• Antonio Merola

Intervista | Romana Petri ha gli occhi di Jack London

Jack London è stato tra i primi scrittori americani a rientrare in una equazione: «letteratura come vita». E quella di London si può dire che sia leggendaria: ha fatto di tutto l'uomo, ha scritto ogni cosa lo scrittore. Per continuare con i numeri, oltre duecento racconti, una ventina di romanzi e almeno cinquecento articoli di vario genere. Ma come è possibile? Una parte della critica si chiede se non siamo di fronte a una biografia immaginaria. Altri, come Marco Paolini, cercano una via di mezzo: Jack London ha fatto, ma poi quando scrive esagera, amplifica con la fantasia bruciante che ha lo scrittore. Forse allora il modo migliore per affrontare una biografia simile è quella di non scrivere affatto una biografia dell'uomo, ma un romanzo sull'uomo: con Figlio del lupo (Mondadori, 2020) Romana Petri dà voce a Jack, è anzi la scrittrice a diventare Jack. «Sono stata lui per tutto il tempo della scrittura. Ho pensato e parlato per lui».



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Yawp: “C'è stato, negli ultimi dieci anni, un nuovo interesse per Jack London. Gli editori italiani hanno finalmente cominciato a pescare anche i titoli minori dalla vasta produzione londoniana. E il fenomeno non ha riguardato solo il mondo editoriale, ma anche il teatro, per esempio con la Ballata di uomini e cani di Marco Paolini (2015), o il cinema, con Martin Eden per la regia di Pietro Marcello (2019). Come mai secondo lei?”


Romana Petri: "I grandi scrittori non muoiono mai. A volte vengono un po’ trascurati, ma poi riemergono sempre. London ha una tale forza… è un frullato di vita e morte, avventura e solitudine del cuore. I suoi romanzi ci insegnano molto. E poi era un veggente, guardava al passato e al futuro come li avesse vissuti personalmente. Non dimentichiamo che era il figlio di una spiritista e di un astrologo ambulante. Le inconsapevoli eredità prima o poi riemergono. Credo che ora sia tornato il suo momento perché il mondo ha di nuovo bisogno di lui. Del suo coraggio, della sua forza di volontà, ma anche delle sue insicurezze e fragilità. Leggerlo ci insegna ad accettare ogni cosa di noi, la nostra verità, anche la meno lusinghiera. E ad essere comunque sempre noi stessi, a cercare (se è possibile) di evitare la viltà. Credo sia una lettura fondamentale per tutti, ma oggi soprattutto per le persone in formazione, per i giovani dalle poche speranze in un mondo che sembra al tramonto. Jack London il tramonto lo attraversava a cavallo, e si immalinconiva, certo, ma poi pensava subito al domani. E questo è il suo immenso lascito. Il suo testamento".



Yawp: “Figlio del lupo non è una biografia, ma un romanzo. C'erano già state, del resto, delle biografie tradotte anche in Italia come Jack London. Vita, opere e avventura a cura diDaniel Dyre(curatrice italiana Franca Brea, Mattioli 1885) e Jack London a cura di Irving Stone (trad. M. Reggia, Castelvecchi, 2013), sebbene gli originali risalissero rispettivamente al 1948 e al 1938. Quanto c'è di inventato nel romanzo e quale sono state, invece, le fonti che ha utilizzato?


Romana Petri: "Ho letto ogni biografia su di lui, anche quella della sua seconda moglie e poi ho riletto tutti i suoi libri. Ma un romanzo è fatto di dialoghi, lunghe descrizioni di stati d’animo, pensieri inconfessati, emozioni e paure, esaltazioni. Queste cose posso averle dedotte dai suoi romanzi, ma poi c’è sempre la voce del narratore che prende il sopravvento, e una dose di identificazione che in questo caso è stata quasi spaventosa. Sono stata lui per tutto il tempo della scrittura. Ho pensato e parlato per lui. Certo, le tappe della sua vita sono vere, ma tutto attraversato dalla mia personale emozione di parlare di un uomo/personaggio che fa parte della mia vita fin dall’infanzia. È stato un romanzo che ho dovuto scrivere. E non per liberarmi di lui, ma proprio per trattenerlo dentro di me. Adesso fa parte della mia vita, ho intravisto cosa vuol dire essere Jack London, ho cercato di vedere con i suoi e i miei occhi sovrapposti. Le assicuro che c’è stato qualcosa di portentoso in tutto questo. I libri ci cambiano sia a leggerli che a scriverli. E questo mi ha lasciato un marchio indelebile. Ci sarà sempre una parte di me che sarà un clone di Jack".


