ’70 stavolta, in cui il Friuli, pur presente, non ha, per ora un ruolo dominante”.


YAWP: “Adesso sei un autore della così chiamata “editoria maggiore”. Venendo tu dalla poesia e approdando alla narrativa,non senti un po’ il timore di poterti trovare un giorno magari a dover“fabbricare “romanzi” a fini puramente commerciali?”


M.M: “Non ho elementi per dire se ci sia davvero una editoria che “fabbrica romanzi” a fini prettamente commerciali. Per La Malaluna le cose sono andate in tutt'altro modo. Ho scritto il romanzo in piena autonomia e una volta ultimata la stesura ho cercato di capire come provare a farlo arrivare a più lettori possibile. E questo sulla base di una necessità comunicativa, di condivisione e testimonianza civile.


Come dicevo prima, avevo questa storia, il desiderio di narrarla, un progetto anche politico se vuoi, e ci ho dato seguito. Poi ci sono stati The Italian Literary Agency che ha accolto con entusiasmo il manoscritto e Solferino che lo ha valutato letterariamente, culturalmente, e l’ha pubblicato. Entrambi, sia l’agenzia che l’editore, hanno arricchito questo percorso con dei consigli che io da autore ho riconosciuto come veramente preziosi. E’ stato un rapporto intellettuale, culturale, creativo. Per uno come me non sarebbe stato possibile altrimenti. Questo mi ha dato molta serenità, molta fiducia. Ho avuto la fortuna di lavorare con le persone giuste. Fare letteratura credo sia seguire questo percorso, questa modalità, l’unica che conosco peraltro”.


YAWP: “In Italia lo scrittore – non il poeta- il romanziere può essere un mestiere? E sì in quale misura?”


M.M: “Si, ovviamente sì. Non è del tutto il mio caso, ma credo che raggiunti determinati numeri di vendita e una certa risonanza, fare lo scrittore possa diventare un mestiere. Un bel mestiere. E mestiere è, per me, pure una parola nobile, che sa di lavoro, di impegno”.

YAWP: “Per te che vieni dalla poesia e adesso conosci il mondo della narrativa e quindi hai avuto modo di toccare e vivere le due realtà; secondo te quali delle due professioni ha un apporto maggiore sulla opinione pubblica?”


M.M: “Non credo dipenda solo dal genere, ma anche dalla qualità, dall'empatia che trova ciò che si scrive. Ci sono poeti, penso per esempio a nomi come Neruda, Szymborska o Brecht, che hanno avuto di certo impatti globali superiori a quelli di molta narrativa. Il genere quindi conta fino a un certo punto, anche se è innegabile che in Italia la poesia, in generale, oggi fatica ad arrivare al grande pubblico.


La domanda, da poeta, penso si possa anche porre da due lati. È davvero sempre “colpa” dei lettori? O è anche un certo mondo della “poesia italiana”ad essersi allontanato dalla società civile, dalla vita delle persone? Quante volte in poesia si attribuisce alla disattenzione dell’opinione pubblica un “arrocco” d’elite? Non so dirlo in numeri. Per esperienze vissute penso capiti e pure più spesso di quanto si creda”.


YAWP: “In generale per chi fa poesia o narrativa è assai determinante il rapporto con le riviste; secondo la tua esperienza quanto hanno giocato nel tuo caso le frequentazioni con le riviste?”


M.M: “Ho pubblicato su alcuni dei portali di poesia più significativi in Italia ed è stata una bellissima esperienza. Poi mi sono visto assegnare i premi nazionali che sai. Ho partecipato a festival internazionali, le mie poesie sono state tradotte in diverse lingue europee. Riviste e antologie poetiche italiane invece, lo dico sorridendo, senza polemica e lasciando a chi legge considerare se questa sia o no una bizzarria, non mi hanno quasi mai cercato, inserito nelle loro scelte.


Sono un poeta “atipico”, con un rapporto molto diretto anche con il pubblico che normalmente non frequenta la poesia. Quindi, per tornare strettamente alla tua domanda e capovolgendola, io direi che la frequentazione delle riviste con me è stata praticamente quasi nulla. Questo mentre magari, lo dico con umiltà, senza vanto, ma con gioia, io leggevo i miei testi anche davanti a cento persone per sera e miei libri raggiungevano tirature che diversa poesia diciamo così, da antologia, da rivista, non credo raggiunga facilmente”.


YAWP: “Altro elemento è certamente il ruolo della critica che oggi è sempre più marginale, d'altronde la grande stagione dei critici sembra oramai tramontata, sia quella accademica sia quella militante, quasi a volere dire che siamo nell'epoca del romanzo della folla.Secondo te quanto può reggere una letteratura che si regge sull'opinione pubblica?”


M.M: “Non credo che la stagione dei grandi critici sia tramontata. Leggo articoli, opinioni, che mi paiono stimolanti, che aprono riflessioni.


Forse c’è da tener presente anche il mutamento delle forme dovuto a una fruizione diversa, più orientata ai formati comunicativi che discendono dai social. Io poi credo fermamente a una distinzione rispettosa dei ruoli. Il critico fa il suo lavoro, lo scrittore pure. Quella che conta è l’etica con cui ognuno svolge il proprio compito. Quando c’è quella, quasi sempre c’è pure il valore.


La letteratura si regge anche sull'opinione pubblica, ci mancherebbe altro. È parte del “motore civile”, senza questo rapporto, organico, continuo, con la moltitudine e le sue tante diversità la scrittura secondo me, presto o tardi, va in secca”.

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