La Selva di Yawp | Buon sangue non mente di Kevin J. Mitchell


Buon sangue non mente di Kevin J. Mitchell (Aboca, 2020).

È generalmente riconosciuta la straordinarietà del corpo umano, in quanto macchina pressoché perfetta. Nella stessa maniera potremmo definire straordinaria la maniera in cui questo sia in grado di “smolecolare” il cibo, per poi renderlo energia. Cosa dire poi della capacità di rigenerarsi della pelle o della maniera in cui siamo in grado di pronunciare parole dalla stessa apertura che utilizziamo per mangiare e respirare, cose che facciamo spesso tutte e tre contemporaneamente? A questo punto, cosa ci distingue da un’intelligenza artificiale?

Domande simili sorgono automaticamente leggendo Buon sangue non mente (Aboca, 2020) di Kevin J. Mitchell.

Il volume di Mitchell, neuroscienziato, ci dà qui numerose e interessanti informazioni rispetto al contenitore di carne che abitiamo, dal giorno in cui veniamo concepiti fino al giorno in cui moriamo. Con un linguaggio, bene o male, comprensibile dai più, Mitchell rende accessibili questioni molto specifiche, nell’ambito della neuroscienza e della genetica, a un largo gruppo di persone che spesso non sanno ben dire nemmeno cosa sia, effettivamente, un DNA.

Anche quando questioni complesse vengono affrontate e sviscerate da un punto di vista meramente tecnico, ed è quindi molto più difficile capire di cosa si sta parlando, Mitchell riesce a riprendere il filo come stesse tenendo una lezione di biologia a degli studenti di filosofia, dando al volume una struttura perfettamente accessibile. Vi è un unico requisito necessario: basta saper leggere.

La prima domanda che Mitchell pone al lettore è “come vi descrivereste?”, facendo subito riferimento a uno strumento che tutti conoscono: i siti di incontri. Nel creare un riferimento piuttosto concreto (quotidiano per molti di quelli che leggeranno Buon sangue non mente), Mitchell finisce per fare una domanda molto più pregna di importanza: “come diventiamo ciò che siamo?”.

Il nucleo di tutto il volume è proprio questo: per quanto paradossale possa sembrare, il volume non va a spiegare precisamente cosa sia, in ultima battuta, la natura umana ma a dare a tutti i lettori, di ogni categoria, gli strumenti necessari per porsi questo tipo di quesito esistenziale e di farlo con cognizione di causa. In questo caso, la cognizione di causa non si crea aggiungendo inutili nuove speculazioni al dibattito corrente e, soprattutto, non è questo un luogo in cui interrogarsi sull'essere umano da un punto di vista meramente sentimentale, scadendo nella semplicistica conclusione che la specie umana sia migliore delle altre; piuttosto, il volume in questione si basa su solide informazioni, che spaziano dalla composizione del genoma e quella che Mitchell chiama “cablaggio”.

La tesi fondamentale di Mitchell è che gran parte (ma non solo) del motivo per cui siamo quello che siamo dipende dalla maniera in cui il “programma” del nostro cervello viene installato nello stesso. In questo senso, come ribadito in tutto il volume, anche se le nostre esperienze sono fondamentali per determinare scelte e comportamenti[1], il vero distinguo sta nella natura neurale del cervello.

Per quanto riguarda il volume in sé, come già affermato, la sua intera struttura è fatta per essere compresa anche da chi non ha mai aperto un libro di biologia, né tanto meno di neurologia – o qualsiasi altro tipo di –gia.

Per capire come si struttura il percorso di Mitchell verso la definizione della natura umana, sarà utile osservare brevemente l’indice.

Come in ogni trattazione scientifica, l’indice dice chiaramente dove e come si passerà dall’introduzione alla conclusione – che, in questo caso in particolare, non è per niente scontata. In Buon sangue non mente, i titoli e i sottotitoli di capitoli e singoli paragrafi sono sapientemente affabili e intriganti: invitano il lettore ad andare avantmascherando informazioni molto complesse con un’evidente grande dialettica.

