La Selva di YAWP | L'olmo grande di Gian Mario Villalta

Copertina de L'olmo grande di Gian Mario Villalta (Aboca Edizioni, 2019).

Se uno dovesse cercare di riassumere L’olmo grande (Aboca Editore, 2019) in poche parole semplici, potrebbe individuarne tre, che descriverebbero al meglio il romanzo di Gian Mario Villalta: “tempo”, “famiglia”, “padre”. Questi tre termini, apparentemente casuali, riassumono, invece, il romanzo nella sua interezza, i suoi temi e i suoi protagonisti e lo fanno perfettamente, creando ordine in una vicenda e in una serie di pensieri (quelli coinvolti nel romanzo) che sono, per definizione, poco ordinati e affidabili.

La storia inizia con una nota quasi onirica, mentre l’autore introduce il lettore alla questione centrale della storia: un olmo è stato dato alle fiamme, ma la verità è che il narratore non è più così certo che qualcuno abbia davvero dato fuoco all’albero in questione. Nel corso del romanzo, si passa spesso dalla questione dell’olmo a questioni apparentemente laterali, che, invece, definiscono le fondamenta dei sentimenti dell’autore nei confronti dell’albero nel titolo.

Quella di Villalta è indubbiamente la storia di un tempo che molti di noi non hanno conosciuto o che hanno dimenticato. Gli stessi protagonisti del romanzo si ritrovano confusi di fronte a cosa sia successo veramente: un’altra questione fondamentale è proprio quella famigliare, in cui interi legami vengono messi in discussione, o addirittura distrutti, in nome di qualcosa che nessuno è più sicuro di ricordare veramente. Questo crea quel legame fondamentale fra le tre parole chiave che abbiamo individuato all’inizio, permettendoci di dare un senso logico a tutto quello che Villalta ci propone: per tutto il romanzo, è come se il narratore cercasse di trovare il colpevole, nel suo passato e fra i suoi stessi famigliari, dell’assassinio di un fibroso surrogato paterno; più precisamente, ciò che crea attrito fra la voce narrante (presumibilmente l’autore) e una coppia di cugini, è proprio il passato della loro famiglia, oltre che un precedente romanzo frainteso, che nessuno ricorda veramente.

A proposito del romanzo sopracitato, capiamo che la voce narrante dell’Olmo grande è Villalta proprio quando introduce la questione di Bestia da latte (SEM, 2018): in questo romanzo, fortemente influenzato dalla vita dell’autore, si racconta la storia di un rapporto travagliato fra due cugini che passano dal comportarsi come fratelli a vivere una situazione in cui uno è vittima e l’altro carnefice, con tutte le conseguenze del caso. La maniera in cui Bestia da latte, raccontata da Villalta nel settimo capitolo di L’olmo grande, è critica nell’ottica di capire cosa accade sullo sfondo del presunto assassinio dell’olmo: l’autore racconta un confronto fallimentare e sofferto, alimentato a ripetizione da due posizioni diametralmente opposte, ovvero la sua, quella dello scrittore che attinge liberamente dalla propria esperienza di vita, e quella dei suoi famigliari (quella di persone semplici, che ragionano in maniera molto più lineare, e che vedono nella stesura di Bestia da latte un affronto e un’umiliazione, piuttosto che la rielaborazione di un trauma; la persistenza di questo trauma è, però, visceralmente legata a una complicanza più grande: col passare del tempo, i ricordi mutano e vengono rielaborati, nel cervello di un adulto, coi presupposti del bambino che li ha vissuti. Il passato è percepito diversamente dalle due parti, in maniera tale da creare i presupposti per una conversazione che si sviluppa su due linee perfettamente parallele; in questa maniera, la conversazione descritta da Villalta è simile a quella fra un uomo e un muro di gomma: quando il protagonista cerca di spiegare le proprie motivazioni (che non sono veramente le sue, ma quelle del suo romanzo) non riesce ad arrivare a un punto d’incontro e, anzi, si ritrova a mettersi in imbarazzo nella casa di chi lo aveva accusato di averli messi alla gogna, alla portata di tutti.

