• Antonio Merola

La Selva di YAWP | Discorso sulle erbe di Fritjof Capra e Stefano Mancuso

Quando ci siamo accorti degli alberi? È con questa domanda che si apre un recente articolo di Chiara Palmerini su Il Tascabile. C'è stato infatti, e per fortuna, un vero e proprio boom di pubblicazioni a tema green, ma a ben vedere «il nuovo interesse per il mondo vegetale non è però una fascinazione degli ultimi mesi». Certo, la Terra ha iniziato a darci segnali che ormai non si possono più ignorare e di conseguenza le persone hanno cominciato a informarsi su ciò che sta accadendo intorno a loro, per scoprire di essere anche in disastroso ritardo. Ma c'è di più e questo di più è merito degli scienziati e di una precisa strategia di comunicazione.


Se i governi si sono mossi con eccessiva timidezza, gli scienziati hanno dovuto rimboccarsi le maniche, perché era necessario che le persone sapessero che cosa stavamo facendo al nostro ecosistema e come intervenire. Palmerini per esempio individua in un articolo co-firmato da Stefano Mancuso, Plant neurobiology: an integrated view of plant signaling (2006), «il manifesto e il fondamento» di un nuovo campo di studi: la neurobiologia vegetale. «Parte tutto da una scintilla scientifica: negli ultimi anni la botanica, storicamente “cenerentola” della biologia per ruolo (e finanziamenti), ha iniziato una sorta di piccola riscossa».


Stefano Mancuso ha rivoluzionato il nostro modo di pensare agli alberi e alle piante, scoprendole «intelligenti».


Giorgio Vacchiano, ricercatore e docente in gestione e pianificazione forestale, in un'intervista rilasciata proprio a Yawp sul suo nuovo libro La resilienza del bosco (Mondadori, 2019), ci ha detto che: «Una ricerca, se non viene raccontata, muore sterile. Non mi dà nessuna soddisfazione scoprire qualcosa se poi non lo racconto a nessuno […] La sfida è raccontare senza perdere in accuratezza». È qualcosa che potremmo far risalire indietro nel tempo fino a Galileo Galilei, che non solo con il suo metodo ha modificato per sempre l'approccio scientifico, ma con la scelta dell'italiano al posto del latino e di parole semplici come «cannocchiale» o «macchie solari» ha cambiato alla radice il modo di fare divulgazione. Con l'iperspecializzazione e l'ipersettorializzazione della conoscienza nella nostra società, spesso il dialogo tra la scienza, o qualsiasi altra disciplina, e il pubblico comune si è perso. Più si scava a fondo e più diventa difficile spiegare a qualcuno dove si sia cominciato a scavare e perché proprio da lì. Ma oggi la divulgazione è tornata a essere una parola chiave imprescindibile, che può fare la differenza in fatto di finanziamenti pubblici e privati, di impegno editoriale e di interesse generale per i problemi della contemporaneità.


Mancuso è uno che questo impegno lo ha preso alla lettera. La sua neurobiologia vegetale è una disciplina nuova, che aveva bisogno di trovare il proprio posto nel mondo, nonostante quel mondo fosse destinata a cambiarlo. Negli anni, Stefano Mancuso ha pubblicato quindi moltissimi libri di divulgazione, destinati a un pubblico non necessariamente esperto sul tema, da La nazione delle piante (2019) a L'incredibile viaggio delle piante (2018), creando intorno a un argomento difficile come la neurobiologia vegetale un interesse enorme. È questa una dote che ogni buon divulgatore dovrebbe avere: creare un interesse, focalizzare l'attenzione su un tema. Così Mancuso ci ha insegnato che anche le piante giocano, si muovono, si prendono cura dei propri simili, crescono i loro cuccioli e sanno come intervenire di fronte a un problema, per risolverlo.

L'effetto che parlare in questi termini delle piante produce sulle persone, l'ho potuto vedere con i miei occhi, quando durante il 2019 ho lavorato al progetto Leggere in Circolo delle Biblioteche di Roma, occupandomi dei Circoli di Lettura. Pochi sanno che quasi ogni biblioteca romana ha un proprio circolo di lettori, che si riuniscono mensilmente per discutere di libri scelti insieme e confrontarsi. È una occasione incredibile di promozione della lettura, che riunisce lettori forti e non. Ebbene, le biblioteche si sono date anche un loro premio, che coinvolge sei autori di narrativa e sei autori di saggistica: il Premio Biblioteche di Roma, alla cui edizione dell'anno scorso ha partecipato proprio un libro di Stefano Mancuso: L'incredibile viaggio delle piante. Quando assistevo alle riunioni dei circoli per raccogliere i loro pareri sugli autori candidati, i giorni di Mancuso sono stati ricchi di interesse e dibattiti, hanno suscitato domande e interrogativi, hanno portato i componenti dei circoli ha informarsi su argomenti che mai avrebbero creduto di loro interesse. E con un sorriso, ho capito che Stefano Mancuso ci era riuscito: ci aveva conquistati tutti.



