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Intervista | Silvana Grasso la geografa dei sensi, messaggera di dissensi

Non è facile incontrare Silvana Grasso e non per il fatto che è una grande scrittrice di successo, ma perché, come lei sostiene, non cerca il consenso o l’applauso, ma il dissenso. Ovvio che Silvana Grasso non ha bisogno di presentazioni, come è ovvio che siamo consapevoli di aver intervistato un personaggio piacevolmente vulcanico, iconoclasta, fuori dagli schemi della volgare conformità di massa.


Si tratta di una scrittrice che fa la guerra e con ferocia e sarcasmo riesce a capovolgere il sistema meschino dei benpensanti; si tratta di una donna (scrittrice, filologa, critica letteraria) che ha riscritto la propria terra, la Sicilia, partendo dal rifiuto della tradizione, duellando con l’impossibile.


Stiamo parlando dell’autrice de i romanzi tradotti in greco, olandese, inglese, tedesco da Il Bastardo di Mautàna (Anabasi, 1994), L’albero di Giuda (Einaudi, 1997), La pupa di zucchero (Rizzoli, 2001), La domenica vestivi di rosso(Marsilio, 2018); e di racconti Pazza è la luna (Einaudi, 2007), Nebbie di ddraunàra (La Tartaruga, 1993); e poi di pièce teatrali come La notte di san Giovanni (radiodramma per la RAI, Manca solo la domenica ( produzione Teatri Uniti). Vincitrice nel’97 del premio Vittorini, nel’96 premio nazionale Pisa, nel’97 premio internazionale Sileno d’oro, e poi ancora nel’2002 il premio Brancati, nel’2006 il Grinzane Cavour, tanto per citarne alcuni.


Insomma, un personaggio e un nome di straordinario genio il cui impeto di dissacrazione sarcastica mette in atto anche con noi dissentendo con critica passione alle nostre stesse domande.


A cura Iuri Lombardi


Yawp: "Cara Silvana, come è nata in te l’esigenza di fare letteratura? Se non sono indiscreto (alla fine siamo colleghi e lo scrittore è sempre un ficcanaso) a che età hai iniziato a scrivere? Cosa ti ha spinto a fare letteratura?"


Silvana Grasso: "Non ho mai pensato di fare letteratura, non ho esitato a respingere ogni attacco di scritturite in modo assai più drastico di quanto non faccia con la mia rinite allergica. Ho usato come deterrenti i grandi classici della Letteratura greca o russa, il resto non mi sembrava e non mi sembra degno di nota, efficacissimi, se però letti in greco, a vedersi nani non titani come la più parte di quanti scrivono digiuni di greco come di filosofia storia e senso del ridicolo. A un certo punto per assuefazione, non hanno più prodotto effetto, ma avevo già 39 anni, 4 classici greci tradotti e adottati nelle più prestigiose università, potevo dunque concedermi spazi di debolezza o piccola anarchia.


Chi scrive purtroppo senza avere esplorato il vero mondo letterario che conta, il resto è solo robaccia che è stata stampata perché dei fessi la comprassero invece che investire in pizze, caponate, arancini, gamberoni, considera d’avere scritto il seguito della divina commedia e stima Dante il suo cameriere".


Yawp: "Tuttavia credo che il riferimento tuo più prossimo sia Vitaliano Bracati? Cosa ha insegnato ad un siciliano tipo l’opera e la poetica di Brancati? Quanto secondo te un siciliano abbia appreso da opere come il Bell’Antonio o il Don Giovanni in Sicilia?"


Silvana Grasso: "Ho letto Brancati molti anni fa, tanto da capire che non mi piace la tendenza comune ai siciliani di denigrarsi e autoflagellarsi, il masochistico compiacimento a un selfie distrofico di sé e dell’Isola. Sto leggendo invece con immenso interesse tutte le opere di Patti, autore che scappa dalle zecche della sicilianità e persino in tempo di epidemia di tipo andò a Shangai(1930/31)sfidando qualunque contagio, temendo assai più i luoghi comuni d’una Sicilia massacrata letterariamente, oltre che politicamente, proprio dai suoi autori".


La Sicilia “fallofila” e “falloforica”, la Sicilia retorica, seppellendo quel mito greco che faceva e fa, della Sicilia, una terra surreale, irreale modernissima oltre ogni slogan, ogni canzonetta, ogni cannolo. Brancati è uno di quegli autori che hanno imbarbarito o meglio occultato le mille fascinose teste dell’Idra siciliana. Basta leggermi, ma leggermi senza leggerezza e con bisturi affilato, per capire quanto io sia lontanissima da Brancati, quanto la carnalità dei miei personaggi, sia lontanissima dal fanatismo del sesso ipertrofico spacciato a capitoli, a romanzi, come al mercato le buonissime arance di Sicilia in sacchetti da 15 chili.