L’olmo grande potrebbe apparire, così descritto, come una riflessione sull’esperienza di Bestia da latte, ma non è ovviamente così. Questo romanzo è un vero e proprio inno a ciò che si è perso – che questo sia un ricordo, un rapporto umano o una situazione.

Per quanto riguarda l’inizio del romanzo, ci sono due questioni da chiarire, per capire, al di là dei temi e dell’albero (di cui ci occuperemo in un secondo momento): la prima è lo stile onirico, quasi troppo arzigogolato per un romanzo tanto concreto, ma giustificato dal fatto che c’è effettivamente bisogno di dire allo spettatore qualcosa, sin da subito, riguardo a cosa andremo a fare, nel corso della narrazione. In questo senso, Villalta non racconta tanto un sentimento nei confronti di qualcosa che si è perso (l’olmo e altro, che ancora non è stato detto), piuttosto si fa un lavoro di ricostruzione (la famosa domanda: l’albero è stato dato alle fiamme, sì o no? L’autore ci dice di no già dalle primissime pagine, per poi guidarci nell’esplorazione di ciò che ha distorto il ricordo dell’olmo e del suo epilogo. “Ho visto e vissuto questa trasformazione quando ero bambino, già abbastanza cosciente per soffrirne, ma non ancora maturo a sufficienza per comprendere cosa stava avvenendo.”[1]

Ciò che succede dopo è una vera e propria rielaborazione in cui, attraverso il conflitto già brevemente descritto, Villalta arriva, insieme al lettore, a una conclusione piuttosto importante: la percezione dell’olmo che il protagonista aveva da giovanissimo era giustificata da una evidente necessità di radici.

Il rapporto con la terra (raccolto nella terza parola chiave, “padre”) rimane importante anche quando il protagonista sfonda il muro dell’età adulta; nonostante con l’adolescenza il rapporto con la sua famiglia e il suo paese d’origine, nel friulano, si sfaldi, come è fisiologico che sia, il legame con essa rimane comunque forse, seppure in negativo: non è un sentimento di repulsione, quello che vediamo nella parte del romanzo circa, quanto il sentimento derivato da un conflitto non risolto, che quindi alimenta ancora un certo grado di attaccamento a quello che era e che poi si è fatto ricordo. A questo proposito, le questioni trattate nel romanzo di Villalta, sia quelle famigliari che quelle, appunto, del legame con le radici nel senso più “terreno” e burocratico del termine, è molto più semplice capire cosa succeda nella mente del protagonista se si viene da un ambiente simile: chi conosce le meccaniche della campagna, non necessariamente friulana, capisce perfettamente i dubbi che il protagonista nutre nei confronti del vecchio vicino, all’inizio accusato di aver dato fuoco al famoso olmo; è effettivamente credibile che l’albero sia morto in conseguenza a una di quelle meccaniche che si sviluppano, fra gli agricoltori, che spesso ricorrevano all’eliminazione radicale di piante o animali che minacciavano il loro raccolto o i loro allevamenti. Non si può sicuramente parlare, nel caso di questo archetipo di “uomo della terra” (nel romanzo, Giovanni Puìta, prima un vicino di casa e poi un parente acquisito), di un esempio di aderenza alle necessità della natura, come invece si auspica nel sottotesto dell’intera opera: il protagonista de L’olmo grande accusa, in primo luogo, Puìta perché lo usa come capro espiatorio di un rapporto che è andato perso, senza che nessuno quasi se ne accorgesse.

Con la morte dell’olmo, si è andati a demolire l’ultimo anello di una catena che aspettava da tempo di essere distrutta completamente, quella dell’agricoltura “umana”, gradualmente soppressa da quella meccanica. È come se, con la dipartita dell’olmo, si sia dato via libera alla tecnologia di prendere il sopravvento su una parte del pianeta che pareva poter rimanere una piccola oasi di contatto con la natura.

