• Antonio Merola

Intervista | Possiamo cominciare a considerare Luigi Di Ruscio un classico?

È la fine del 1991, quando Giuseppe Tranali si avvicina al battello a vapore su cui sta per salire Italo Zannier, il suo professore di Fotografia alla Facoltà di Architettura di Venezia, per chiedergli una tesi su Luigi Crocenzi. Anni dopo, durante una cena con alcuni amici, tra una conversazione e l'altra, Luana Trapè fa il nome del poeta Luigi Di Ruscio. Tranali ha una intuizione: sale su uno sgabello e recupera una cartellina verde dalla cima della sua libreria. La apre... dentro ci sono cinque fogli su cui sono scritte a macchina nove poesie anonime, che porge a Trapè. Erano tra le carte di Crocenzi, sottolinea Tranali. Qualcosa brilla negli occhi anche a lei. «No, no, questa non l'ho scritta io!» dirà Luigi Di Ruscio leggendo uno dei testi. Ma Luana Trapè sa che Di Ruscio probabilmente si sbaglia. Tre di quelle poesie erano state pubblicate poi in Le Streghe s'arrotano le dentiere (). Quattro poesie, che in questa intervista abbiamo deciso di non segnalare per non rovinare la sorpresa a chi vorrà leggerlo, il libro, sono state pubblicate da Luana Trapè in Diario di un ritrovamento (Arcipelago itaca, 2019) il cui sottotitolo recita: Divagazioni su alcune poesie inedite di Luigi Di Ruscio e il Vicolo Borgia.

A cura di Antonio Merola


YAWP: “La prima cosa che ho pensato, leggendo il tuo libro, è stata questa: nella gigantesca produzione di Di Ruscio, il fatto che tu abbia considerato quattro testi inediti come un ritrovamento filologico importante, per una studiosa come te significa che dietro la pubblicazione c'è un esplicito tentativo di cominciare a trattare Di Ruscio per quello che dovrebbe già essere considerato da molto tempo: un classico”.

Luana Trapè: “Ritengo pienamente rappresentativa della cultura italiana l’opera di Luigi, anche se è stata scritta in buona parte ad Oslo, dove era emigrato nel 1957. Essere sua amica, poterlo frequentare di persona e per lettera è stato un privilegio che mi ha permesso di conoscere meglio e apprezzare i suoi scritti. È stata una felice sorpresa scoprire tracce inedite della sua produzione poetica, ed ho pensato che fosse bene pubblicare queste brevi luci che illuminano il suo passato. Del resto io sono sempre affascinata dal ritrovamento di frammenti che (nei vari campi della cultura) la corsa del tempo si è lasciata indietro”.


YAWP: “Te lo chiedo anche perché con la pubblicazione delle Poesie scelte (1953-2010), uscite per Marcos y Marcos (2019), Massimo Gezzi e colleghi hanno in qualche modo sancito la classicità di Di Ruscio e assieme la sua riscoperta”.

L. Trapè: “È vero. Questa pubblicazione rappresenta anche il coronamento di un impegno pluridecennale di due amici ed estimatori quali lo scrittore Angelo Ferracuti e il critico Massimo Raffaeli, che hanno reso visibile l’opera al pubblico e l’hanno inserita a pieno diritto fra i classici nel panorama letterario italiano: dove ora Luigi ha il posto che merita”.

YAWP: “C'è però una sensazione di amaro che rimane comunque in bocca. È come se questa consacrazione fosse arrivata ormai troppo tardi. Ricordo che negli scambi con Christian Tito, Di Ruscio se ne lamentava spesso, nonostante si capisca dal loro epistolario che tutti conoscevano Di Ruscio e che Di Ruscio sapeva muoversi con agilità nel panorama editoriale italiano. Secondo te, come mai un poeta come lui, apprezzato da voci come Fortini e Quasimodo, così prolifico e diverso rispetto agli scrittori a lui contemporanei, non sia mai riuscito a imporsi fino in fondo? C’entra qualcosa il fatto che vivesse lontano oppure, peggio, il fatto che scrivesse una «poesia di illetterati»?

L. Trapè: “Senz’altro la lontananza dall’Italia ha frenato la diffusione e l’apprezzamento della sua opera. Quanto all’essere un «poeta illetterato», Luigi ne faceva un merito, una bandiera anzi, una dichiarazione di poetica. Citando la presentazione che Fortini aveva scritto per Non possiamo abituarci a morire, mi disse che la considerava ideologicamente vicina al suo «odio per la poesia dei letterati».

Riguardo alla notorietà, nella città di origine, Fermo, c’è chi ha creduto in lui anche dopo l’emigrazione, festeggiando i suoi ritorni e organizzando presentazioni dell’ultimo libro pubblicato. C’è anche da dire che, dopo gli inizi neorealisti delle prime due raccolte, Di Ruscio ha gradatamente perfezionato uno stile molto personale e forse distante dal clima poetico italiano degli anni Sessanta e successivi: martellante, frenetico, quasi divinatorio. Ora è giunto il tempo in cui può essere accolto come voce poetica che interpreta la temperie contemporanea”.