Un ulteriore esempio di questo impegno divulgativo è il Discorso sulle erbe. Dalla botanica di Leonardo alle reti vegetali (2019), nato dalla collaborazione tra Stefano Mancuso, il fisico e filoso Fritjof Capra e la casa editrice Aboca, di cui ci siamo già occupati qui e qui. Si tratta di un piccolo libricino in forma dialogica, composto da due interventi che si richiamano l'un l'altro. Fritjof Capra, che tra gli altri per Aboca aveva già pubblicato Leonardo e la botanica. Un discorso sulla scienza della qualità (2018), ricostruisce anche in questo Discorso il rapporto tra Leonardo Da Vinci e il mondo vegetale, con tanto di indicazioni filologiche: «Quello che è giunto a noi sono le note sulla botanica sparse nei Codici, cui si aggiunge un'ampia selezione sulla botanica nella Sesta parte del Trattato della pittura, la famosa antologia messa insieme dopo la morte di Leonardo dal suo discepolo Francesco Mezli» (p.10). Capra trova in Da Vinci, prima ancora che in Galileo e in Bacone, uno dei fautori del metodo scientifico moderno con il passaggio «dalla visione meccanicistica della vita alla visione sistemica» (p. 15). Questo perché in breve «quando Leonardo indagava “tutte le forme della natura”, nei vari rami della sua scienza, cercava sempre i processi e gli schemi organizzativi che avevano in comune» (p. 12). Fritjof Capra non sembra quindi avere dubbi: «La chiamo una “visione sistemica della vita”, perché richiede un nuovo modo sistemico di pensare: ossia pensare in termini di relazioni,di schemi e di contesto» (p. 15). In una parola, interconnessione: «L'Ecologia profonda non considera gli esseri umani separati dal resto del mondo naturale, ma radicalmente inseriti nell'intera comunità vivente e da essa dipendenti [quindi] la vita non è solo competizione, ma è fatta anche in gran parte di cooperazione» (p. 28-29).


È a questo punto che interviene Stefano Mancuso, illustrandoci il mondo delle reti vegetali sia a livello macro sia a livello micro. Per comprendere a pieno la neurobiologia vegetale, bisogna fare nostri due punti di partenza: il primo è l'idea della «cognizione» come principio stesso della vita e il secondo è applicare il principio di cognizione anche alle piante, considerate essere intelligenti grazie, prima di tutto, alla loro «capacità di risolvere problemi». Come fanno? A differenza degli animali, le piante «non hanno, quindi, un cervello che governa degli organi secondo uno schema piramidale e gerarchico, ma si affidano a un modello distribuito e diffuso» (p. 48). Di conseguenza a livello micro del singolo individuo «nelle piante, al contrario, tutte le cellule del corpo, tranne poche eccezioni, sono in grado di produrre e trasmettere un segnale elettrico. In teoria, quindi, tutte le cellule di un organismo vegetale, dall'epidermine alla radice, sono coinvolte nella produzione e trasmissione dei segnali. La pianta potrebbe perciò essere anche considerata, in un certo senso, come una specie di cervello diffuso» (p. 50). Se nelle piante mancano le sinapsi, «ogni cellula è in connessione fisica diretta con le altre» (p. 51) grazie ai canali fisici dei plasmodesmi.


Spostandoci invece dal micro al macro, ormai sappiamo che, grazie soprattutto agli apici radicali e alle sostanze chimiche volatili, in un bosco o in una foresta le piante sono interconnesse tra di loro e in grado di scambiarsi dei messaggi, privilegiando i membri della stessa famiglia e della stessa specie: «È quindi evidente che la logica della rete non riguarda solo la struttura dell'individuo vegetale, ma l'intera comunità di cui fa parte» (p. 55). Come aveva già illustrato in L'incredibile viaggio delle piante, gli alberi non sono creature immobili, ma sessili, cioè radicati e in grado di muoversi sul posto. Di questo fattore, che a prima vista potrebbe sembrare svantaggioso, Mancuso fa invece una scintilla di creatività: «Di fatto, invece di risolvere i problemi, noi animali ci limitiamo in realtà a evitarli, servendoci a tale scopo del movimento. Le piante, al contrario, risolvono i problemi perché non si possono allontanare dal luogo in cui sono nate: se una pianta deve bere, deve riscaldarsi, ha freddo, ha caldo, deve difendersi, comunicare, accoppiarsi ecc., deve farlo lì dov'è. Ed è per questo motivo che le piante sono costruite come una rete: perché devono essere più creative degli animali» (p.62).