Una volta iniziata la lettura, ci si troverà impigliati, nella prima parte della trattazione, in un mare di informazioni introduttive: nella prima parte, Mitchell ci introduce non solo alle intenzioni dell’opera, ma soprattutto a questioni che riguardano la formazione del genoma, il concetto di mutazione della biologia umana, l’ereditabilità e la questione dei gemelli. Quest’ultima in particolare, non è solo una premessa, ma ricorre nel corso dell’intera opera: quando Mitchell va a discutere le varie mutazioni e gli effetti degli stessi sul cervello e l’esperienza dei loro “possessori”, ritorna quasi sempre alla questione dei gemelli.

È di fondamentale importanza, infatti, tenere a mente che le statistiche provenienti da ricerche di qualsiasi tipo devono essere considerate alla luce del campione su cui le stesse si basano: nel caso dei gemelli, tutte le mutazioni, analizzate in studi specifici e citate nel volume di Mitchell, devono essere “divise”, nei loro effetti, fra gemelli mono e dizigotici.

Nel secondo capitolo, Mitchell afferma: “se tali caratteristiche [quelle psicologiche] sono, anche solo in parte, genetiche, le persone dovrebbero assomigliare ai loro parenti non solo fisicamente, ma anche psicologicamente”[2]. Gli effetti delle mutazioni in questione sono infatti fondamentalmente di pochi tipi (cromosomiche, psicologiche e psichiatriche) e gli effetti interessanti per Buon sangue non mente sono proprio le discrepanze di comportamento e percezione del mondo che ricorrono, non sempre in maniera coerente e lineare, fra gli esseri umani dello stesso gruppo.

Tornando ai gemelli, la loro importanza nel volume si ricollega alla nurture vs nature, il turning point per eccellenza per capire da dove arrivi effettivamente la creazione di una personalità e, quindi, di uno schema di percezione della realtà.

La logica degli studi sulle adozioni è semplice: se ciò che rende le persone più simili tra loro sono i geni condivisi, allora gli individui adottati assomiglieranno ai parenti biologici, mentre se la cosa più importane è l’ambiente condiviso, essi assomiglieranno ai parenti adottivi, specialmente ai fratelli adottivi […].

Gli studi sui gemelli seguono la strada opposta: […].[3]

Mitchell ci dice subito che le differenze fra gemelli dizigotici e monozigotici seguono la questione genetica (i gemelli monozigotici sono più simili fra loro rispetto ai dizigotici) solo da un punto di vista prettamente fisico.

A questo punto, l’autore si trova in un cul-de-sac e deve necessariamente porsi il problema della misurazione delle caratteristiche psicologiche.

Innumerevoli sono le maniere per determinarle, in tipi di persone anche completamente diversi fra di loro, ma la quasi totalità di esse si rivela quasi del tutto inutile nel compless. A differenza di parametri come l’altezza e il peso, come spiega lo stesso Mitchell, non è possibile dire con certezza quale siano i caratteri fondanti della psicologia di una persona. Come il lettore avrà notato, qua giace il punto centrale di tutta l’opera, ovvero nel complessissimo contenitore e produttore della mente umana: il cervello.

Quest’ultimo è una macchina perfetta, che spesso si è fatto fatica a definire nel binomio nurtrure/nature. Erroneamente, infatti, il cervello è generalmente attribuito al primo dei due (nurture), affibbiandogli il ruolo di “contenitore culturale”; seppure le influenze esterne (quelle, per l’appunto, culturali e sociali) siano fondamentali nella definizione di numerosi disturbi, l’autore rende chiaro, a tempo debito, che il cervello umano sia un prodotto principalmente della nature, cioè della biologia. Ciò che rende un cervello tale non è tanto la risposta all’ambiente, quanto al famoso cablaggio.

Ma da cosa dipende la formazione di un cervello?

Abbiamo già detto, e ogni essere umano con una buona formazione scolastica di base sa, che il corpo umano (quindi anche il cervello) è sostanzialmente l'equivalente di un software, capace persino di sopravvivere ai bug più pericolosi. La maniera in cui un cervello viene “installato” in un corpo, però, non dipende solo dai pattern “pre-installati”, bensì dal caso. Alla base, è solo grazie al caso che una persona diventa un adulto perfettamente funzionante mentre un altro finisce per dover combattere gravissime crisi epilettiche per tutta la vita.