Questo rapporto locale fra natura e uomo, che cambia nel corso del tempo, è, nella prima parte del romanzo, ampliato dall’autore; Villalta si sofferma, come è necessario che sia, su quello che è poi il risolvo tragico dell’agricoltura, spesso idealizzata senza un motivo reale. L’autore dedica una piccola parte del suo volume a questa questione, ma, essendo L’olmo grande un romanzo, non c’è veramente spazio per capire cosa sia davvero l’impatto dell’uomo sulla Terra – quindi lo faremo, per quanto possibile, in questa sede.

In campi perfettamente ripartiti in enormi fazzoletti geometrici, l’uomo addomestica da secoli piante, semi, arbusti e alberi di ogni tipo vengono addomesticati e selezionati al fine di produrre il miglior prodotto possibile. Senza inoltrarci nel complicatissimo mondo dell’agricoltura intensiva, che inquina profondamente l’ambiente e lascia le terre sfinite e, praticamente, non più coltivabili[2], e necessario aprire una piccola parentesi su quello che davvero è il rapporto, da un punto di vista tecnica, dell’uomo che lavora la terra e il pianeta.

Come affermato dall’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2015, l’Europa segue, da molto, una tendenza positiva nei confronti di quelle che sono le emissioni, che dal 1990 al 2012 si sono ridotte del 24%, grazie a “una diminuzione significativa del numero dei capi di bestiame, un più efficiente ricorso ai fertilizzanti e una migliore gestione del letame”[3]. Nonostante questo, le condizioni di gestione dell’agricoltura e dell’allevamento dei capi di bestiame (che nel romanzo sono attività ridotte, nel tempo e nello spazio, a causa del fatto che si parla di piccole attività famigliari, che poi sono le prime che periscono la corsa all’industrializzazione) sono molto peggiori nel resto del mondo, dove le emissioni crescono invece di diminuire e, nella stessa Europa, nel 2015 si è prodotto il 94% delle emissioni di ammoniaca, a causa di attività legate ai fertilizzanti e allo smaltimento dei letami[4]. Inoltre, c’è da tenere in conto l’impatto che l’agricoltura ha sul consumo delle risorse idriche (secondo l’agenzia europea dell’ambiente, il settore europeo consuma il 50% dell’acqua del continente). Altri due dati molto interessanti, reperibili sempre presso il sito dell’AEA, sono i seguenti: la superficie occupata dalle aziende agricole è in calo, ma, allo stesso tempo, il settore sta gradualmente risentendo della mancanza de consumo del suolo, quindi si creano sempre più terreni artificiali; inoltre, altro dato interessante, le aziende agricole diminuiscono, ma lo spazio occupato dalle rimanenti è in espansione.

L’impatto ambientale dell’agricoltura non risiede, chiaramente, solo nella fase di produzione, ma anche e soprattutto nella fase del raccolto e della distribuzione: tante volte, i cittadini europei, sono stati loro stessi promotori di una dieta più sostenibile, in cui si sceglie di consumare prodotti locali, piuttosto che importati da luoghi lontani come il Sud America e l’Oriente, con l’idea di ridurre la propria personale “carbon footprint”, letteralmente “impronta ecologica”.

Ragionando brevemente su questi dati (invitiamo, a questo proposito, i nostri lettori a contestualizzarli attraverso le fonti indicate), possiamo cominciare a vedere quale sia il reale rapporto fra l’uomo e la terra che lavora: per quanto i piccoli lavoratori della terra descritti da Villalta siano solo delle mere pedine dell’intero sistema, di cui, molto probabilmente, non sono nemmeno a conoscenza al di fuori del loro referente Col.Diretti, il rapporto descritto nel romanzo (più sentimentale e personale) è una realtà che si deve accostare alla realtà dei fatti, se si vuole rimanere coi piedi per terra.