Le conseguenze evidenti di questo studio sono che: 1) ogni pianta funziona come una rete; 2) ogni bosco o foresta funziona come una rete, ancora più grande. Ma il perché questo libro possa essere interessante non solo per comprendere meglio il mondo vegetale, ce lo dice lo stesso autore quando scrive che: «Uno dei motivi di interesse maggiore del mio laboratorio negli ultimi anni consiste nel fatto che la struttura a rete è associabile a qualunque cosa noi riteniamo moderna: è il simbolo, il segno stesso della modernità. Pensiamo per esempio a internet: è costruita come una pianta» (p. 56) e ribadendo, più di una volta in tutto il Discorso, che «la vita è una rete». La rete, perciò, è qualcosa che riguarda tutti noi.



E in effetti, il modello a rete potrebbe essere forse la Grande soluzione epistemiologica ai problemi della contemporaneità. Prima di illustrare però un'applicazione felice della rete, è bene che questa sia problematizzata. Quando pensiamo alla rete, siamo infatti soliti associarla a modelli distribuiti, collaborativi e paritari. Il problema è che le cose non sono sempre così: non tutte le reti sono identiche. Il nostro sistema economico, per esempio, ha la forma approssimativa della rete, ma conserva anche dinamiche verticali, di inclusione e di esclusione o di centro e periferia. Albert-Lázló Barabási, fisico teorico e docente presso l'Università di Notre Dame, Indiana, si occupa di ricerca sulle reti complesse. In Link. La scienza delle reti (Einaudi, 2004) ha illustrato l'applicazione del modello a rete in diversi contesti, dal web alla network economy, dalle reti terroristiche a quelle cellulari, dalle malattie alla teoria dei sei gradi di separazione. Ciò che ci interessa notare qui è che in una rete non per forza tutti gli elementi, cioè i «nodi», hanno uno stesso peso nelle dinamiche di connessione, i «link». Esistono per esempio i «connettori», cioè «nodi con un numero di link insolitamente alto» (p. 62), che all'interno di un sistema finiscono quindi per avere più connessioni dei nodi semplici: dalla quantità maggiore deriva una qualità maggiore. Pensiamo per esempio a quelle persone che, in ambito lavorativo, hanno più contatti, agganci e una rete di public relations più ampia dei loro colleghi e che quindi finiscono per essere dei micro centri gravitazionali da cui passa ogni affare. E poi ci sono gli «hub», termine che viene dal mondo informatico e che potremmo interpretare come dei giganteschi connettori. Sono, per esempio, Wikipedia o i social networks: cioè quei nodi della rete che sono più linkati di altri e da cui passano o confluiscono la maggior parte dei link. Se «osservato dalla prospettiva degli hub, il nostro è davvero un mondo molto piccolo» (p. 69) conclude Barabási.


Ma qui la questione non riguarda solamente le distanze: in esperienze di rete come quelle illustrate, dove sono finiti i modelli distribuiti, collaborativi e paritari? Gli hub potrebbero cancellare ogni idea di uguaglianza nella rete (sebbene, in alcuni contesti, come Wikipedia, le cose non stiano proprio così). Il problema però è che eliminando gli hub, dopo un certo numero, la rete rischia di crollare o di trasformarsi in gruppi di «cluster» isolati, cioè gruppi di nodi interconnessi tra di loro che galleggiano nell'Universo senza connettersi a cluster differenti.



Eppure, una speranza per le reti distribuite, collaborative e paritarie sembra esserci. Jeremy Rifkin, economista, sociologo e attivista, ha scritto un libro capace di pensare in grande e dal titolo La società a costo marginale zero (Mondadori, 2014). Secondo l'autore «il capitalismo sta producendo una filiazione: l'economia della condivisione nel Commons collaborativo» (p. 3) cioè una società a «costo marginale quasi zero». Sono molte le idee alla base di questa nuova visione. La prima è quella di continuare, perché ci stiamo già andando, nella direzione di una società iperconnessa in ogni suo aspetto, con l'aiuto sopratuttto dell'IDC: «L'Internet delle cose collegherà ogni cosa con tutti in una rete globale integrata» (p. 8) «Miliardi di sensori» in grado di creare «città intelligenti». Internet delle cose non sarebbe altro che una grande infrastruttura applicata e se «l'infrastruttura richiede tre elementi […] un mezzo di comunicazione, una fonte di alimentazione e un apparato di trasporti», aggiunge Rifkin che: «l'Internet delle cose è costituita da un'Internet delle comunicazioni, un'Internet dell'energia e un'Internet dei trasporti» (p. 23). Si tratta di una grande rivoluzione, che richiede in special modo l'abbandono dei combustibili fossili a favore delle fonti rinnovabili.