C’è però un ultimo strato da aggiungere. Per dirlo con le parole di Mitchell:

la variazione dei nostri geni e del mondo in cui il nostro cervello si sviluppa produce differenze nelle nostre predisposizioni comportamentali innate, cioè cause la variazione delle nostre tendenze e capacità comportamentali. Queste predisposizioni influenzano senz’altro il modo in cui ci comportiamo in questa o quella circostanza, ma non lo determinano tutto da sole: semplicemente, costituiscono una base alla quale si sovrappongono altri processi. Impariamo dalle nostre esperienze, ci adattiamo agli ambienti che abbiamo intorno, sviluppiamo modi di agire abituali: tutto questo è fondaIn to, in parte, sui nostri tratti di personalità, ma dipende anche dal contesto.[4]

Non è questa la sede per discutere nel dettaglio del contenuto di Buon sangue non mente, soprattutto perché non è questo che La selva di Yawp vuole essere. Vorremmo piuttosto riflettere, adesso, su alcuni degli aspetti più interessanti della trattazione di Mitchell, quelli che maggiormente escono dal più ristretto campo della neuroscienza.

In particolare, Mitchell si prende la responsabilità di tirare in ballo poche questioni molto spinose, che pesano come una lunghissima trattazione a sé stante.

Fra queste, ne citeremo alcune: la prima è la grande facilità con cui la selezione dei geni migliori (al fine di dare a un individuo la miglior vita possibile) possa sfociare, a livello teorico, nell’eugenetica e la seconda è la gravosa presenza dell’industria del self-help. Notevole anche l’aspra critica che Mitchell muove alla corrente dei no vax – una questione che, in un certo senso, si ricollega alla prima elencata.

Prima di tutto: chiunque conoscono la sensazione di vago disgusto e profondo disagio che provoca la parola “eugenetica”, ma non per questo alcuni principi associati a questa pratica orrida sono necessariamente sbagliati. È prassi comune, prima di mettere al mondo un ulteriore essere umano, scandagliare il suo organismo per capire se e come sarà esposto a determinate malattie o malformazioni, a seconda della mutazioni che, su base probabilistica, hanno contribuito alla sua formazione in quanto essere vivente; è anche pratica comune dare la possibilità ai genitori, non necessariamente causa di tali mutazioni, di terminare la loro esperienza genitoriale lì o rischiare e portare a termina la gravidanza.

Ciò che fa la differenza fra questo tipo di selezione – posto che, durante l’evoluzione umana, numerose mutazioni dannose per la specie continuano a presentarsi imperterrite – e quella applicata dai medici nazisti nei campi di sterminio, è il presupposto alla base della stessa: in poche parole, quando decidiamo di non mettere al mondo un bambino che svilupperà evidenti deformazioni, non lo facciamo esplicitamente per depurare la specie o selezionare individui apparentemente perfetti, ma prendiamo una decisione (sempre) difficile, in nome di un’esperienza di vita piena di gioia e scarsa in sofferenza. Pare quasi strano che Mitchell debba chiarire un passo tanto ovvio, ma questa scelta – appunto – è più chiara se consideriamo la questione dei feti con sindrome di Down.

Quando parliamo di bambini con questo tipo di sindrome, di natura cromosomica, di solito si storce il naso[5], perché chi vive con questo tipo di mutazione genetica altri non è veramente in pericolo di vivere una vita con una qualità “inferiore”, se accuratamente seguiti e introdotti all’interno di una società non strettamente calibrata per le loro necessità, soprattutto di natura sociale.

La questione della sindrome di Down non è, però, interessante in sé per sé, ma alla luce di uno spunto di riflessione piuttosto rilevante, che emerge dalla trattazione di Mitchell: i disturbi neurologici, neuropsichiatrici o cromosomici sono tali non solo perché causano disagio al paziente, ma soprattutto perché causano disagio alla società in cui essa vive. In Italia, un caso in particolare mette in risalto proprio questo assunto: chi soffre di un disturbo mentale è “disturbato” solo quando non è funzionale alla società che abita.

Nel caso del tarantismo, quella mutazione che Mitchell dice essere la causa sia della schizofrenia, che dell’epilessia, che dell’autismo, crea delle persone perfettamente funzionali alle comunità di cui fanno parte. Nelle comunità dell’Italia meridionale, principalmente in Salento, i riti che coinvolgono le cosiddette “tarantate” sono esperienze collettive puramente catartiche, che potevano durare intere giornate, in cui persone designate danzavano una tarantella “terapeutica”, che libera (solo simbolicamente) il soggetto in questione – come in un esorcismo[6].