YAWP: “Tu conoscevi Luigi direttamente. Hai voglia di raccontarci una immagine di lui che per te è stata significativa?”

L. Trapè: Non dimenticherò mai il momento in cui nel 2005 lo accompagnai davanti alla casa natale. Arrivati nelle vicinanze iniziò a rallentare il passo e si guardava intorno sconcertato, quasi smarrito. Era evidente che non ritornava lì da anni e gli sembrava incredibile poterlo fare ora, poter toccare quei muri, quella porta. Non so chi di noi due fosse più emozionato”.

YAWP: “Mi ha sconcertato il fatto che, quando hai ritrovato questi testi, hai avuto modo di parlarne faccia a faccia con Di Ruscio. Fino a che non hai deciso di raccontare questa storia in un libro, molto tempo dopo, che cosa ne è stato di questi testi da allora a oggi?”

L. Trapè: “La scoperta degli inediti è avvenuta contemporaneamente a quel suo viaggio a Fermo. I giorni passati insieme sono stati molto fecondi, soprattutto perché ho potuto iniziare una serie di interviste in video (confluite poi nei miei documentari Ritorni), condotte nei luoghi della sua giovinezza, in particolare il Vicolo Borgia, davanti alla casa dove aveva scritto quei versi e l’intera raccolta Non possiamo abituarci a morire. Sulle poesie inedite ho scritto di getto una prima stesura, continuando per anni a disfare e ritessere, finché il testo è giunto alla versione attuale”.


YAWP: “Credo che uno dei lavori più significativi nella riscoperta della poesia di Di Ruscio, quando ancora era dimenticata da molti, sia da attribuire a Christian Tito e alle loro Lettere dal mondo offeso (L'Arcolaio, 2014). Luigi ti parlava mai di Christian?”

L. Trapè: “Qualche volta mi accennò alla corrispondenza con un giovane poeta di Milano, senza peraltro dirmi il suo nome, ed ora forse potrei riconoscerlo in Tito”.

YAWP: “Che cosa distingue secondo te la poesia di Di Ruscio dal resto dei suoi contemporanei?

L. Trapè: "La sostanza più profonda ed essenziale della sua poesia è la naturale fusione tra l’io e il mondo, tra la riflessione esistenziale e quella storica. È impossibile per lui scinderle, separarle. La sua produzione è una cronaca indiretta, una cronistoria del mondo e della propria vita da poeta scravattato e sgrammaticato che mette in versi la rabbia e l'inappagamento, il furore eretico, la protesta e la denuncia sociale, insieme alla collera esistenziale. Questa materia incandescente è espressa in un linguaggio camaleontico che assembla dialetto e lingua colta, alto e basso; Luigi voracemente si nutre di ogni scritto che legge, di ogni evento, idea, situazione, incontrati nel mondo (anche virtuale), li mescola e come un giocoliere li ricrea con uno stile personalissimo”.

YAWP: “E le quattro poesie ritrovate?”

L. Trapè: “Tutte presentano già le caratteristiche della sua scrittura: il ritmo scarno e insistente, le immagini concrete, le storie dei muratori, i silenzi e i suoni, le credenze e le superstizioni del Vicolo Borgia. Questo mi fu ancora più chiaro mentre lo ascoltavo leggere proprio in quel luogo alcuni versi della prima raccolta”.

YAWP: “Luigi Di Ruscio ti confessa che quando un giorno incontrò a un bar di Fermo Crocenzi, che all'epoca nemmeno lo conosceva, fu lui a pagargli il viaggio grazie a cui, nel 1952, conobbe poi l'editore Schwarz che decise di pubblicarlo. Sembra la storia di un angelo custode... che ci ha visto così giusto, da custodire gelosamente nel suo archivio alcune poesie solo per lui”.

L. Trapè: “Negli anni Cinquanta Luigi Crocenzi, eccentrico intellettuale e fotografo, era una figura importante non soltanto nella città di Fermo: basti ricordare che nel 1953 (l’anno in cui Di Ruscio pubblicò Non possiamo abituarci a morire) Vittorini gli commissionò un servizio fotografico per il suo romanzoConversazione in Sicilia. Era un mecenate – si può dire – che sostenne molti giovani artisti con aiuti economici e incoraggiamento; ma soprattutto diede avvio a un periodo vivacissimo della cultura fermana, insieme a personaggi di levatura nazionale, come il poeta Franco Matacotta e il pittore Osvaldo Licini, che Di Ruscio frequentava. In quell’ambiente di grande fermento che rispondeva pienamente ai suoi ideali di giovane poeta, si veniva costruendo la sua formazione intellettuale e poetica”.

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