Per spiegare meglio l'internet delle cose, immaginate se ciascuno di noi fosse in grado di produrre da solo la propria energia, magari tramite dei pannelli solari posti sulle nostre abitazioni e collegati attraverso una rete intelligente ai pannelli delle altre persone: in questo modo, l'energia che non usiamo potrebbe andare gratuitamente, o tramite un piccolo compenso, agli altri... e viceversa. Questo è il secondo aspetto del modello a rete proposto da Rifkin: il passaggio da consumatori a prosumers, cioè a «consumatori diventati produttori» a livello locale. Immaginate di applicare quanto detto a proposito dell'energia magari alla creazione di strumenti, grazie allo sviluppo di una stampante 3D a basso costo in ognuna delle nostre case, oppure a una rete alimentare locale, frutto della collaborazione tra agricoltori e comunità o... in effetti, un merito del libro di Rifkin sta proprio nell'aver illustrato una applicazione di questo modello a ogni aspetto della nostra società, dagli insegnamenti messi in rete e che potrebbero raggiungere chiunque in ogni momento attraverso Università online e aperte a tutti, alla condivisione di progetti in ogni ambito lavorativo eliminando la proprietà intellettuale e il brevetto, in una parola alla cultura dei Commons.


Siamo a che fare con una rivoluzione culturale, in cui i «consumatori stanno scegliendo l'accesso ai beni anziché il loro possesso» (p. 32). Lo vediamo già oggi: anziché per esempio comprare una automobile, forse il simbolo per eccellenza del vecchio modello economico, preferiamo prenderne una in prestito. Siamo davanti al passaggio da una economia verticale e che esclude, a una distribuita, collaborativa e paritaria, che all'idea di possesso preferisce quella di accesso, a una cultura della collaborazione formata da tanti Commons collaborativi e che potrebbe migliorare le nostre vite. Siamo anche, però, in una fase intermedia, che deciderà le sorti del futuro: è chiaro che il vecchio sistema economico non voglia morire e di conseguenza resista alla discesa del modello comunitario e collaborativo. È vero, accediamo alle automobili anziché comperarle, ma la produzione delle automobili che affittiamo resta ancora per la maggiore in mano alle stesse ditte. È vero, stiamo cominciando a produrre energia rinnovabile, ma siamo lontani dai prosumers, perché semplicemente chi produceva energia e la vendeva agli altri rimane al suo posto, vendendoci ora energia verde. È vero, condividiamo progetti con gli altri, ma facciamo fatica ad accettare l'idea di non essere più gli unici autori di qualche cosa, di non brevettare le nostre idee, di renderle nostre e non di qualcun altro. Qui ci è impossibile riassumere fino in fondo il libro di Rifkin, ma non c'è dubbio che la direzione proposta dall'autore vada verso una idea di rete che potrebbe invertire i danni che stiamo causando al nostro ecosistema e a una società diversa.


Ma in questo discorso che cosa c'entrano gli alberi e le piante? «Gli alberi stanno benissimo anche senza umani, ma gli umani hanno bisogno di loro – sebbene spesso non ne siano consapevoli» ci aveva risposto Giorgio Vacchiano. Potremmo considerare le piante come gli hub del nostro ecosistema. Senza di loro, la rete del nostro ecosistema crollerebbe. Massimo Sandal citando uno studio americano di Daina Mazutis e Anna Eckardt (2017), rincara la dose quando scrive che:«La verità è che la sfida del riscaldamento globale era già persa fin dall’inizio. Non perché non potessimo gestirlo meglio - potevamo - ma perché non siamo nati per questo. Noi Homo sapiens non siamo fatti, semplicemente, per gestire questo problema». Eppure potrebbe essere proprio la rete il modello in grado di eliminare questo bias cognitivo, dal momento che stiamo cominciando a comprenderla. Studi come quelli di Stefano Mancuso potrebbero aiutare le persone a smettere di guardare alle piante come creature di ordine inferiore o addirittura a delle non creature. Potrebbero aiutare le persone a immaginare una rete in cui tutti i nodi, umani e animali, abbiano lo stesso peso – o a prendere in seria considerazione l'idea che in questa enorme rete, gli hub non siamo certo noi. A capire che la vita è una rete e che tutto ciò che facciamo, prima o poi arriva da qualche altra parte. Che anche la nostra società ha degli hub e che da quegli hub deve partire un enorme cambiamento per fermare il cambiamento climatico, senza illuderci che ciò che facciamo nel nostro piccolo sia, purtroppo, per ora sufficiente.

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