La sessualità dei miei personaggi è asessuata pur nell'innegabile apparente esca erotica, mira in verità alla più completa anarchia erotica, e nei modi e nella lingua, dunque è ricerca di sensi linguistici non mai di stupidi itinerari anatomici che tutti gli esseri umani hanno in comune con cani gatti cavalli asini. Io ritengo infinitamente più interessante la sessualità degli animali, incontaminata da retroguardie culturali ammiccanti, che quella degli uomini. Le 240 e più tesi di laurea master dottorato di ricerca che in molti Paesi del Mondo si sono fatte e discusse sulla mia opera narrativa hanno esplorato inquisito in modo serio attraverso spesso la lingua il tessuto narrativo che è esente da echi brancatiani come da echi sciasciani o verghiani.


Comunque all'autore Mai dovrebbe chiedersi di parlare della sua scrittura, scattano meccanismi di autotutela sconosciuti allo stesso autore che in buona fede potrebbe mentire giurando sulla testa di sua madre suo figlio e tutta la razza. Qualcuno si chiederà perché allora sto rispondendo a questa e altre simili ”inquisizioni”, faccio almeno venti interviste l’anno, semplicemente perché le interviste sono strumento per seminare altri territori, altri cervelli, ma anche solo sbirciarvi dentro, rendersi conto del ridicolo del patetico e indossare il cilicio per la colpa grave da ridicolo. Rendersi ridicoli è il più scellerato delitto, ergastolo immediato. Non so chi mi leggerà ma spero che mi contesti, che entri comunque in una qualche tenzone con me in un match di pugilato e dunque con se stesso.


Non cerco consensi, cerco dissensi e dissenzienti, cerco ghigliottine, cerco duelli onesti non miserabili killers. L’ultima tesi di laurea magistrale in filologia si è discussa il 24 febbraio all'università di Pisa, una tesi eccezionale in quanto oggetto della tesi assegnata dalla cattedra di letteratura moderna e contemporanea del prof Marco Bardini è stata la traduzione in russo di un romanzo breve 7 uomini 7 (Ets edizioni) a cura di una splendida ragazza russa Mariia Vladimirovna Shcherbakova, traduzione che sarà poi pubblicata da un editore russo. Dunque un procedimento eccezionale dalla tesi all'editoria, di cui sono molto grata al professor Bardini, all'eccellenza della facoltà di lettere di Pisa e alla ormai laureata Mariia.


Yawp: "Nelle tue pagine tutto questo è presente, come la (ri)disegnazione di una intera area geografica attraverso gli istinti, la memoria e i sensi; dall'olfatto al gusto contemplando persino il tatto, il protagonista de L’albero di giuda mi sembra sia emblematico, ora non credi che per paradosso, per assurdo, tutto questo stato di cose possa aprire una breccia di libertà? Mi spiego meglio, non credi che in questo assurdo conformismo di massa, politico, sociale di pensiero si possa aprire una strada verso un pensiero più ampio e libero?"


Silvana Grasso: "L’albero di Giuda è la sconfessione della letteratura siciliana che mi precede, luoghi comuni sono testo e contesto per essere maciullati, smontati e rimontati, il tutto con sarcasmo ironia elegia nostalgia poesia. Ripropongo luoghi comuni beceri come la mitologia del pende tipica del mondo brancatiano e la eviro usando non il machete ma il sarcasmo, il contraltare e il controcanto.


Su Sasà Azzarello, lo sgangherato direttore didattico fanfarone e a un tempo poetico hanno scritto in moltissimi e moltissimi italianisti lo hanno portato in convegno proprio a dimostrazione dell’azzeramento della tradizione che mi precede. L’ultimo convegno internazionale sulla mia opera si è tenuto all'università di Utrecht nel maggio 2017, gli atti dell’interessantissimo convegno sono stati pubblicati da Marsilio nel volume Vetrine di Cristallo, curato dal prof. italianista presso l’università di Utrecht Gandolfo Cascio, di origini italiane".


Yawp: "Ragionando sempre per compatimenti stagni, abituati ad attaccare etichette sin da piccoli, siamo stati capaci – e qui la responsabilità ce l’ha la critica letteraria, a suddividere la letteratura per nazionalità, mentre invece questa dovrebbe scindere da un pensiero di territorialità, dovrebbe essere universale. Secondo te riusciremo a superare quest’ordine razziale nel leggere e etichettare cose e discipline? E ancora, non converrà per puro spirito di interesse antropologico parlare di etnie e connessi e non di razze?"


Silvana Grasso: "La mia bibliografia è mondiale, dalla Tunisia alla Cina, dove sono in corso di traduzione, a dimostrazione del fatto che l’eversione paga almeno quanto l'apostasìa alla tradizione letteraria assunto come sangue per l’anemico. Io metaforicamente ho adottato il purgante per “evacuare” una tradizione a tratti bellissima da possedere ma non da clonare.


Questo ha fatto sì che nonostante la mia indifferenza totale a miserabili inciuci di certa deriva editoriale di borgata, lo studioso cinese come lo studioso inglese francese o turco abbia trovato le mie storie nuove insolite pericolose, assai più di un coronavirus per la tradizione assunta con ottusità. Non sono stata ottusa ma eversiva, trasgressiva, apostata, coraggiosa sempre rischiando sulla mia pelle editoriale. Nessuno mi ha mai cacciato fuori e sono già 27 anni che, delle mie storie e della mia baccante “lingua”, ammorbo l’editoria italiana ed estera".


