• iurilombardi

Intervista| Stelvio Di Spigno, il cantore dell'assenza

Particolare resta quest’ultima fatica poetica del poeta partenopeo Stelvio di Spigno, Minimo Umano ( Marcos y Marcos, 2020 - https://marcosymarcos.com/libri/minimo-umano/ ), già conosciuto al pubblico italiano con la precedente silloge Fermata del Tempo ( Marcos y Marcos, 2015), e per una serie di ragioni che necessitano di essere spiegate o comunque poste all'attenzione del lettore.


Già nella precedente raccolta Di Spigno ci aveva abituati a un suo senso di carnalità e materialità, alla caduta nel tempo dell’uomo e delle sue fragilità. Se infatti nella precedente silloge i versi narravano il periodo della giovinezza, i primi amori e le prime sparizioni, le prime perdite, le prime amicizie poi magari tradite dalla combinazione degli anni che passano, di una Napoli affollata di realtà tristi e fantastiche al contempo; in questa nuova raccolta, più matura sia per quanto concerne i contenuti sia per la forma, lo stile, a emergere è il senso della sparizione, della perdita fisica delle persone, degli affetti e le poesie raccolte ( raggruppate in sezioni) sono un unico canto – o più canti in un uno, dove il poeta cambia di tono, gioca sulla linea melodica e sulla musicalità del verso, come se fosse un mosaico di istantanee, di più perdite in una- della elaborazione del lutto.

La poesia di Di Spigno quindi in questa silloge diventa secondo me universale, e lo diventa proprio abbracciando un tema doloroso che, come sottolineo nelle domande, c’è tutta Napoli, l’antica Partenope narrata dal Marotta, dal Rea, ma anche dai poeti come Di Giacomo e di quei cantori che non ci hanno lasciato traccia del proprio nome e che probabilmente è il popolo stesso di Napoli che si fa poesia, come nel caso di Fenesta Vascia (chiaro tentativo di pianto per un amore non corrisposto).

Il senso della sparizione e del vuoto che di conseguenza si viene a creare per reazione qui in Di Spigno è proprio elaborazione del lutto. L’universalità della raccolta di Minimo Umano, come ci suggerisce il titolo stesso, sta in un continuo pianto di perdita e nella sua spettacolarizzazione interiore.

Ecco allora che la silloge di Di Spigno, le singole liriche, ricche di riferimenti letterari, di similitudini e corrispondenze culturali (quasi con riferimenti europei, l’appello “dei non più” può ricordare l’ultimo racconto di Joyce de Gente di Dublino) è il canto in cui il poeta affida all’assente – estinto o semplicemente allontanatosi- un filo di protezione per colui o colei che rimane al di qua della riva. Dobbiamo infatti a mio avviso considerare il fatto che Stelvio è un poeta cattolico e questo senso della speranza è molto forte (o di fede, per meglio dire) al punto che l’affidamento, questa breccia di speranza trova giustificazione nel suo canto doloroso. E mentre il dolore si fa spettacolo interiore – il poeta è la scena crudele che si palesa in ogni istante- la poesia è una preghiera di speranza e rimpianto allo stesso tempo.

Colui che è sparito – torno a ripetermi, morto o semplicemente non più in contatto con l’io del poeta- diventa il personaggio protagonista di un presepe introverso: un presepe affollato di siamo stati e di non più.

Se per certi versi, Di Spigno abbraccia il sentimento nobile dell’espressione napoletana, meridionale direi, dall'altro proprio perché partenopeo con prepotenza espressiva si fa europeo. Ecco allora che l’elaborazione del lutto, questo pianto, anche se in lingua italiana e non in dialetto, è l’espressione di un pianto collettivo, di un dolore meridionale, astratto e concreto allo stesso tempo.

Assenza per il singolo diventa assenza per la moltitudine e Minimo Umano il mosaico di più canti di dolore e di morte, quasi come fossero cantati da un popolo. Ricorda infatti, per assurdo e per la sua autentica complicazione una radice molto più antica che cade inevitabilmente nello psichico, in quella reazione tipica che si viene a palesare dopo l’assenza funebre collettiva più che individuale.

La raccolta di Di Spigno ricorda infatti il dolore di un popolo, il lamento nel quale si affida all'assente ciò che resta dell’umano episodio. Non mi è difficile inquadrare quindi Stelvio in questa ottica, in questa ontologia psichica o condizione, autore di una sorta di Scora maje partenopea.

Intervista a cura di Iuri Lombardi

YAWP: “Minimo umano è la tua nuova raccolta poetica, Stelvio, che mi sembra abbia superato la precedente, caso normale, penso avvenga a tutti i poeti, solo che una domanda mi viene spontanea: la tua poesia sembra non aver superato la questione ontologica, dico il vero o è solo una mia impressione?”

SDS: “No, non è una tua impressione. È proprio un quesito, un chiedere, un’interrogazione continua. A volte capita di captare la risposta, dentro di sé, altre volte la domanda resta inevasa, tormentosa e tormentata. Per me l’essere umano continua ad essere composto di corpo e anima, e cosa succederà dopo la morte resta fondamentale. Cosa accadrà quel giorno? Nel libro, in particolare nella sezione centrale, una risposta c’è”.