Yawp: “Lei ha dedicato una grande attenzione alle donne che più hanno influito nella biografia di London. Le andrebbe di raccontarci una delle loro storie?”


Romana Petri: "London era stato abbandonato dal padre prima di nascere. Suo padre non voleva che nascesse. Inevitabile che facesse più affidamento sulle donne. A cominciare dalla madre, donna dl temperamento brusco, ma di certo innamorata di questo straordinario figlio che sentiva predestinato a grandi cose. Ha creduto in lui con una forza davvero straordinaria. Soprattutto rispetto ai tempi e alla loro condizione sociale di basso proletariato. Fu lei a spingerlo a dedicarsi solo alla scrittura e a smettere di lasciarsi sfruttare da lavori spossanti e mal pagati. Un giorno gli disse: “Faremo la fame fino a quando sarà necessario. Poi diventerai il più grande scrittore d’America”. Non si era sbagliata. E poi ci sono le donne che ha amato. Io sono affezionata soprattutto ad Anna, l’amore mancato. Solo gli amori mancati sanno perseguitarci fino alla fine, perché nulla li consuma. E io credo che lui abbia trattenuto l’espressione di quegli occhi neri di russa fino al suo ultimo respiro. Almeno, io questo ho scritto".


Yawp: “Quella di Jack London è una biografia oscura. Jack fu uno dei primi, in America, a utilizzare la propria biografia come fonte principale della propria scrittura, secondo l'equazione ormai famosa di «letteratura come vita». E la cosa straordinaria è che, oltre allo scrivere più di duecento racconti, una ventina di romanzi e almeno cinquecento articoli di vario genere, London sembra avere fatto nella sua vita veramente di tutto. Secondo una parte della critica, saremmo però di fronte alla costruzione di un personaggio e, in parte, di una biografia immaginaria. C'è poi chi, come Marco Paolini, si mantiene nel mezzo quando dice che Jack London: «Cerca le scorciatoie, vuole diventare grande. Beve il whiskey quando ha voglia di caramelle, molla il lavoro perché ha voglia di spazio. Va in mare, la baia di San Francisco diventa il mare per lui. E la sua barchetta diventa la nave, perché della barca lui è capitano e riesce perfino ad avere un marinaio – a sedici anni. Poi non gli basta più [...]» Secondo lei ha senso cercare di ricostruire la verità?”


Romana Petri: "La verità non esiste mai, o almeno non ne esiste una soltanto. Lui, poi, era uno scrittore e nessuno come gli scrittori è capace di possedere e plasmare molte verità insieme. Certo, la sua viene definita una vita leggendaria. Dunque, fatta anche di leggenda. Ma è il suo bello. Non dimentichiamo che ogni volta che lui desiderava qualcosa era capace di consumarla con il puro desiderio, con l’imbambolamento del ricamo ossessivo, e poi, quando la otteneva, era praticamente obbligato a cominciare a desiderare qualcosa di nuovo. Era bruciante, divorante, mai sazio. E questa, oltre a verità, diventa subito anche leggenda. Non è tanto importante capire dove finisce il vero e comincia la finzione. Lui era uno scrittore e allo stesso tempo un grande personaggio. Aveva una fantasia senza freno, i suoi pensieri andavano a una velocità da meteora. E le meteore sono vere, ma seguire il loro percorso è impossibile. Bruciano. Bruciano e si bruciano. Lui era pura magnificenza. Era vero e inventato insieme. inventato perché capace anche di essere un specie di installazione artistica di se stesso. E a questo punto, capire dove comincia e finisce il vero Jack non è poi così importante. Si tratta di persone multiformi, che cambiano, che si trasformo. Io credo che lui fosse una specie di antesignano videogioco".



Romana Petri vive a Roma. Tra le sue opere, Ovunque io sia (2008), Ti spiego (2010), Le serenate del Ciclone (2015, premio Super Mondello e Mondello Giovani), Il mio cane del Klondike (2017), Pranzi di famiglia (2019, premio The Bridge). Traduttrice e critico, collabora con "Io Donna", "La Stampa", "Il Venerdì di Repubblica" e il "Corriere della Sera". È tradotta in Inghilterra, Stati Uniti, Francia, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo (dove ha lungamente vissuto).



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