Yawp: "Tu sei una scrittrice di successo, pubblichi in Italia per Einaudi, Rizzoli, Feltrinelli, Marsilio, ora per i giovani esordienti ci potresti spiegare come sei arrivata a pubblicare con case editrici così grandi?"


Silvana Grasso: "Questa è la domanda più facile. Nel 1990 partecipai, solo perché in giuria era presidente Amelia Rosselli, un genio, a un concorso indetto dall'università di Urbino per l’inedito. Vinsi su 2000 concorrenti il primo premio che consisteva nella pubblicazione e in due milioni di vecchie lire. Fu la stessa Amelia a dirmi di rifiutare la pubblicazione locale, lei stessa mi procurò subito editori importanti.


Con quel volume di racconti Nebbie di ddraunàra (a maggio esce ripubblicato nei tascabili Feltrinelli col titolo La ddraunàra), vinsi tutti i premi simbolo dell’opera prima, cioè il Grinzane Cavour e il Mondello. Subito dopo firmai un contratto per tre romanzi, ancora da scrivere, col presidente di Einaudi Torino, segno di grande fides nella mia scrittura, e da lì tutto a seguire senza mai intoppi, ne ho creati io talvolta ma solo per amor di duello.


Non ho mai cercato editori, ne ho rifiutati alcuni non per hybris ma perché stavo bene dov'ero o non mi piaceva la linea editoriale. Insomma nessuna via crucis né olio di ricino, l’editoria almeno allora riconosceva il valore e non si lasciava sfuggire un autore anche se strano o dal carattere spigoloso e nient’affatto maneggevole come me".


Yawp: "Altro aspetto, non marginale, e che c’è un sospetto che dietro a queste grandi pubblicazione, nella maggior parte dei casi, vi sia un editing radicale che sconvolge la redazione originale prestabilita dal suo autore per confezionare un prodotto commerciale. Ora da scrittore cosa pensi dell’editing? È giusto che il lavoro di uno scrittore venga poi modificato per degli scopi di marketing?"


Silvana Grasso: "Ho implorato per anni anche solo lo spostamento di una virgola o la cancellazione di un capitolo, mai però nessuno ha voluto metterci le mani, dunque non ho avuto editing, chissà magari un editor in editing avrebbe potuto levare tanto tossico dalla mia scrittura e cacciarvi un po’ di miele …..ma ahimè è rimasta una prece inascoltata quella che un editor facesse a pezzi il testo o anche solo una paginetta".


Yawp: "Secondo te, partendo dal presupposto che lo scrittore sia il prototipo della libertà (non lo è il giornalista che scrive per il padrone e deve sottostare a certe regole, non lo è di fatto il cittadino, affetto da una epidemia conformista e negli ultimi anni la storia ci insegna questo) quanto è importante in lui la militanza della sua arte? Voglio dire la frequentazione di riviste letterarie? Non credi che queste ultime svolgono un ruolo fondamentale per le ossa del letterato?"


Silvana Grasso: "Reputo moleste e inutili le militanze, sempre e ovunque, servono a fare branco ma il branco resta branco. Paga la solitudine, ancor più meglio l’autismo, io ho avuto una diagnosi, solo pochissimi anni fa, di severo spettro autistico corretto da un q.i 18, elevatissimo dunque. Paga l’incapacità, la nolontà, assoluta e senza pentitismi, di stare dentro una classetta di compagnetti che scrivono, ma questo non si traduce in compagnetti “scrittori”! Lo scrittore non partecipa mai alle sagre della scrittura ma, come faccio io, a quella del maialino nero dei nebrodi o dei maccheroni col sugo o dei cannoli con la ricotta e i canditi o altro a seconda della terra di provenienza".


Yawp: "Che consiglio ti senti di dare a un giovane che vuole fare lo scrittore?"


Silvana Grasso: "Chi si accinge a scrivere, chi è appena al suo primo capitoletto, a prescindere dall'età, giovane o vetusto e a un passo dalla bara poco importa, è assolutamente convinto di potere lui medesimo dispensare consigli, scrivere il vademecum del genio, e ci crede pure e senza chiedere nemmeno aiuto al buono “Appollo”, procede spedito a millanteria spiegata senza permettere mai alla Grasso ma nemmeno a Dante Alighieri di dargli qualche dritta.


Quando nei miei numerosissimi incontri si alza il tipo a farmi questa domanda in realtà la domanda nasconde un quarto d’ora di risposta, io lo lascio parlare, alla fine gli dico: «non hai bisogno di nessun consiglio, hai già chiaro tutto, ora sono io ad avere seri dubbi ma mentre parlavi ho preso appunti..»


Ancora, gli scrittori sono avarissimi taccagni ingenerosi, e non solo metaforicamente, nessuno scrittore che possedesse la ricetta della scrittura e del successo ne cederebbe un solo grammo a nessuno mai in ossequio all'intramontabile principio ever green mors tua vita mea".

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