In questo caso, avendo la sintomatologia manifestata un valore sia culturale che sociale, il paziente è perfettamente integrato nella complessa rete di rapporti umani che lo coinvolgono; non vi è nessun motivo per cui la “tarantata” non dovrebbe essere tale. Al contrario, una persona, ad esempio, schizofrenica non verrebbe mai, in una società occidentale cosiddetta moderna, considerato come un eletto di Dio, in grado di comunicare con una dimensione più alta, alla quale i normali non possono avere accesso in nessuna maniera, ma verrebbe anzi trattato come un pericolo per sé stesso e per il prossimo. Questo è indubbiamente il sintomo di una secolarizzazione necessaria, che crea un’esperienza di vita meno caratterizzata da inutili superstizioni, ma è comunque rilevante per acquisire maggior consapevolezza di una complessità che, spesso, non viene mai percepita. Ciò che Mitchell problematizza è di fondamentale importanza per dare un nuovo significato all’esperienza umana.

Legato a doppio binario con la precedente questione c’è il problema dell’industria del self-help.

Il titolo (leggermente parafrasato) di un libro di self-help promette di mostrarsi come ricablare il cervello per superare l’ansia accrescere la fiducia in noi stessi e cambiare la nostra vita. Altri proclamano che è possibile “raggiungere immediatamente risultati straordinari utilizzando potenti tecniche di ___!” (il lettore può riempire lo spazio bianco da sé).[7]

Mitchell è non poco critico nei confronti di questo tipo di produzione letteraria: oltre ad avere scarsi effetti terapeutici, infatti, i libri di auto-aiuto partono da un presupposto completamente sbagliato. L’autore sottolinea, infatti, che non sia effettivamente possibile, in nessuna maniera, cambiare il cablaggio di un cervello: con un certo sforzo, è possibile cambiare atteggiamento nei confronti di una determinata situazione o meccanica sociale, ma mai si potrà cambiare il presupposto genetico per cui una personalità è più o meno funzionale, da un punto di vista prettamente sociale. Ciò che ci viene promesso da questi libri è, quindi, impossibile.

Buon sangue non mente può sembrare, in ultima battuta, un’opera che non va da nessuna parte. In fin dei conti, a cosa è utile sapere dove e quando si sviluppa una mutazione genetica e come può esserci utile sapere da dove arrivano determinate malattie, soprattutto quando non sono necessariamente invalidanti?

La risposta sta nella maniera in cui questo libro è strutturato.

Come nel corpo umano, il volume di Mitchell costruisce una solida rete di informazioni che possono sembrare inutilmente specifiche se prese singolarmente, ma che finiscono sempre per completare un segmento più grande che, a sua volta, finisce per dare senso a un discorso ancora più ampio.

Non potremmo immaginare una trattazione migliore per riuscire a interrogarci su cosa siamo, in questo momento della storia umana.


Note. [1] È generalmente riconosciuta la maniera in cui un’esperienza traumatica, soprattutto a lungo termine, possa cambiare la personalità di una persona. [2] K. J. Mitchell, Buon sangue non mente, Aboca, 2020, p. 25. [3] In Ivi, p. 26. [4] In Ivi, p. 368. [5] Rispetto a questo, riportiamo l’interessante caso dell’Islanda che ha recentemente abbattuto la presenza di nuovi nati con sindrome di Down, proprio grazie all’applicazione a tappeto degli screening prenatali. Rimandiamo, quindi, a un breve articolo dell’Huffington post (https://www.huffingtonpost.it/2017/08/22/in-islanda-non-nascono-quasi-piu-bambini-con-la-sindrome-di-down-i-genitori-chiedono-lo-screening-prenatale_a_23156663/) e all’approfondito focus della CBS (https://www.cbsnews.com/news/down-syndrome-iceland/?). [6] Tarantismo, Enciclopedia Treccani, http://www.treccani.it/enciclopedia/tarantismo/. [7] K. J. Mitchell, Buon sangue non mente, op. cit., p. 371.

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