YAWP: “La raccolta che si divide per sezioni si sviluppa attraverso un ventaglio umano che a mio avviso si relaziona a una perdita, come se tu avessi scritto questi versi per elaborare un lutto. Questa mancanza si sente moltissimo nei versi...”

SDS: “Molte perdite. Anzi, direi che c’è una specie d’indignazione per il fatto che ognuno di noi debba affrontare continue perdite, continue sottrazioni di affetti, e andare avanti, come niente fosse, conservare se stessi quando il tempo e gli eventi ti sottraggono chi ami. È proprio il Tempo come modalità dell’Essere a farmi ribellare e rendermi inquieto”.

YAWP: “Altro aspetto, di non secondaria importanza, sta nella forma con il prediligere il verso lungo, che in apparenza sembra facile, in realtà è complesso da gestire, al punto che il verso lungo, o endecasillabo allungato, crea una certa epicità nel racconto. Quanto è determinante la metrica oggi in poesia?”

SDS: “Moltissimo. La poesia è musica, e la musica ha un suo ritmo, che, nel nostro caso, si chiama metrica. Io non faccio versi lunghi, è più corretto dire che faccio due settenari, un endecasillabo più un certo numero di sillabe, un ottonario e un settenario insieme, insomma, nell’ipermetro è racchiuso un quantum di verso e di ritmo tradizionali, che fornisce l’andatura e la dinamica del singolo componimento”.

YAWP: “Nella tua raccolta è molto presente Napoli, si tratta della Napoli più dolorosa quella del Rea, della scuola di Prisco, Compagnoni, ma anche di Di Giacomo, di Murolo e non è difficile riscontrare questi poeti e scrittori nei tuoi versi. La mancanza, l’assenza, il lutto da elaborare mi ricorda un vecchio pezzo (di altissima letteratura) Fenestra ca lucivi. Cosa rappresenta per te Napoli e cosa questi autori che ho nominato?”

SDS: “Sono tutti grandi autori, e sono la gloria di questa città dalla metà dell’Ottocento a oggi. In effetti, la loro visione di Napoli (parlo di Rea, Prisco, Compagnoni) è una visione da antropologi, da intellettuali, che ambientano le loro trame e la loro narrazione proprio in una Napoli reale, fonte d’indagine, presente e viva nella memoria collettiva. E’ in parte così anche con Di Giacomo, che però era un poeta enorme, il Petrarca napoletano, come lo definì Croce, e che qualcosa di oscuro forse lo ha presentito, ma è come se si fosse voluto fermare in tempo. Per me Napoli è la patria degli affetti, dei ricordi, della mia infanzia e adolescenza, e si confonde con i volti delle persone che ho amato e perduto. Per questo è amara, è la città del rimpianto, della fine di un’epoca e di tutte le epoche. Quando ero un bambino, persisteva ancora una città antica, quasi ferma nel tempo, fino a tutti gli anni 80. Poi siamo passati dall'arcaicità alla globalizzazione tutto in in una volta. E oggi si fa fatica a riconoscerla, se non nei ricordi, nelle volti del tempo passato. Quelli di cui parlo nel libro”.

YAWP: “Napoli poi oltre ad essere la capitale di un regno secolare è stato l’epicentro, quasi fosse una Firenze del sud, culturale, penso all'età di Di Giacomo, penso alle grandi tematiche che certi partenopei hanno espresso in un risultato universale – un testo che mi viene in mente e che ritengo essere la sintesi perfetta di poesia è Tu ca nun chiagne, ma la poesia non è presenza né comunicazione ma neppure consolazione, si può quindi considerare una auto-sospensione?”

SDS: “Beh, a Napoli tutto è sospeso, tutto resta in orbita. È una città antichissima, abituata ad essere e sentirsi centrale, quindi a non perdere nulla di quanto c’è nell’aria, a prescindere se sia buono o deleterio. Napoli conserva, attira, custodisce, non perde niente, neanche oggi che, come ti ho detto prima, è cambiata”.

YAWP: “Tu sei un poeta dell’io e questo emerge nei tuoi versi, a esempio nella poesia Domenica pomeriggio è chiaro che parli di un'assenza… adesso proprio in questo testo ho rivisto poeti come Sereni; quali sono stati i tuoi maestri di penna?”

SDS: “Il Novecento l’ho frequentato tutto, ma direi che oltre Sereni, specie se parliamo della poesia che hai citato, ci sono Caproni, Montale, un’asse di ferro leopardiano-petrarchesco bilanciato, non so quanto, dalla presenza di Dante. La poesia trasforma e ruba da altra poesia. È praticamente impossibile distinguere il ramo dal tronco e il tronco dalla radice. Nella scrittura in versi, secondo me, non si può fare”.

YAWP: “La poesia italiana si può dividere in due grandi filoni; da una parte quella ontologica (dove l’Io è molto presente, come nel tuo caso) e una linguistica (dove l’io è disintegrato, Caproni, Bene, Scotellaro, Sinisgalli, Gatto – cito alla rinfusa), ora che ruolo ha oggi, nel nostro tempo la poesia? Resta un profumo, una religione?”