Nel più recente rapporto della FAO sullo stato della biodiversità mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura (22 febbraio 2019), l’organizzazione in questione propone uno scenario non troppo propositivo: la biodiversità alimentare e agricola sta scomparendo, così come quella associata (formata da tutti gli organismi che sostengono i cosiddetti servizi eco-sistemici – lombrichi, impollinatori come pipistrelli e insetti, uccelli, funghi, batteri e organismi marini come coralli e alghe. La biodiversità, in agricoltura come in generale sul pianeta terra, è fondamentale per la sopravvivenza nostra e del pianeta che abitiamo: ogni singolo organismo, dal più piccolo al più grande, è strettamente legato agli altri organismi con cui interagisce, che essi siano animali, piante, funghi o batteri, e se la catena della biodiversità viene distrutta, essa non potrà più essere recuperata. Gli impollinatori stanno scomparendo, un terzo degli stock ittici è sovrasfruttato e, sempre secondo la FAO, delle 40 specie animali allevate, solo un piccolissimo gruppo produce la maggior parte di carne, latte e uova[5] (principalmente bovini, suini e pollame).


Vecchi olmi a Prater di Ferdinand Georg Waldmüller (1831)

In questo senso, la necessità del protagonista di Villalta di tornare a quel tipo di vita, in cui chi lavorava la terra (idealmente) era legato a essa come a un enorme polmone esterno e ne rispettava le necessità e i cicli, dovendo dipendere da essa per il sostentamento di interi nuclei famigliari, spesso molto numerosi. Come già detto, il ruolo di L’olmo grande non è quello di dare al lettore un’immagine eccessivamente realistica dell’intercambio fra uomo e natura, dato che il presupposto è sentimentale e non tecnico, ma è necessario avere uno sguardo d’insieme per capire il dettaglio. Chiusa parentesi.

Tornando al romanzo di Villalta, è venuto il momento di capirne di più sul padrino – per meglio dire, il padre – della narrazione: l’olmo.

Come abbiamo già detto, al di là di ogni divagazione, il fulcro de L’olmo grande è il ricordo dell’albero che viene dato alle fiamme, che poi si rivela essere scorretto, nei confronti di chi viene accusato, del lettore e dello stesso autore – che rielaborano insieme.

Nel romanzo, Villalta si sofferma spesso sulla natura di questo tipo di albero, imponente punto di riferimento della sua gioventù. Non è un caso che proprio questo tipo di albero sia al centro della storia, essendo un albero ampiamente diffuso nella penisola italiana. L’olmo è descritto, dall’autore, come una vecchia sentinella, che veglia sulla popolazione locale; in particolare, prima di immergersi nella vicenda, si sofferma sull’albero per specificare che “questo era l’olmo grande, anzi era l’olmo, come se non ce ne fossero altri”[6], aggiungendo anche che non era comunque l’unico: fra i tanti olmi, molto più vicini alle case, molto più vicini agli abitanti della zona, quello era comunque il più importante, l’olmo degli olmi, il capostipite di un clan destinato a perire sotto i colpi della grafiosi.

La questione della grafiosi (che poi si rivela essere stato uno dei reali motivi della morte della pianta) è uno dei tanti elementi che Villalta approfondisce per puro gusto, cadendo nell’utilizzo di un linguaggio specifico non necessariamente utile alla storia.

Per completezza, diremo che la grafiosi è una malattia fungina, trasportata da uno specifico tipo di insetti, chiamati scolitidi: questi scavano piccole gallerie all’interno degli alberi, trasportando il fungo, che si insinua lentamente nei canali linfatici della pianta, andandola infine a seccare fino alla morte.

Nella stessa maniera, l’industrializzazione si insinua nella vita di campagna senza che nessuno se ne renda veramente conto, demolendo dall’interno un ecosistema perfettamente sostenibile, a vederlo dall’esterno, ma che, forse, era già marcio in partenza. Lo stesso si potrebbe dire dei rapporti famigliari raccontati ne L’olmo grande, problematici per motivi legati all’albero e a meccaniche non necessariamente specificate, nel corso del romanzo.

Tornando all’olmo in sé, la parola che meglio può essere accostata a esso è “padre”: l’albero viene descritto quasi come un essere umano, in un lungo passaggio che paragona le varie parti del corpo umano alle varie parti del corpo della pianta. È per questo che la sua assenza è tanto traumatica; è, probabilmente, anche il motivo per cui il romanzo non è in grado di chiudere il cerchio e dare una risposta chiara, sulla questione dell’olmo. L’ultimo riferimento alla questione di Giovanni Puìta che da fuoco è molto confusa e non dà, effettivamente, nessun tipo di chiarezza in chiusura. Villalta va, addirittura, a scegliere una forma piuttosto particolare per il suo ultimo capitolo: con un peculiare scambio fra un immaginario bambino e un’immaginaria maestra, l’autore cerca di ritrovare quel periodo dell’infanzia, ormai andata persa per sempre. Il bambino e la maestra si scambiano poche battute, apparentemente fuori contesto, rispetto a un non definito compito da svolgere, he poi diventa una più grande riflessione sul tempo e sulla memoria.

“Lei continua a confondere me con lui, signora maestra. Ma immagini che l’olmo sia tutto un paese, e più da vicino una contrata, e ancora più stretta intorno alla sua corona di rami una manciata di famiglie: se ognuno portasse i suoi fogli, le foglie di quello stesso albero comporterebbero qualche cosa si astratto e reale, radicato nelle profondità della terra e svettante nel cielo, fatto di quelle parole che dal brusio dei corpi diventano istanti condivisi: l’albero del tempo[7].

Un ultimo tentativo concreto di dare un’immagine più comprensibile, quanto meno a un certo tipo di lettore, viene fatto da Villalta facendo una serie di riferimenti rispetto alla maniera in cui questo tipo di albero appare in alcuni tipi di tradizioni, come quella latina o tedesca, oltre che in teorie come quelle freudiane. In Villalta, in particolare sono utili i riferimenti alla mitologia germanica, in cui l’olmo è il primo uomo sulla terra, e quella latina, in particolare virgiliana, dove l’olmo dell’Eneide è l’albero che produce sogni (nel Libro VI della stessa opera). Entrambe le tradizioni servono, a Villalta, per rimarcare e rendere più comprensibile il ruolo che ha l’olmo nel suo racconto: quel patrigno fatto di foglie e corteccia non è solo un punto di riferimento, come già ripetuto spesso, non è solo un luogo sicuro, un’indicazione di stabilità, ma un vero e proprio Padre Assoluto, demiurgo indiscutibile, dalla quale non si può prescindere, in nessuna maniera.

In ultima battuta, sarebbe profondamente difficile, forse persino inutile, trovare una morale o un messaggio finale, all’interno di questo romanzo. Sarebbe, piuttosto, utile parlare de L’olmo grande come un tentativo di autosostentamento: il protagonista di questo romanzo cerca di dare un senso a ciò che gli arriva da un tempo che non esiste più.

Questa è la maniera in cui L’olmo grande andrebbe approcciato: come un’unica sessione terapeutica.


Note e riferimenti. [1] G. M. Villalta, L’Olmo Grande, Sansepolcro, Aboca Editore, 2019, p. 9. [2] Il modello fallimentare dell’agricoltura intensiva, Focus, www.focus.it. [3] Agricoltura e cambiamento climatico, Agenzia europea dell’ambiente, www.eea.europa.eu. [4] Introduzione sull’agricoltura, in ivi. [5] Diminuisce la biodiversità cruciale per il nostro cibo e per l’agricoltura, Food and Agricolture Organization of the United Nations (FAO), www.fao.org. [6] G. M. Villalta, L’olmo grande, in ivi, p. 15. [7] G. M. Villalta, L’olmo grande, in Ivi, p. 204 – 205.

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