SDS: “Resta poco, pochissimo. Può darsi che per qualcuno rimanga una religione, ma le nuove generazioni che si stanno avvicendando, a cominciare dalla mia, non scommettono l’intera esistenza sul fare versi, come hanno fatto i grandi poeti del passato che hai citato. E forse, non essendo chiamati a quelle altezze, fanno anche bene. I valori oggi sono altri. Tra i poeti dai cinquanta anni a scendere dominano piccole rendite di posizione, arrivismo, furbizia e cinismo. Se non si rimane nella Storia, bisogna almeno avere successo subito, è questo che pensano, la prassi è questa. E poi ci sono le nobili eccezioni, per cui vale ancora la pena distinguere il grano dal loglio. Ma non ti nego che è sempre più difficile”.

YAWP: “Che ruolo giocano, sempre secondo te le riviste letterarie nella vita artistica di un poeta?”

SDS: “La narrativa ha un pubblico, la poesia no. Per cui riviste e siti web sono la sola modalità con la quale si fa avanti e diventa visibile il “prodotto poetico”. Ma i siti sono troppi, e i poeti bravi troppo pochi. C’è una quantità indefinibile di poeti tutti uguali e tutti ugualmente inespressivi, che ingolfano la scena e rendono impossibile orientarsi. Pagano e pubblicano, danno lavoro agli editori, ma così è l’intero “comparto” poetico a perdere di prestigio e di credibilità”.

SDS: “Uno scrittore una volta disse che la poesia non è da annoverarsi come letteratura perché la letteratura è solo la narrativa, mentre la poesia è un esercizio di stile, cosa che, dico io, nel tuo caso è il contrario. Ma se la poesia non è letteratura cosa è la letteratura?”

SDS: “La narrativa è anch’essa poesia. Tale svalutazione della poesia viene dal fatto che un numero sterminato di persone la praticano, troppo e male. E quando un’arte perde di prestigio e soprattutto perde il suo ruolo nel sistema culturale di una nazione, rimane come fenomeno anodino appeso a un filo in visibile che evita uno schianto finale che secondo me sarebbe catartico. Lo stesso è accaduto, per esempio all’opera lirica, al balletto, alla musica classica. Stessa cosa si potrebbe dire della stessa cultura in toto. Fino agli anni ’60, essa aveva un ruolo fondamentale nella società, perfino in quella di massa. Oggi non è più così. Sono processi interni al potere economico e al capitalismo globalizzato. A queste due entità fino a quarant’anni fa “occorreva” un consumatore che avesse anche una sua cultura di base. Bisognava andare all’università, formarsi per avere lavoro e spendere soldi. Oggi basta un qualche sapere pratico, cuoco, informatico, hair stylist, per avere moneta e far parte integrante della società dei consumi. Il potere economico ha snellito la trafila per rendere le persone idonee al più grande esercito che sia mai stato radunato nella storia umana: l’esercito dei consumatori. La cultura è un rischio, apre gli occhi, soprattutto non serve, in questa dittatura dell’immagine. La cultura e nel suo ventre la poesia, sono attuali e sfruttabili solo se producono denaro”.

YAWP: “Quale rapporto c’è oggi tra la poesia e il mercato e tra la poesia e la grande editoria?”

SDS: “Fai caso a questa cosa: la poesia di per sé non attira, quindi non “vende”, anche se è buona poesia. Vendono copie di poesia, un nome già famoso, un autore con alle spalle una situazione da gossip, un romanziere di successo magari alla sua prima esperienza come poeta, per esempio. A vendere, e quindi a restare interessante è un’immagine, un’immagine autoriale che diventa subito commerciale e commerciabile. Ma cosa ci aspettiamo da un’epoca in cui i cervelli delle persone sono appiattiti sugli schermi dei telefoni, dei pc e della televisione? A chi raccontare che la poesia è unicità e verità? E tutto questo inseguire l’immagine commerciale della poesia la renderà sempre più inutile, se non a scopi commerciali, appunto. Non esisterà più né come arte, né come parte di un corpo unico che è la letteratura. E mi spingo oltre, a rischio di rompermi l’osso del collo, ma questa situazione è soprattutto italiana, per ragioni che sarebbe troppo lunghe spiegare qui (lo ha fatto benissimo Pasolini, negli ultimi anni della sua vita). In altri paesi europei e in America non è così. Non sono arrivati a questi livelli di autodistruzione parossistica del proprio patrimonio del sapere. Il degrado antropologico e culturale del nostro paese fa paura”.

YAWP: “Tuoi progetti futuri?”

SDS: “Un periodo di riposo, credo. E poi sarà quello che Dio vorrà”.

Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità, la frequenza dei post non è prestabilita e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale o una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 07/03/2001. Tutti i diritti sono riservati – barbaricoyawp.com; la redazione di YAWP prima di pubblicare foto, video o testi ricavati da Internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti d'autori o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso di materiale riservato, scriveteci a yawp@outlook.it e provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.